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ARTICOLI

Rassegna stampa di pubblicazioni dedicate alla Mongolia dalla stampa italiana e internazionale. Vedi anche sezione DOSSIER

 

IL MANIFESTO
12 agosto 2010
 

"Una yurta in Maremma" il titolo del Manifesto per una pagina dedicata alla mostra mercato dell'artigianato e degli antichi mestieri di Sorano. Scrive Paola Capitani: "La yurta, essendo una fedele riproduzione delle tende dei nomadi mongoli, si smonta e rimonta facilmente e velocemente, non avendo chiodi né colle, ma essendo costituita solo da un gioco di incastri, nodi e corde. Bellissima nella sua "veste" estiva di cotone bianco con una fascia di decori rosso scura; suggestiva da immaginare con la copertura invernale in feltro colorato, con spessi tappeti di feltro per pavimento...".

VIE DELL'EST
Aprile 2010
 

"La mitica terra dei cieli blu e degli orizzonti senza fine" è la finestra sulla Mongolia aperta dal numero di aprile del mensile online "Vie dell'Est". Il percorso, da Ulaanbaatar a Bayan-Olgii attraverso il Gobi e l'Altai, viene proposto da Giuseppe Trabattoni (testo), Francesco Cigada, Carla Sassi (foto) e dall'associazione Soyombo. "E' il Paese degli sconfinati cieli azzurri e degli orizzonti senza fine", si legge nel reportage. "Terra di meraviglie e laghi blu cobalto, delle immense distanze e delle steppe che si spengono ai piedi di imponenti, aspre montagne, misteriose come il deserto del Gobi. Mongolia, terra di un popolo nomade, orgoglioso e ospitale". Per leggere (e sfogliare) l'intero servizio http://www.viedellest.eu/ 

LA REPUBBLICA
3 marzo 2010
 

Giampaolo Visetti firma sulla Repubblica  un drammatico reportage dedicato a quello che viene definito nel titolo "L'inverno della catastrofe". "Migliaia di persone - si legge nell'articolo - sono allo stremo, consumate dalla denutrizione, dall'esaurimento delle fonti di riscaldamento e dall'impossibilità di essere curate. Nell'ultima settimana una ventina di pastori nomadi sono morti per gli stenti". "Secondo gli ultimi dati del governo, fino a ieri il gelo ha falciato 1,8 milioni di capre, 1 milione di pecore, 200mila mucche, 150mila yak, 90mila cavalli e 1700 cammelli. Su 21 province sepolte da una neve dura, 19 hanno subito danni naturali permanenti"

CORRIERE DELLA SERA
1 marzo 2010
 

Di Giorgio Rozza sul Corriere della Sera il disperato allarme ("A rischio l'antilope che viene dal freddo") sulla minaccia di estinzione di uno degli esemplari più rari e peculiari della fauna mongola: l'antilope saiga. Nell'articolo si legge: "Il gelo di questo inverno sta mettendo a dura prova la sopravvivenza di uno dei mammiferi più minacciati e meno conosciuti al mondo: l'antilope saiga (Saiga tatarica). Non ha la maestosità né il fascino di altre specie seriamente minacciate come l'orso bianco, la tigre o il panda. Con il suo muso tenero e sgraziato non «buca» lo schermo e questo suo scarso appeal l'ha condannata all'indifferenza più totale. Eppure, dovrebbe far notizia il fatto che a partire dagli anni Ottanta il numero di esemplari di questo piccolo erbivoro dalle abitudini migratorie è diminuito da un milione di esemplari ai cinquantamila attuali. In silenzio, senza disturbare, la saiga sta scomparendo dalle steppe euroasiatiche dove vive, luoghi che, proprio come lei, appartengono a una geografia percepita dai più come lontana.Senza alcuna parentela genetica con le altre specie di antilopi che popolano la Terra, per questo mammifero dalle abitudini migratorie dotato di una soffice proboscide nasale e, nei maschi, di corna traslucide di colore ambrato, i guai seri sono arrivati dopo il crollo dell’Unione Sovietica. All’inizio degli anni Novanta la crisi nelle campagne portò a una caccia spietata per la sua carne e diede enorme impulso al bracconaggio per l’esportazione delle corna in Cina, dove sono molto richieste dalla medicina tradizionale. Dal 2006 la Saiga Conservation Alliance, una rete internazionale di biologi e zoologi, lotta per far conoscere la tragedia di questo elusivo animale nel mondo".

LA GAZZETTA DI LECCO
28 febbraio 2010
 

La Mongolia diventa protagonista a Lecco, prima negli studi della televisione Unica Lombardia (nel programma "Oltre la notizia" con Katia Sala e Laura Achler) e poi su una pagina del settimanale La Gazzetta di Lecco. Telespettatori e lettori hanno potuto “viaggiare” in questa terra meravigliosa grazie a filmati, immagini e testimonianze. Soprattutto si è toccato con mano l’impegno missionario di suor Adriana Bricchi, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, impegnate da tempo in progetti sociali a Ulaanbaatar. “Io sarei favorevole per dichiarare la Mongolia intera Patrimonio dell’Umanità”, ha suggerito Letizia Ronconi, parente di suor Adriana e autrice di uno splendido documentario che sarà trasmesso il 21 marzo prossimo nel programma “Alle falde del Kilimagiaro”. “Sono convinto che iniziative di questo genere – ha commentato Alberto Colombo, ospite in studio, promotore di iniziative culturali e umanitarie – non possano che essere utili ad avvicinare le persone alla Mongolia, con conseguente stimolo per il turismo e soprattutto per i progetti di solidarietà”. “Aiutiamo i bimbi di strada” è il titolo ripreso dalla Gazzetta con la segnalazione delle iniziative umanitarie: “Il progetto di una suora lecchese nella capitale Ulaanbaatar”. “Per garantire un futuro ai figli di questa terra splendida – dice suor Adriana – non basta la grazia di Dio, ma servono anche gli uomini di buona volontà. Nella sezione Sos i riferimenti per gli aiuti umanitari. “Andateci, ma con rispetto – chiede Federico Pistone, che è intervenuto alla trasmissione in collegamento telefonico – perché la Mongolia è un paese fragile. E’ necessario che i viaggiatori abbiano riguardo della cultura e delle tradizioni dei mongoli”

CORRIERE DELLA SERA
13 febbraio 2010
 

Esiste un posto nel mondo dove provare si può. Vivere da nomadi, tuffarsi nella natura selvaggia, cavalcare lungo praterie senza fine, dormire dentro tende di feltro con i lupi fuori dalla porta, nutrirsi del latte che hai appena munto, sentire il silenzio assoluto, quello del vento. E poi decidere cosa fare: tornare a gambe levate alle comodità di sempre oppure concludere che tutto sommato cambiare vita, senza compromessi, in fondo non è una cattiva idea.

Questa terra si chiama Mongolia, un Paese immenso — cinque volte l’Italia. Qui tutti sono nomadi, se togliete la capitale Ulaanbaatar, incrocio di carovane da tutta l’Asia fino agli anni Venti del Novecento e poi diventata più sovietica di Mosca, con palazzoni in puro stile Kiev e le ultime statue di Stalin a essere rimosse. Un milione e mezzo di persone, metà di tutti i mongoli, vivono nella capitale più fredda (e sorprendente) del mondo; gli altri in continuo movimento nell’hodoo — la campagna — come vezzosamente chiamano tutto quello che è steppa, deserto, vallate, foreste per migliaia di chilometri intorno. Una presenza umana fondamentale quanto irrisoria (la densità è di nemmeno 2 abitanti per chilometro quadrato, un altro record mondiale). Non poteva che nascere e attecchire qui lo sciamanismo, la religione della natura, dell’estasi e della semplicità. Ancora oggi i mongoli, quasi tutti buddhisti, consultano regolarmente gli sciamani e rispettano le antiche tradizioni sacre.

L’Occidente ha fame di Mongolia, cioè di tutto quello che è puro, immacolato, semplice, assoluto. Un agriturismo immane dove ogni tenda, la leggendaria gher rimasta intatta come ai tempi di Gengis Khan, diventa un alloggio ecosostenibile, una masseria completa di parco (milioni di ettari senza nessuna recinzione), con vicini o padroni di casa sempre ospitali e sorridenti, e popolata non da cani o gatti malmostosi ma da cavalli, yak, cammelli, capre.

Quanto tempo avete per la grande prova? Due settimane? Si può fare: un fuoristrada, un driver esperto e possibilmente sobrio e via verso sud, la capitale resta alle spalle: davanti le sconfinate piane ocra del Gobi, dove Andrews Chapman, l’esploratore che ha ispirato Indiana Jones, ha dissotterato la maggior parte degli scheletri di dinoasauro del pianeta. Gli altri sono ancora lì, basta scavare. Dopo aver attraversato le «dune che cantano» (Khongoryn els) , «le rupi fiammeggianti» (Bayanzag)  e «la valle delle aquile» (Yolin am), si può risalire verso la verdissima Mongolia centrale fino a raggiungere Karakorum, l’antica capitale voluta da Gengis Khan con “leoni d’argento e serpenti d’oro da cui esce vino e latte di giumenta”, come ci assicurava nel Trecento il francescano Giovanni di Pian del Carpine. Di quel “centro del mondo”, distrutto per invidia dai manchu, resta poco, giusto un paio di tartarughe di pietra. Ma coi resti degli edifici nel XVI secolo i mongoli, che non buttano niente, hanno creato lo stupefacente monastero Erdene Zuu (cento tesori). Dentro diecimila monaci felici, fino all’arrivo delle purghe sovietiche. Oggi resta il sontuoso perimetro fortificato di 108 stupa e molti templi dove ogni mattina i lama cantilenano antichi mantra tibetani. Un giorno di fuoristrada verso ovest per godersi una nuotata nel Terkhin tsagaan nuur, il lago lavico all’ombra del vulcano Khorgo (si può salire sull’orlo del cratere e scivolare fino in fondo al cono). L’itinerario piega decisamente verso le zone siberiane del nord attraverso piste sofferte e meravigliose: eccoci al lago cristallino Khuvsgul, «il mare della Mongolia», collegato da un canale sotterraneo al Bajkal e circondato da fitte foreste di betulle e abeti. Per spezzare il lungo ritorno alla capitale, obbligatoria una sosta al monastero di Amarbayasgalant, uno dei più belli dell’Asia, che appare improvviso e fiabesco dietro una vallata. Qui è sepolto Zanabazar, il Leonardo della Vinci della steppa. Avete una settimana in più? Un avventuroso volo interno di qualche ora vi porterà all’estremo Ovest per immergersi nell’atmosfera immacolata dei monti Altai, eternamente innevati, territorio del rarissimo leopardo delle nevi e dei kazaki mongoli, ottantamila pastori musulmani che praticano ancora oggi l’antica caccia con le aquile. Spietata e leale. Come la Mongolia. Federico Pistone

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MERIDIANI (febbraio 2010)
Finalmente la prestigiosa collana Meridiani dedica un numero monografico alla Mongolia: una pubblicazione straordinaria da un punto di vista estetico e anche molto completa e brillante nei contenuti. Un vero numero da collezione: le fotografie sono quanto di meglio sia stato pubblicato su questo Paese a livello internazionale e accompagnano d'un fiato il lettore per 162 pagine (6,20 euro) ricche di testi estremamente ricchi e aggiornati. Elisabetta Lampe ci racconta le gher ("La tenda racconta" con tutti i segreti delle "case" dei nomadi) e la capitale ("Eroe rosso", Ulaanbaatar vista con il disincanto e il rigore di una cronista). Elena Bianchi e Giuseppe Ivan Lantos ci parlano del mito di Gengis Khan ("Nel nome del padre" e "Lupo della steppa") con quello che il condottiero ha rappresentato per la storia dell'umanità e l'influenza che ancora oggi esercita sul popolo mongolo. La natura estrema e i suoi meravigliosi abitanti (leopardi delle nevi, orsi, antilopi, cammelli, aquile...) ce la racconta Tommaso Marzaroli nell'articolo "Lo zoo alla fine del mondo". Renzo Bassi ci conduce nella storica impresa automobilistica organizzata da André Citroen in Mongolia negli anni Trenta ("Raid"). Si parla di miniere, d'oro e di rame, e delle opportunità (e i rischi) che si aprono per l'economia mongola nel servizio di Fabio Sebastiano Tana "La sfida di Ivanhoe", riferita al nome dell'impresa che sta "bucando" il Gobi, un deserto tutto da scoprire, come ci rivela Valentina Murelli in "Jurassic Gobi". Federico Pistone firma quattro reportage: "Orgoglio mongolo", dedicato alla festa nazionale del Naadam, "Il ritorno dello sciamano", "L'aquila kazaka", sulla caccia tradizionale dei kazaki dell'Altai, e un itinerario lungo i sentieri degli Tsaatan, i misteriosi Uomini renna. Tana firma anche l'articolo sul sumo ("Non è un Paese per signorine"), mentre Jasmina Trifoni si dedica alle contorsioniste ("Donne senza ossa") e alla spiritualità dei monasteri mongoli ("Ulaanbaatar, Tibet"). Non si poteva dimenticare il cashmere ("Il vello d'oro" di Nadia Accardi). Ancora Elena Bianchi ci descrive l'acqua della Mongolia che spesso diventa un corridoio di ghiaccio per uomini, cavalli e automobili (a destra l'apertura del servizio). "I guerrieri del ghiaccio" di Nanni Ruschena si occupa dei ritrovamenti archeologici tra Gobi e Altai mongolo. Infine Ivo Franchi ci porta "Dagli Altai ai Pink Floyd", escursione musicale senza confini. Non mancano poi tutte le informazioni e le curiosità per chi vuole avvicinarsi alla realtà mongola. Di seguito l'incipit dei servizi realizzati da Federico Pistone
 

L'AQUILA KAZAKA. Un inseguimento al galoppo, tra le valli innevate dell’Altai. Il cavaliere che insegue è una donna, il cavaliere che scappa è suo marito. Lei lo affianca a piena velocità, estrae una frusta e comincia a percuoterlo, con tutta la forza che ha. Oggi, solo oggi può. Anzi deve. E’ la festa delle aquile qui a ridosso del monte Tavanbogd, paesaggio fiabesco non lontano da Ulghii, capoluogo della remota regione di Bayan-Ulghii. (...)

 

ORGOGLIO MONGOLO. Oyuna alza lo sguardo verso l’orizzonte polveroso della periferia di Ulaanbaatar. Stanno arrivando. Quei sette cavalli hanno galoppato tre giorni e tre notti: vengono dalla regione del Khentii, Mongolia dell’est, dove Gengis Khan è nato, è stato incoronato imperatore ed è stato sepolto, in un luogo ancora sconosciuto, come aveva chiesto prima di morire, ottocento anni fa. Cinque di quei cavalli portano in groppa 12 persone: due donne, due uomini e otto bambini; gli altri due cavalli trasportano i pezzi delle gher, le bianche tende che saranno rimontate ai margini della capitale, dove ormai vive la metà dei tre milioni di abitanti della Mongolia. Tra poco quell’immenso prato, a ridosso delle ciminiere di carbone e delle prime baracche della città, sarà preso d’assalto da migliaia di nomadi, in una specie di invasione biblica. Così è ogni anno, l’11 e il 12 luglio, le date più importanti del calendario mongolo. Si vive il Naadam, la celebrazione delle gesta di Gengis Khan, attraverso gare di lotta, di tiro con l’arco e corsa di cavalli. (...)  

 

IL RITORNO DELLO SCIAMANO. Bogdkhan uul, secondo i parametri dell’orografia, è una montagna a tutti gli effetti visto che oltrepassa i duemila di quota. Ma per chi la vede da Ulaanbaatar sembra una collina, perché parte dal “vantaggio” dei milletrecento metri di altitudine della capitale. Per i mongoli è una vetta sacra, come le altre che abbracciano la città, una per ogni punto cardinale: Chingheltei a nord, Bayanzuurkh a est, Khairkhaan a ovest e Bogdkhan, appunto, a sud, l’orientamento più importante. Ogni tenda nomade (la leggendaria gher) ha l’apertura rivolta a meridione perché, per tradizione sciamanica, quella è la direzione verso le terre buone, benedette dagli dei e dagli antenati ma soprattutto riscaldate dai venti del Gobi che mitigano l’aria glaciale della Siberia. Anche per questo, Bogdkhan uul, la vetta del sud, è la montagna degli sciamani. (...)

 

NELLA TERRA DEGLI TSAATAN. I lupi assediano l’accampamento. La loro fame è più forte della paura. Questa notte cercheranno di ghermire almeno una delle mille renne che popolano questa fetta di taiga, in una vallata dei monti Sayan, Mongolia siberiana. A difenderle dall’attacco ci sono duecentocinquanta uomini, l’intera etnia degli Tsaatan: tsaa come renna, tan come uomo, i mongoli li chiamano così, Uomini renna, in tono un po’ dispregiativo, umiliante, mezzi animali. Ma loro questo nome se lo tengono stretto: la simbiosi con le renne è totale, una storia d’amore lunga migliaia di anni che non si è ancora spenta. Sono costretti ad affrontarli a mani nude, i lupi, perché i fucili sono residuati bellici ormai consunti e le cartucce sempre troppo poche, da quando il Governo ha vietato il possesso di armi. (...)

 

VIAGGIANDO (novembre 2009)
Il mensile "Viaggiando" dedica un ampio articolo sulla Mongolia e in particolare sulla sua capitale Ulaanbaatar "dove convivono nomadi e uomini d'affari, palazzi dall'architettura filorussa e locali all'ultima moda con lo sguardo puntato all'Occidente per una città da scoprire fino in fondo". Testi e foto sono di Massimo Bertolotti, che racconta: "E' innegabile, la Mongolia richiama un fascino storico e avventuroso che si lega indissolubilmente con la leggendaria figura di Gengis Khan il conquistatore. Lo immagino al galoppo sul fiero destriero alla testa di migliaia di guerrieri lungo le infinite distese della prateria mongola".
 

IL GIORNALE (1° ottobre 2009)
MILANO-MONGOLIA: QUEL FILO DI LANA CHE LEGA UTOPIA E REALTA'
Milano-Mongolia, un viaggio di circa un mese attraverso un antico e immenso territorio. Ma non per turismo. C’è chi non ama viaggiare per puro diporto ma pone sempre una meta precisa e molto concreta al suo viaggio. Che si tratti del mercante veneziano Marco Polo o degli imprenditori valsesiani Sergio e Pier Luigi Loro Piana. I responsabili di questo marchio d’eccellenza del made in Italy ogni anno a maggio partono alla ricerca del mitico vello delle capre Hircus (comunemente chiamato cashmere) allevate dai pastori nomadi delle sconfinate distese mongole, e ritornano in Italia con l’impalpabile e preziosissimo carico. «Sono viaggi di lavoro - racconta Pier Luigi Loro Piana - che mettono a contatto non solo con una natura stupefacente ma anche con un popolo mirabile per civiltà e ospitalità». Nel cuore del tourbillon milanese della moda, i fratelli Loro Piana hanno presentato ieri al pubblico la testimonianza di quell’avventura annuale che non è soltanto loro, ma anche dei pastori che quotidianamente sfidano condizioni climatiche e ambientali estreme e dei loro animali che da millenni li accompagnano brucando la scarsa erba delle distese mongole, sfidando tempeste di sabbia, controllando per chilometri la sete prima di arrivare alle distese d’acqua di laghi incontaminati. Nel maggio scorso sul convoglio che dalla capitale mongola Ulan Baatar si avventurava lungo le incerte piste verso i territori attraversati dai pastori, è salita anche una fotografa che a prima vista poteva apparire la meno adatta a quell’avventura: Bruna Rotunno, sofisticata fotografa di moda che lavora tra Milano e Parigi. Ma Bruna Rotunno cela un cuore avventuroso: «Mi sono armata di una Canon digitale, adatta a sopportare sabbia e sbalzi climatici, e sono partita per uno dei viaggi più intensi della mia vita». Ne è uscito un libro da ottobre in vendita in tutte le librerie italiane (Baby Cashmere, editore Skira). In duecento immagini di grande fascino ed equilibrio, che nulla concedono al facile effetto, si racconta il mondo arcaico e infinito della Mongolia: i cieli e le nubi gonfie di sabbia, i laghi gelati, la solitudine. E la vita dei pastori che ogni anno a maggio tosano non solo gli adulti ma anche i cuccioli di Hircus (è quello infatti il baby cashmere). Sono caprette candide che si lasciano docilmente pettinare per lasciare nelle mani del pastore trenta grammi di pelo. È da quel pelo bambino che l’abilità del lavoro italiano trae un filato morbidissimo e caldissimo. Il massimo del lusso. Ma un lusso ottenuto senza uccidere animali né tormentarli, senza devastare fiumi e distese d’erba, senza alterare ritmi antichi di vita e di lavoro, senza forzare l’anima di una gente. Sembra un’utopia invece si può fare.
 

VITA.IT

(14 settembre 2009)

Un esempio di solidarietà sull'asse Italia-Mongolia andato a buon fine. Nadiansuren Otgongerel, per gli amici Oghi, 33 anni, focomelica, in Mongolia dove vive potrà usare protesi alle gambe grazie alla sensibilità e alla professionalità di alcuni soggetti particolarmente meritori. A raccontare questa splendida storia è il sito www.vita.it attraverso la lettera di Federica Bianchi, presidente dei Disabili No Limits. «Nadiansuren Otgongerel, "Oghi", nata in Mongolia il 19-12-1976, affetta da focomelia e in condizioni indigenti dal punto di vista economico, ha conosciuto Claudio Benetton nell'ottobre 2008 ad Arvaikheer, tramite padre Giorgio Marengo dei Missionari della Consolata che da alcuni anni operano in Mongolia (http://www.mongolia.it/articoli.htm). In seguito a quel viaggio  Benetton rimase molto colpito dall'intraprendenza della ragazza che senza due gambe e due mani era assolutamente autonoma negli spostamenti, nel vestirsi, lavarsi e nel mangiare, ma vedendo le difficoltà che aveva a causa delle scarse performance e dell'elevato peso delle sue protesi, decise di aiutare la ragazza in qualche modo.
In seguito ad un articolo apparso su di un giornale Claudio Benetton conosce Bonacini Daniele, amputato, che ha fondato la
Roadrunnerfoot Engineering srl per rendere la tecnologia accessibile all'utenza e membro di Disabili No Limits, una associazione senza fine di lucro che mira a donare ausili a soggetti disabili economicamente indigenti. Decise di contattarlo e insieme si fecero la promessa che avrebbero aiutato OGHI. Grazie ad una piccola donazione della Croce Rossa di Montebelluna e del Lions Club di Valdobbiadene (TV), per coprire i costi di produzione dei pezzi e della manodopera, ma soprattutto alla volontà e alla disponibilità dell'Ortopedia Pirola, gestita dalla famiglia Pirola da tre generazioni, presente a Monza da più di 60 anni e pronta ad accettare le sfide che si presentano nell'ortopedia, è stato possibile realizzare due protesi ortopediche tecnologicamente avanzate: riduzione del peso delle protesi rispetto a quelle utilizzate da OGHI (2,5 kg contro i 5 kg delle precedenti) e montaggio sulle protesi di OGHI due piedi in fibra di carbonio ad accumulo e restituzione di energia, che consentono ad OGHI di camminare in modo fluido e senza un elevato dispendio energetico. Inutile dire che si poteva leggere negli occhi di OGHI, quando le protesi erano finite, la felicità che si vede negli occhi di un bambino davanti ai regali sotto l'albero di Natale. Forse questo episodio farà da preludio ad imprese più grandi come quella della fornitura delle protesi in Africa, tema molto a cuore di Disabili No Limits e per cui la nostra associazione si batte da ormai due anni per reperire i fondi necessari a fornire una protesi di concept occidentale al costo di circa 250 euro».

 

CORRIERE DELLA SERA
(7 settembre 2009)

Raccontano la loro avventura, i tre studenti di Milano che hanno partecipato al Mongolia Charity Rally, nell'articolo pubblicato dal Corriere della Sera. Alla domanda di Rossella Ivone "che cosa ricorderete di questo viaggio?", Tommaso Goisis risponde: "I paesaggi. Le vette dell'Asia, i laghi di montagna, la natura incontaminata di questi spazi senza fine. E poi l'accoglienza delle popolazioni locali. Vivono con poco, eppure hanno diviso con noi il loro cibo. In un villaggio mongolo, una sera che nevicava, una famiglia ci ha invitati nella propria casetta per offrirci del latte caldo". Per conoscere maggiori dettagli dell'iniziativa benefica, sostenuta anche dal nostro sito mongolia.it vedi la sezione NEWS.
 

LA REPUBBLICA (28 luglio 2009)
La Mongolia in bicicletta.Ce la propone Anna Maria De Luca sui Viaggi di Repubblica e su repubblica.it (l'articolo completo nella sezione DOSSIER) che racconta l'avventura del Mongolia Bike Challenge, la sfida affrontata dal bresciano Willy Mulonia. "Una novità
assoluta nel panorama delle competizioni sportive in mountain bike. Una gara durissima sia dal punto di vista fisico che psicologico nelle terre da dove partirono, nel XIII secolo, i pastori mongoli comandati da Gengis Khan lanciati verso la conquista dell’Europa centrale, della Cina e del Medio Oriente. Si parte dalla capitale Ulaan Baator e si attraversa il cuore naturalistico della Mongolia, pedalando tra le steppe e affrontando le dune del deserto del Gobi e la taiga boreale. Un’avventura lontana dalle rotte turistiche: dieci tappe e millequattrocento chilometri da percorrere in bike. Un dislivello complessivo in salita di 14.000 metri, con strappi fino al 25%. Paesaggi mozzafiato, deserti dall’atmosfera magica e praterie incontaminate sono la cornice ideale per una gara certamente dura ma non eccessivamente impegnativa dal punto di vista tecnico. In Mongolia infatti c’è tutto quello che un innamorato dell’avventura può desiderare. La prima edizione della manifestazione è in programma dal 7 al 22 agosto 2010.

 

CORRIERE DELLA SERA (6 luglio 2009)
Tre studenti più una 4x4 più 16mila chilometri di strade. La somma è il Mongolia Charity Rally 2009. Partenza da Londra l’11 luglio, sabato prossimo; arrivo a Ulaan Baatar, capitale mongola, dopo trenta, quaranta giorni. Dipende: dalla resistenza, dall’abilità, dalla fortuna. Come premio, il patrimonio di conoscenza ed emozioni che i viaggiatori accumulano frontiera dopo frontiera. E che a occhio e croce dovrebbe essere più ingente di quello che Tommaso, Giovanni e Lorenzo, i tre studenti milanesi in partenza per il deserto dei Gobi e oltre, potrebbero mai mettere da parte in un’estate «normale».

Lo scopo del Mongolia Charity Rally è benefico: portare aiuto ai bambini. I partecipanti, oltre alla tassa d’iscrizione, devono versare 1.300 euro a un’associazione a loro scelta tra quelle pro-infanzia. Gli organizzatori, inglesi, invitano a partire con mezzi speciali, dai fuoristrada alle ambulanze, perché tagliato il traguardo i veicoli vengono ceduti a una fondazione locale o battuti all’asta per finanziare i progetti della fondazione stessa.

Tommaso Goisis, primo anno di psicologia, fa volontariato alla Casa Magica Onlus e due anni fa - con la famiglia - ha attraversato il deserto omanita. Giovanni Scolari ha appena finito la maturità scientifica: a 16 anni è andato da Milano a Barcellona in scooter. Lorenzo Fumarola, altra maturità scientifica, è scout, volontario di Casa Magica e Croce Rossa, e lo scorso inverno - con la famiglia - ha girato Cile e Argentina. «Abbiamo visto su Youtube il video di due inglesi e siamo rimasti folgorati», spiega Tommaso. Si sono guardati negli occhi e il messaggio che passava in sovrimpressione era lo stesso: andiamo. Ma senza mamma e papà, questa volta. Con le loro forze, e quelle degli sponsor. Perché i ragazzi sono tosti e trovano quello che cercano. Iveco mette a disposizione un poderoso Massif; Bosch e Pirelli coprono le spese di viaggio; il Corriere della sera pensa all’offerta pre-partenza; dalla Canon arrivano le videocamere con cui verrà girato il diario di viaggio. La fantasia non scarseggia: l’impresa viene battezzata exploro ego sum e finisce nella rete con il sito www.exploroergosum.it.

Nel frattempo, i nostri, sentono gli esperti: Federico Pistone, profondo conoscitore della Mongolia, e Romano Girardi dell’officina Offquattro, che prepara come si deve il Massif. Bussano al Comune di Milano, dove trovano un entusiasta assessore alle Aree cittadine, Andrea Mascaretti, che li nomina «ambasciatori itineranti» di One dream, one city. «Un progetto — spiega Mascaretti — che ha l’obiettivo di attrarre giovani talenti da tutto il mondo, perché completino qui, nelle università e nelle imprese milanesi, la loro formazione. I ragazzi porteranno questo messaggio d’accoglienza fino in Mongolia».

I tre, adesso, contano i minuti e nei loro occhi lampeggia in sovrimpressione la scritta: andiamo per davvero. Mentre i genitori, orgogliosi e commossi, per darsi un contegno dicono di non vedere l’ora che partano... Non li perderemo di vista: Tommaso, Giovanni e Lorenzo terranno aggiornato il video-diario sul canale Motori del Corriere.it e racconteranno tutto sui prossimi numeri del Corriere Motori. Per ora: in bocca al lupo, ragazzi.

 

L'ECO DI BERGAMO (14 aprile 2009)
I Riuniti al lavoro per aiutare
un ospedale della Mongolia

«L’ambiente in cui ci siamo trovati ad operare è da ospedale del terzo mondo. Ha bisogno di tutto, dalle attrezzature mediche ai farmaci, dagli arredi agli ascensori. Non c’è la rianimazione, gli impianti elettrici sono quelli in uso da noi negli anni 50-60, con frequenti e prolungate interruzioni di energia. I ferri vengono sterilizzati con alcol e ebollitori e le radiografie vengono sviluppate con un antico sistema di vasche all’interno di una camera oscura». È questo il triste ritratto dell’ospedale di Arvayheer nella Mongolia Centrale, fatto da Giancarlo Schiavon, chirurgo pediatrico all’Ospedale di Treviso e membro dell’Associazione WOPSEC (World of Pedhiatric Surgery for Emergency Countries), alla Direzione aziendale dei Riuniti di Bergamo e ad alcuni operatori ospedalieri, convocati nei giorni scorsi nella Sala Consiliare di Largo Barozzi. Scopo della riunione era quello di pianificare un progetto di cooperazione tra i Riuniti e l’ospedale di Arvayheer, struttura sanitaria di riferimento per tutta la fascia centrale della Mongolia, tramite il confronto con il dottor Schiavon, che nell’ospedale mongolo ha già eseguito oltre 50 interventi chirurgici e 300 visite durante la sua prima missione nell’ottobre scorso. Gli ospedali di Bergamo hanno conosciuto l’Ospedale di Arvayheer tramite Padre Ernesto Viscardi, un missionario bergamasco della Consolata di Torino, in missione con altri confratelli in Mongolia. Padre Viscardi si è rivolto al direttore generale dei Riuniti Carlo Bonometti, chiedendogli di assegnare all’Ospedale di Arvayheer alcune attrezzature sanitarie che si rendessero disponibili al momento del trasferimento nel nuovo ospedale.
«Nel novembre scorso due nostri operatori, un capo sala di area medica e un infermiere esperto nell’area chirurgica, si sono recati sul posto – ha spiegato il direttore amministrativo Gianpietro Benigni -. Io stesso, in quel periodo nel Paese asiatico in veste privata, ho collaborato con loro per raccogliere tutte le informazioni utili e abbiamo verificato le condizioni della struttura ospedaliera. La cosa che ci ha stupito di più è stata la presenza di diverse attrezzature tecnologicamente avanzate, frutto di donazioni all’interno di progetti di cooperazione internazionale, che non vengono utilizzate perché il personale non è stato addestrato ad usarle. È importante quindi non ripetere questo errore. La maggior parte delle attrezzature del nuovo ospedale saranno di nuova acquisizione, quindi stiamo individuando alcune realtà a cui destinare questi macchinari, tra cui l’Ospedale di Arvayheer. Ma accanto alle apparecchiature dobbiamo prevedere dei momenti formativi in modo da fornire loro anche i mezzi per usarle».
Il progetto che gli Ospedali Riuniti vorrebbero sviluppare prevede degli interventi strutturali, e in particolare la ristrutturazione di alcuni servizi essenziali come il pronto soccorso, la radiologia, le sale operatorie e le terapie intensive, che dovrebberoessere dotate di alcune attrezzature attualmente in uso nei medesimi servizi dei Riuniti e che verranno dismesse al momento del trasferimento nel nuovo ospedale. Nella foto, Gianpietro Benigni, Carlo Bonometti e Giancarlo Schiavon

 

L'ECO DI BERGAMO "Il lavoro cala, noi andiamo in Mongolia - Dalla Val Seriana e da Spinone ad Ulan Bator per realizzare strade: la sfida di quattro imprenditori edili". La storia raccontata dal quotidiano L'Eco di Bergamo del 10 gennaio 2009 è davvero singolare. Con la crisi e la difficoltà di reperire ordini in Italia, i quattro intraprendenti bergamaschi hanno fondato l'azienda Baserose e hanno deciso di spingersi fino in Mongolia, dove il lavoro non manca e la burocrazia sembra molto più spiccia che da noi. "Pochi giorni fa - si legge sull'articolo di Guerino Lorini - il governo mongolo ha confermato alla ditta italiana un primo importante lavoro per l'equivalente di circa 80 milioni di euro: la realizzazione di una strada di oltre 100 chilometri per unire la capitale Ulan Bator a un nuovo bacino minerario". "Al ministero mongolo - spiega uno degli imprenditori - sanno come lavoriamo in Italia e sono ben contenti di averci. In Mongolia, contrariamente a quanto accade da noi, il governo cerca di andare incontro alle esigenze dell'azienda. La pubblica amministrazione non solo paga nei tempi previsti, ma anche in anticipo". E' prevista l'assunzione immediata di un centinaio di operai locali e di uno staff tecnico bergamasco. La Baserose è la prima azienda italiana che in Mongolia è incaricata di progettare e realizzare nuove arterie stradali.

 

D di REPUBBLICA Anche il settimanale al femminile di Repubblica si occupa di Mongolia con un articolo (del 15 ottobre 2008) di Davide Scagliola, che proponiamo integralmente nella sezione DOSSIER. Accompagnato dalle belle foto di Emanuele Cosmo, il testo spazia dall'epoca di Gengis Khan ai giorni nostri con escursioni intime. E' anche la storia di una fotografia: "Il ragazzo - che non poteva avere più di una quindicina di anni - si sedette come se niente fosse e si mise a bere da una borraccia di pelle di capra. Si faceva apparentemente gli affari suoi. Guardava spesso le mie macchine fotografiche e poi il suo cavallo e tornava a bere. Prima che io potessi capire le sue intenzioni si alzò, mi prese dolcemente la Canon dalle mani, mi aiutò ad alzarmi e mi mise testa a testa vicino al suo quadrupede arruffato. Si allontanò di qualche passo, guardò il sole alle sue spalle e fece click senza mettere a fuoco né esporre come si deve". "Quando sviluppai le foto (in quel viaggio non si usava ancora il digitale) però non trovai nessun mio ritratto vicino al cavallo nella luce del mattino. Niente, in nessun rullo. Le sequenze d'avvicinamento del cavaliere erano lì, ma di me nessuna traccia. In compenso c'era una bella foto del ragazzo e del suo compare a quattro zampe che guardavano verso il sole, in una bella posa plastica. Sembrava il mio stile, ma c'era un tocco più gentile nell'inquadratura che io non avrei usato. Era piuttosto la mano di un ragazzo, inesperto ed evanescente come la bruma mongola". 

IL MANIFESTO L'impresa del judoka mongolo Tuvshinbayar Naidam, prima medaglia d'oro nella storia delle Olimpiadi, ha trovato ampio spazio anche sulla stampa italiana. "il manifesto" del 15 agosto 2008 pubblica un articolo a pagina 4, intitolato "Mongolia nella storia con le mosse della tradizione". Il testo completo nella sezione Dossier. "Prima, all'esordio assoluto, ha messo giù il campione olimpico uscente, il giapponese Keiji Suzuki (oro ad Atene e campione del mondo nel 2003 e 2005). Poi in finale si è sbarazzato del kazako Askhat Zhitkeyev e si è portato a casa la prima medaglia d'oro in assoluto per il suo paese (bronzo all'azero Movlud Miraliyev e all'olandese Henk Grol). Si tratta di Tuvshinbayar Naidan, judoka della Mongolia, categoria 100 chili. Per il suo paese è un traguardo sportivo storico e leggendario. «Non ci sono parole per descrivere la mia gioia - ha detto Naidan al termine della finale - dedico il successo alla mia famiglia e a tutti quanti mi hanno supportato in questi anni». L'atleta della Mongolia, 24 anni, passato al judo nel 2000, utilizza mosse della tradizione mongola del wrestling che ne fanno un judoka possente e determinato oltre che altamente tecnico. Non a caso ha fatto secco il giapponese detentore dell'oro olimpico in un modo che alcuni tecnici hanno definito «irriverente»: con un ippon, che nel judo equivale al ko della boxe, la schienata nella lotta. Si vince subito in quel modo. Poi ha menato fino alla finale dove lo sventurato Zhitkeyev non ha avuto scampo".
 

AMERICAN PHOTO Che fosse un luogo meraviglioso era risaputo. Ora arriva anche la conferma che la Mongolia è anche la terra più "fotogenica" del pianeta. Lo scrive l'autorevole rivista "American Photo" che dedica la copertina del numero di giugno 2008 e un ampio servizio interno ai 10 luoghi del mondo che "bisogna fotografare". Vengono proposte delle splendide immagini dal portfolio di Luca Trovato: "Sono rimasto incantato da questo Paese. La gente è straordinariamente gentile e ospitale e vive come mille anni fa". Oltre alla Mongolia, American Photo indica le altre località da non perdere, inserendo anche un bel pezzo d'Italia: Roma, la Toscana e la Sicilia. Per completare i "magnifici 10": le isole greche, l'Alaska, le Smoky Mountains, lo Zambia, la Sierra Nevada e le Galapagos. Nella guida sulla Mongolia edita da Polaris e scritta da Federico Pistone (in uscita a giugno 2008) è dedicato un intero capitolo a come e cosa fotografare in Mongolia, con indicazioni pratiche sull'attrezzatura consigliata, sui rischi e sulle modalità per non perdere nemmeno un clic, che il più delle volte diventa capolavoro.

 

TRAVELLER "Era tarda primavera quando sono andata per la prima volta in Mongolia. Ci sono arrivata in treno dalla rumorosissima e affollatissima Pechino e mi sono innamorata dei vasti spazi vuoti che regalano una libertà inebriante". Comincia così il reportage di Ilaria Maria Sala apparso sul numero di maggio 2008 della rivista Traveller Condé nast. Ad accompagnare il racconto, splendide immagini in bianco e nero del fotografo americano James Whitlow Delano che saranno raccolte in un volume firmato postumo da Tiziano Terzani. Si intitola semplicemente "I viaggi" (Vallardi, 192 pagine, 30 euro). Dice Delano di Terzani: "Non ho mai incontrato una persona che abbia avuto una relazione con lui che, nominandolo, non abbia sorriso".

PANORAMA TRAVEL Sul numero di aprile 2008 di Panorama Travel (in edicola a 3,90 euro)ampio servizio sulla Mongolia di Paolo Novaresio con foto, molto belle, di Federico Klausner. Il reportage si dipana tra l'antica capitale Karakorum e quella attuale, Ulaanbaatar, moderna e frenetica. Ad accomunare le due anime della Mongolia è lo spirito di Gengis Khan che aleggia ovunque: "E' tornato a essere l'indiscusso Padre della Patria - scrive Novaresio -. la sua effigie appare ovunque, sull'etichetta delle bottiglie di vodka come sui tappeti, sui francobolli e sulle banconote". Al termine del servizio, Klausner traccia una scheda del Paese, indicando anche alcuni siti internet, tra cui (l'unico italiano) il nostro www.mongolia.it. Che ringrazia.

 

I VIAGGI DI REPUBBLICA Un sontuoso articolo sulla Mongolia compare su I Viaggi di Repubblica (numero 497, 13 marzo 2008). Il fotoreporter Antonio Politano www.antoniopolitano.com racconta i suoi "racconti ravvicinati con i nomadi delle tende circolari" attraverso splendide immagini e intense impressioni di viaggio. "Appena fuori la capitale - scrive Politano - lo scenario muta. In gran parte, diventa privo di presenza umana. Per lo sguardo del viaggiatore amante dei grandi spazi, è un piacere. Si vedono piccolo gruppi di gher alle pendici delle colline ondulate prive di alberi, al limitare delle valli, in posizione strategica per controllare la piana dove pascola il bestiame e i fianchi dei rilievi dove si inerpicano gli animali". Nel servizio viene segnalato il nostro sito: "www.mongolia.it, il sito più completo, propone dal tour classico all'itinerario attraverso le aree meno battute dal turismo, al viaggio speciale in occasione dell'eclisse totale di sole del prossimo agosto".

 

FLAIR  Il mensile Mondadori (nel numero di febbraio 2008) propone un servizio singolare dedicato alla Mongolia. La storia di un bambino autistico, Rowan, il cui "guscio della solitudine" riesce finalmente a incrinarsi solo durante un viaggio a cavallo nelle steppe mongole. L'articolo di Luca Rosati, con foto di Justin Fin, racconta la semplice e straordinaria avventura di questo bimbo di 6 anni le cui condizioni si stavano aggravando rapidamente. Da qui la decisione dei due genitori, l'americana Kristin e l'inglese Rupert, di tentare la "terapia mongola". "Sono due i miracoli avvenuti in Mongolia", raccontano papà e mamma. "Il primo è che Rowan  ha iniziato ad apprendere e ad applicarsi. Nel parlare, nel cavalcare, nel controllare il proprio corpo. L'altro è che il bambino si è fatto un amico". Una bella storia, diversa, che ci descrive la Mongolia come una grande madre protettiva e addirittura taumaturgica, sullo sfondo di scenari di libertà e spiritualità allo stato puro. L'articolo prosegue: "Rowan va in bagno da solo, controlla le sue emozioni, ha tre amici nel vicinato, progredisce nel leggere e nel cavalcare senza aiuto".

 

LIBERAZIONE  Il quotidiano comunista "Liberazione" del 23 settembre 2007 pubblica un articolo di Silvana Cappuccio sulle drammatiche condizioni di milioni di bambine nel mondo che lavorano in miniera. Anche la Mongolia rientra in questo studio e proprio a Ulaanbaatar nei giorni scorsi si è tenuta una conferenza internazionale per individuare interventi urgenti per affrontare l'emergenza. Come si legge sull'articolo: "La Mongolia è stata la sede prescelta perché un numero crescente di pastori ha lasciato negli ultimi quindici anni la steppa per il lavoro in miniera, dove purtroppo sono entrati insieme agli adulti migliaia di bambini a seguito dei bruschi processi di liberalizzazione che hanno investito il paese. Secondo le stime che vi sono state presentate, in circa 50 paesi lavorano oggi oltre 20 milioni di persone, in miniere di piccole dimensioni e a conduzione artigianale. Da loro dipende la vita di 100 milioni di familiari. I minori coinvolti sono più di un milione e mezzo, bambini a cui vengono negati sia il presente che il futuro. Ignorare la condizione di genere aggiunge un pesante elemento di ingiustizia ed aggrava l'invisibilità di chi non ha voce né strumenti di difesa". Per leggere l'articolo completo cliccare qui.

 

LA PROVINCIA  Divertente e affettuoso articolo del quotidiano La Provincia di Lecco su Federico Pistone, giornalista del Corriere della Sera e titolare del sito www.mongolia.it. L'articolista Gianfranco Colombo ricorda quando Pistone era telecronista degli incontri di calcio della squadra bluceleste del Lecco (tre stagioni in serie A negli anni Sessanta), di cui è ancora appassionato e a cui dedicherà un nuovo libro storico. Ma il discorso cade fatalmente sulla Mongolia e lo spunto è l'articolo apparso sul Corriere dedicato al lottatore di sumo Asashoryu (clicca qui per leggerlo). Colombo ricorda l'intervista di Federico Pistone del c.t. della nazionale mongola Ishdorf Otgonbayar: "Quando l'ho intervistato mi ha detto che il suo allenatore preferito è Lippi, ma quando gioca deve applicare i metodi del Trap, lo chiama proprio così, e non disdegna il catenaccio". (Nelle foto pubblicate dalla Provincia, da sinistra: il ct mongolo Otgonbayar con Pistone, al centro insieme a una famiglia Tsaatan e a destra l'esultanza dell'allenatore Gustinetti per una promozione del Lecco).

 

L'UNITA' Il quotidiano L'Unità del 14 agosto 2007 dedica una pagina di reportage sulla Mongolia firmato da Silvana Cappuccio. Molto interessante il taglio dell'articolo che abbandona i consueti stilemi della stupefatta e a volte stucchevole narrativa di viaggio, per raccontarci aspetti più reali della vita sociale di questa terra così delicata. Partita con una spedizione internazionale dei sindacati tessili, la Cappuccio si addentra nelle pieghe dell'economia mongola, disegnando un quadro preciso: "Negli ultimi anni l'economia è cresciuta ma la disoccupazione rimane alta, molto al di sopra dei dati ufficiali del 3,3%. La repentina privatizzazione delle fabbriche, l'arrivo di imprenditori stranieri, l'estensione di processi di subappalto hanno di fatto spiazzato i sindacati, a cui viene spesso perfino impedito l'accesso ai luoghi di lavoro". ma ci sono anche delle valutazioni più emotive: "Merita un viaggio, una vacanza che mai, come in questo caso, sarebbe davvero 'intelligente' perché arricchisce il cuore e la mente".

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CORRIERE DELLA SERA "Il gigante è in lacrime. Asashoryu, centocinquanta chili di muscoli e ciccia, il più grande lottatore di sumo della storia, a 26 anni è un relitto. E' segregato nella sua casa di Tokio, guardato a vista come un delinquente agli arresti domiciliari e ormai all'esaurimento nervoso. E' la vendetta del Giappone, umiliato per troppi anni da questo mongolo orgoglioso ("sono un discendente diretto di Gengis Khan") che ha sbaragliato tutti i campioni nipponici diventando l'incontrastato dominatore di una disciplina nata duemila anni fa nei templi scintoisti come arte mistica per pochi eletti". Comincia così il lungo e appassionato articolo di Federico Pistone sul Corriere della Sera dell'8 agosto 2007. E' una storia ai limiti dell'incredibile e della crisi diplomatica. Asashoryu (che in giapponese significa "drago azzurro del mattino") è stato squalificato per tre mesi e costretto a non lasciare la sua casa di Tokio per avere giocato una partita di calcio per beneficenza a Ulaanbaatar ("Una tv mongola ha ripreso il molosso mentre dribbla agile e felice come un ragazzino"). La federazione giapponese non si è lasciata intenerire e ha approfittato dell'occasione per infliggere al campione mongolo la pena più severa della storia di questo sport. "Asashoryu - si legge nell'articolo - si sente perseguitato, è stanco, malato di nervi e di nostalgia per l'amata Mongolia. L'unico modo per guarire, dice lo psichiatra che lo ha in cura, è di tornare nella pace della sua terra. Tokio è diventata troppo cattiva, anche per il drago azzurro del mattino".

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FAMIGLIA CRISTIANA Il settimanale cattolico, sul numero del 3 giugno 2007, dedica due pagine alle "Autostrade di Marco Polo", cioé il progetto cinese di costruire arterie a scorrimento veloce lungo la leggendaria via della seta. L'articolo, su cui campeggia l'immagine di Karakorum, è scritto da Ida Molinari che ha incontrato il professor Daniel Waugh, direttore dell'Istituto per la via della seta della Washington University. Waugh parla dei preziosi ritrovamenti dopo recenti scavi in Mongolia e ricorda come "in questi climi secchi, tombe, mummie, petroglifi si sono conservati benissimo". Le immagini testimoniano di monili, vasi e pitture davvero splendidi, che aprono nuovi scenari sullo studio delle culture che popolavano queste terre prima dell'avvento di Gengis Khan. Peccato che l'articolo sia troppo concentrato e didattico, non offre spunti reali di approfondimento e soprattutto non coglie (e anzi sembra incoraggiare) il dramma a cui è destinata la Mongolia: diventare di nuovo "terra di conquista" soprattutto da parte degli invadenti cinesi. Dodici "autostrade" che tagliano steppa e deserto significano la morte di una terra magicamente rimasta intatta per secoli. Con la scusa della riscoperta culturale, si sta distruggendo una civiltà che gli stessi intellettuali cinesi (ovviamente censurati dalle autorità di Pechino) stanno esaltando e prendendo ad esempio contro la decadenza morale e sociale della Cina: come nel film premiato con l'Orso d'Oro 2007 "Il matrimonio di Tuya" o con il libro record di incassi in Cina "Il totem del lupo" (vedi sezione Libri).

 

LUOGHI DELL'INFINITO (mensile di "Avvenire") "Una terra essenziale, sovrastata da un blu definitivo. Dove l'orizzonte è circolare e lo spazio ti avvolge. Se l'assoluto possiede una sua materialità, qui la tocchi, la vedi, la respiri". Così Anna Maria Brogi definisce la Mongolia nello splendido servizio, con fotografie di Federico Pistone, realizzato dal mensile di Avvenire "Luoghi dell'infinito", in edicola a partire da martedì 6 marzo 2007 (2 euro compreso il quotidiano).

Dieci pagine da conservare per tutti quelli

che amano la Mongolia o che vogliono conoscerla, con una scheda di informazioni pratiche. "La Mongolia - racconta Anna Maria Brogi nel suo appassionato e lucido resoconto - non conosce mezze tinte. C'è chi l'accusa di monotonia. Come se l'assolutezza potesse risultare monotona... Spazi del nulla, o del tutto. Dove ti può afferrare l'angoscia della solitudine. Oppure ti può invadere un senso di appagamento, un'euforia serena. Tracciare un itinerario? Impossibile. Inutile. Come fare la gincana in pieno Atlantico o disegnare parcheggi nel Grande Mare di Sabbia. In Mongolia non ci sono vere città, se non la capitale Ulaan Baatar, e rarissime sono le strade. Pertanto non esistono mete, se non immaginate. Si può andare verso ovest, o a est. Più impegnativo dirigersi a sud, nel deserto del Gobi, o verso nord nella taiga che annuncia la Siberia. In nessun luogo come qui s'invera l'intuizione di Antonio Machado: 'E' camminando che si fa il cammino'. A piedi, a cavallo o in fuoristrada. Lungo il cammino accade di sostare. per incontrare qualcuno, per scambiare ospitalità. E' l'usanza dei nomadi che ti accolgono senza parole e senza complimenti... Nei vestiti si accendo o i colori: la fascia che chiude ai fianchi il del (la lunga veste, per uomini e donne) è gialla o arancio, fucsia o rosso fuoco i nastri che infiocchettano i capelli neri delle bambine. Dentro la gher, tappeti e cassapanche si scaldano delle tonalità solari più sgargianti, dal croco al corallo al vermiglione. Al centro brilla il fuoco della stufa. Un desiderio di luce e di calore che parla dei lunghi inverni a trenta e quaranta gradi sottozero... Non ci sono grida, non ci sono richiami. Il suono di questa terra è il silenzio, e il fruscio del vento. Morbido dal Gobi, tagliente da settentrione. Senti distintamente il rumore che produce la bocca di un cavallo nello strappare l'erba. Avverti fragoroso, spumeggiante, lo slancio di un branco che guada il torrente... Riascolti la nota prolungata e bassa della conchiglia in cui soffiano i monaci. E' il richiamo alla preghiera nei monasteri buddisti: lo senti a Erdene Zuu, nell'antica capitale Karakorum, e davanti ai templi di gandan a Ulaan Baatar. Eppure questa terra desertica è affollata. Di fantasmi, storie, personaggi. Figure di rango, spesso straordinarie. Al primo posto d'obbligo, Gengis Khan. Fu lui a unificare le tribù sotto il suo comando e a guidarle alla conquista del mondo...".

 

SECOLO XIX Il caso Colleoni è diventato ormai una telenovela quotidiana. Sotto i riflettori, il Console onorario della Mongolia, assunto come docente all'Università di Macerata in base alla legge del "rientro dei cervelli in Italia" e subito sospeso dopo le denunce di alcuni quotidiani nazionali, in particolare il Secolo XIX e il Corriere della Sera.  Il rettore dell'ateneo marchigiano Roberto Sani ha querelato il Secolo XIX per le dichiarazioni che avrebbero "distrutto l'immagine di un'Università storica" (sopra, l'antico simbolo dell'Ateneo) e ha lanciato pesanti accuse contro il ministro Fabio Mussi, che aveva avallato l'assunzione di Colleoni. Sul quotidiano genovese di oggi, giovedì 1° febbraio 2007, Luciano Modica (foto a destra),  sottosegretario all'Università e professore ordinario di matematica a Pisa, difende il Governo. "E' l'Università e non il Ministro - dichiara Modica - a dover fare gli accertamenti".

CORRIERE DELLA SERA A un solo giorno di distanza dalla denuncia di alcuni quotidiani italiani, ci sono già sviluppi clamorosi sul caso Colleoni, il sessantenne console onorario della Mongolia in Italia assunto come docente di geografia economica-politica all'Università di Macerata in base alla legge 230 (rientro dei "cervelli" in Italia - vedi articolo Corriere della Sera 30 gennaio 2007. A sinistra, il ritaglio del Corriere del 31 gennaio 2007). A seguito della segnalazione da parte del Corriere della Sera e del Secolo XIX, il Ministro dell'Università Fabio Mussi (nella foto a sinistra) ha deciso di sospendere la nomina a Colleoni. C'è già una replica del rettore dell'ateneo di Macerata, Roberto Sani (foto a fianco): "La chiamata di Colleoni è stata firmata dallo stesso ministro Mussi". Il caso evidentemente resta aperto. Invitiamo a esprimere il vostro parere nel forum: info@mongolia.it

 

CORRIERE DELLA SERA Scoppia il caso di Aldo Colleoni (foto), console onorario della Mongolia in Italia. "Il rientro del cervello mongolo che non ha mai lasciato l'Italia" titola il Corriere della Sera di martedì 30 gennaio 2007 in un articolo di prima pagina scritto da Gian Antonio Stella (vedi ritaglio a fianco). Si tratta dell'assunzione come professore universitario di Colleoni nell'ambito del programma sul "rientro dei cervelli" italiani dall'estero. "Il progetto «Rientro dei Cervelli» per riportare in Italia i giovani genii espatriati - scrive Stella sul Corriere - si chiude domani con un trionfo: dalla mongola Ulaanbaatar, ad esempio, è tornato un sessantenne che non se n'era mai andato da Trieste. Il rimpatriato adesso ha la cattedra all’università di Macerata. Si chiama Aldo Colleoni e il suo percorso accademico, che secondo l’ateneo marchigiano è formalmente ineccepibile, merita di essere raccontato". Per leggere l'intero testo dell'articolo cliccare qui.  

SECOLO XIX Ma già il giorno precedente, lunedì 29 gennaio, il quotidiano Il Secolo XIX (vedi ritaglio a fianco) aveva riportato, sempre con richiamo in prima pagina, la vicenda, in termini ancora più polemici: "Nel motivare la nomina di Colleoni - scrive Francesco Margiocco - il Senato accademico ha indicato tra i suoi meriti quello di essere 'studioso di chiara fama in servizio presso l'Università Zokhiomj di Ulaanbaatar (Mongolia)'. Peccato - prosegue l'articolo del Secolo XIX - che l'Università Zokhiomj non esista. Ci sono una scuola di giornalismo Zokhiomj e una Ulaanbaatar University, dove però non insegna nessun Colleoni". Il caso è destinato ad avere ulteriori sviluppi, che seguiremo da vicino.

LA REPUBBLICA Gengis Khan un cinese? Pechino ci prova sfidando storia, geografia, diplomazia e buon senso. Lo riferisce il quotidiano La Repubblica (30 dicembre 2006) in una pagina del corrispondente Federico Rampini. "La sinizzazione di Gengis Khan - scrive Rampini - è un'operazione che ha molti obiettivi. Il più immediato consiste nel cancellare le differenze fra cinesi e mongoli, per consolidare il controllo del governo sulla vasta regione della Mongolia Interna, che confina con lo Stato indipendente della Mongolia: i due territori un tempo erano uniti, e tutto le tensioni autonomiste covano tra i mongoli e la Cina". L'articolo ribadisce "la tendenza del regime di Pechino ad appropriarsi del mito di Gengis Khan. Quello che ancora Mao Zedong descriveva come uno stratega militare geniale ma ignorante e crudele, oggi viene rivalutato come un condottiero dotato di tutte le doti del leader, un costruttore di imperi".

MILLIONAIRE La Mongolia è ormai diventata una meta non solo avventurosa ma anche esclusiva. Lo dimostra lo spazio che il numero di dicembre 2006 del mensile Millionaire dedica alla "Terra dal cielo blu" come viene definita nel titolo: quattro pagine in cui la realtà mongola viene raccontata attraverso un'intervista serrata a Roberto Ive, consulente di programmi di sviluppo economico e scrittore. Un esempio? Domanda: Perché visitare la Mongolia? Risposta: Per i suoi spazi, i suoi orizzonti e quel senso di natura primordiale che ispira. E' un posto come l'Amazzonia o il Polo, la natura qui esprime la sua forza e ci fa vedere un mondo in cui, a differenza dell'Occidente non tutto è scontato". Belle le foto, molte le informazioni utili tra cui quattro siti. Il primo è proprio www.mongolia.it, definito "un sito con tanti contenuti firmati da esperti e giornalisti. In italiano". Grazie!). Tre i libri segnalati: "Mongolia" di Michael Kohn (Edt), "Uomini renna" di Federico Pistone (Edt) e "Mongolia, itinerari ai confini del nulla" di Roberto Ive.

DREAMTEAM "Due tiri con Gengis Khan" è la "storia dell'altro mondo" scritta da Federico Pistone e pubblicata sul numero di novembre 2006 di DreamTeam, popolare mensile di basket. "Per tentare un tiro da tre - si legge nell'articolo, in cui Pistone firma anche le immagini - rischi di finire in mezzo alla foresta, braccato dai lupi della taiga. Il canestro c'è, l'altezza è vagamente regolamentare. Manca solo il campo, il pallone e, spesso, i giocatori. Soprattutto quando ci sono cinquanta gradi sottozero e il vento siberiano sibila senza pietà". Ma il servizio è una "scusa" per parlare di Sharavjamts Tserenjanhor, il campione della pallacanestro mongola, approdato al mitico team dei Globetrotters di Harlem, primo cestista asiatico entrato nella leggenda. Una storia straordinaria, cominciata nella steppa, fra mandrie di yak e capre, prima della consacrazione al basket internazionale. A New York lo hanno ribattezzato "Shark", lo squalo ma lui non dimentica le sue origini: "Vorrei poter uscire a cena con Gengis Khan per chiedergli come si fa a vincere sempre". Si parla di pallacanestro ma si parla anche di sport della Mongolia: "Tutto qui è tradizione mistica, antichi riti, tempra per sopravvivere al gelo impossibile dell'inverno e spirito nomade ereditato da Gengis Khan. Così i mongoli sono insuperabili in almeno tre discipline: lotta, tiro con l'arco e corsa dei cavalli. ma le gare si svolgono senza compromessi, secondo le leggi ancestrali della steppa...". Per leggere gli articoli completi vai a sezione SPORT

 

IL VENERDI' DI REPUBBLICA Il Venerdì di Repubblica del 30 giugno 2006 riserva alcune pagine alla Mongolia e, in particolare, agli 800 anni dell'impero di Gengis Khan. La giornalista, Angelica Tragni, ricorda che "la riabilitazione ufficiale è avvenuta nel 1997. Gengis Khan, considerato dal precedente regime filosovietico un simbolo del feudalesimo e del precapitalismo, viene riconosciuto dal nuovo Governo della Mongolia come padre fondatore della patria". Ma l'articolo è anche l'occasione per parlare di musica e dei recenti concerti che hanno unito Mongolia e Italia (vedi News). "E in quegli spazi immensi il modo migliore per spezzare la solitudine, dopo la vodka, è la musica... Suoni antichi che hanno affascinato anche artisti di casa nostra. Sullo stesso palcoscenico si sono riuniti l'Ensemble di Stato mongolo Morin huur, Franco Battiato, Teresa De Sio, i Raiz, Mauro Pagani... Dopo cinque tappe italiane a giugno, il 14 luglio il concerto conclusivo nella capitale mongola per festeggiare Gengis Khan". E su Ulaanbaatar, Angelica Tragni scrive: "Se nella capitale si affolla un milione di abitanti e la modernità avanza a colpi di palazzi e di autostrade, non esagera il giornalista Federico Pistone, autore di Uomini Renna. Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan (Edt, pp 96, euro 9,50) quando afferma che 'basta camminare un chilometro fuori dalla capitale, oltre le colline sacre, e tutto va a posto, come mille anni fa'". 

 

IDEA VIAGGI Il numero di giugno 2006 di IdeaViaggi esce con uno speciale di "Vacanze nella storia" con un ampio servizio dedicato alla Mongolia, "terra senza tempo" (autore Federico Pistone, foto di Cristiano Lissoni). Lo spunto sono gli 800 anni dell'Impero di Gengis Khan: "Non serve una grande fantasia - si legge - per immaginare come doveva essere la Mongolia ottocento anni fa. Perché tutto è rimasto come allora. (...) "Questa sensazione di libertà e di quiete si avverte ancora oggi, percorrendo le steppe e i deserti della Mongolia: un paesaggio da togliere il fiato, punteggiato da animali selvatici, da mandrie e dalle piccole tende bianche dei nomadi che popolano questa terra, esattamente come ai tempi di Gengis Khan".  Il servizio comprende una guida sul Paese con i consigli per il viaggio, dove e quando andare, dove mangiare e dormire e altre informazioni utili. Per leggere il testo integrale cliccare qui

 

DARWIN Gli Tsaatan finiscono in copertina.  Darwin, bimestrale di scienze, dedica (nel numero di aprile 2006) agli Uomini renna della Mongolia un servizio di Eric A. Powell (editor di "Archaeology") che racconta la spedizione per decifrare l'enigma dei monumenti archeologici disseminati dagli antichi popoli nomadi nel lungo passaggio ai confini dell'Artico. "E' probabile - si legge nell'articolo - che questi eleganti e misteriosi megaliti siano stati eretti nelle regioni della Mongolia settentrionale e della Siberia meridionale dai nomadi dell'Età del Bronzo intorno al 1.000 a.C. Noti come Pietre dei cervi per le loro incisioni che raffigurano cervidi in volo, i monumenti rivaleggiano con i megaliti europei per complessità dei motivi e accuratezza della fattura. Un ulteriore motivo di interesse è dato dalle origini della domesticazione delle renne. Le renne - scrive Powell - si allevano in tutto il mondo artico, dalla Scandinavia alla Kamchatka, ma la pratica potrebbe aver avuto origine nella Mongolia settentrionale". Cliccare qui per andare al sito di Darwin. Per approfondire l'argomento Tsaatan esistono due pubblicazioni in italiano: "Uomini renna - Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan" di Federico Pistone (Edt 2004) e "Tsaatan - Gli Uomini renna della Mongolia", reportage di Federico Pistone e David Bellatalla (Periplo 2000). Cliccare qui per andare alla sezione Tsaatan

 

CORRIERE DELLA SERA La visita di Bush in Mongolia (21 novembre 2005) ha scatenato i media internazionali. Anche la stampa italiana ha offerto molto spazio all'evento. Vedi sezione NEWS. Ennio Caretto ha seguito l'evento per il Corriere della Sera (clicca qui o sull'icona per ingrandire il grafico). "Nella capitale più fredda del mondo - riferisce Caretto sul numero di martedì 22 novembre 2005 - Bush ha incontrato il presidente mongolo Nambariin Enkhbayar e il premier Tsahiagiyn Elbegdar. Il colloquio è avvenuto in una tradizionale tenda bianca che campeggiava nel cortile del palazzo del governo. La Mongolia mantiene centosessanta uomini a Bagdad e il presidente l'ha ringraziata per aver contribuito 'alla stupefacente trasformazione dell'Iraq' con i suoi 'guerrieri senza paura'. Perseguitato dal fantasma dell'Iraq per l'intero viaggio in Asia, Bush lo ha esorcizzato raccontando un vecchio detto: 'Si dice che una madre mongola diede una freccia a ciascuno dei suoi cinque figli chiedendo loro di romperle. I figli lo fecero, lei legò altre cinque frecce assieme e nessuno dei figli riuscì a spezzarle. La madre osservò: un fratello solo può essere sopraffatto in qualsiasi momento, ma tanti fratelli uniti mai'. Il richiamo all'unità americana nel conflitto iracheno è chiaro e forte". Sotto, nel ritaglio da Repubblica, le dichiarazioni di Bush che fantasiosamente paragona il "suo" Texas alla Mongolia. L'importante è che un giorno non paragoni il Texas alla "sua" Mongolia!

 

L'ESPRESSO Sul settimanale L'Espresso del 15 settembre 2005 appare l'articolo "La via del cashmere" di Valeria Palermi, che pone l'accento sulla scoperta di questo Paese da parte dei viaggiatori italiani. "Mai così di moda. Sulla stampa con incantati reportage e negli osservatori internazionali della politica come riuscito laboratorio di transizione dal comunismo a un nuovo capitalismo democratico. Al cinema con "La storia del cammello che piange" (...); in libreria con "L'impero di gengis Khan" di Stanley Stewart e "Mongolia" di Berardo Carvalho. I tour operator mettono "il paese del cielo sempre azzurro" in catalogo per i viaggiatori più sofisticati: 15 giorni tra hotel e yurta 3.500 euro, supplemento Naadam per il festival tradizionale di corse di cavalli, lotta e tiro con l'arco".  Nel servizio si parla di turismo ma anche di economia, con il cashmere: 4 mila tonnellate prodotte all'anno, l'oro della Mongolia: "Una capra dà solo 300 grammi di cashmere. Ci pensano poi le donne a selezionarlo. Le "shorting ladies" alla vista e al tatto sono capaci di dividerlo per colore (white, light grey, grey and brown) e leggerezza. Ne lavorano anche 200 chili al giorno a testa".

 

IL FOGLIO Un'intera pagina dedicata alla Mongolia appare il 27 agosto 2005 sul quotidiano Il Foglio. Particolarmente interessante e acuta la ricostruzione storica dell'autore, il prof. Massimo Introvigne, che spazia dagli Unni fino ai giorni nostri, con considerazioni personali, su cui lo stesso Introvigne è disposto ad aprire un dibattito con gli amici di www.mongolia.it. Per leggere l'articolo completo, cliccare qui (formato pdf).

 

TRIBE Sul numero di giugno 2005 del mensile Tribe, popolare magazine dedicato alla musica, trova spazio la Mongolia grazie alla recensione di "Salik", (scritto da Federico Pistone, illustrazioni di Cristiano Lissoni, Hablò Edizioni, 2005) racconto illustrato per bambini ambientato proprio nelle steppe e nel deserto mongoli. La valutazione del critico è decisamente lusinghiera, con il massimo dei voti (5/5). "Una storia che sa di vento e di spazi estesi - si legge sulla recensione  - ambientata nella lontana Mongolia, con tutto il fascino di un'antica fiaba e tanti spunti per saperne di più sugli usi e costumi del fiero popolo che la abita. Un libro da divorare. La magia del racconto è accresciuta dalle splendide illustrazioni che lo accompagnano". Vedi la recensione originale. Altre informazioni, nelle NEWS e LIBRI e nella scheda di SALIK.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL GIORNALE Il quotidiano Il Giornale di venerdì 27 maggio 2005 ospita la recensione del film documentario "La storia del cammello che piange" (Germania-Mongolia 2005, di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni, durata 89 minuti). Massimo Bertarelli, uno dei più quotati critici cinematografici italiani, non risparmia parole di fuoco per l'opera che pure ha incontrato molti elogi e riconoscimenti, tra cui una candidatura all'Oscar 2005. Non a caso, la recensione rientra nella rubrica "Lo sconsiglio della settimana". "Il documentario - scrive Bertarelli - indubbiamente delicato e fornito di una discreta dose di autoironia, si snoda con troppa flemma per far sì che i palpiti abbiano la meglio sugli sbadigli. Probabilmente anche Antonioni resterebbe sorpreso: chi ha osato fare un film dove ci si addormenta prima che nei miei capolavori?". Altre informazioni nelle NEWS

 

GRAZIA Il settimanale femminile Grazia, nel numero del 31 maggio 2005, dedica un ampio servizio agli Tsaatan, gli Uomini renna che popolano una zona remota della Mongolia settentrionale. Scritto da Laura Leonelli e impreziosito dalle suggestive immagini di Hamid Sardar (agenzia Contrasto), l'articolo parte dall'esperienza raccontata dal giornalista Federico Pistone sul libro "Uomini renna - Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan" (EDT, 2004) e sul reportage "Tsaatan - Gli Uomini renna della Mongolia" (con il contributo dell'antropologo David Bellatalla, Periplo Edizioni, 2000). "Anche sotto la tenda, anche al riparo del vento, dalle nuvole e dalle tormente di neve bisogna vedere il cielo - scrive Laura Leonelli -. Quel cielo saturo di luce e colore che abbaglia gli occhi e brucia la pelle... Sono altre le voci che gli Tsaatan sanno ascoltare. 'Noi facciamo parte della foresta e del cielo', spiega uno di loro, Gombo, al giornalista italiano, 'seguiamo il cammino dei nostri antenati, sentiamo la presenza delle divinità fra gli alberi, le rocce, i torrenti'. E' forse soltanto così che questo popolo riesce a sopravvivere in uno degli angoli meno ospitali del pianeta: lunghi inverni, a 60° sotto zero, seguiti da brevissime estati. E poi, al risveglio del letargo, ci sono i lupi e gli orsi. Anche da loro, come dalle malattie e dalla civiltà che incalza, bisogna difendere le mandrie di renne. Perché tutto dipende dall'animale sacro".

 

MAGAZINE Riecco le pronipotine di Gengis Khan, desiderose di fare le modelle, diventare ricche e lasciare steppe e antichi riti nomadi per le grandi capitali della moda. Il servizio viene proposto da Magazine, settimanale rotocalco del Corriere della Sera, del 31 marzo 2005. L'articolo (di Emmanuelle Eyles, foto di Michel Setboun) in verità era già apparso a dicembre 2004 sul mensile di moda "Marie Claire" (vedi segnalazione in questa stessa sezione) e solamente tradotto per il pubblico italiano. Si legge nel sommario: "Hanno gli occhi più grandi delle giapponesi e le gambe più lunghe delle cinesi. Solo che nelle steppe di Gengis Khan finora, per essere belle, bisognava avere i baffi. La globalizzazione, però, ha portato fra le ragazze di Ulaan Baatar il miraggio di una vita fatta di moda, feste e telefonini". Dall'articolo: "Timide, le indossatrici sono a disagio. Non hanno finora mai lasciato la Mongolia, sognano gli Stati Uniti "perché si trova facilmente del lavoro" e pensano che Parigi sia la "città più chic" del mondo. Hanno 17 anni, amano andare a cavallo e film come Titanic. Nonostante l'abbigliamento occidentale, Fashion TV che guardano tutti i giorni via satellite e le canzoni di Britney Spears che adorano, non capiscono buona parte delle domande e ridono quando le interroghiamo sui loro progetti".

 

NATIONAL GEOGRAPHIC Sontuoso servizio di National Geographic Italia su Gengis Khan, "il signore dei Mongoli". Sul numero di marzo 2005 (4,10 euro) copertina dedicata al grande condottiero e articolo di 26 pagine di Mike Edwards, impreziosite dalle fotografie di James L. Stanfield. Si parla di Temujin ma si parla soprattutto della Mongolia, dai grandi fasti del XII e XIII secolo attraverso le dominazioni cinesi fino all'isolamento odierno. "Le piogge estive - si legge - ricoprono la piana del fiume Onon, nella Mongolia nordorientale, dove nel 1167 venne alla luce un bimbo di nome Temujin. Il giovane capo dedicò i suoi primi anni alla creazione di una confederazione, delle tribù di pastori che per lungo tempo si erano contese le praterie a nord del deserto del Gobi. Unificò i Mongoli che lo acclamarono Gengis Khan, e condusse un immenso esercito di nomadi per steppe e deserti, alla conquista delle società stanziali che ebbero la sventura di trovarsi sul suo cammino". Interessante in questo servizio soprattutto la ricostruzione delle strategie militari e delle armi utilizzate dall'esercito di Genfis per sbaragliare i nemici: come le micidiali frecce con le punte che fischiavano per incutere ulteriore terrore. O le catapulte che utilizzavano come proiettili perfino cadaveri umani e animali, meglio se infetti. E poi il vero protagonista delle conquiste: il cavallo: "ha un aspetto sgraziato. Ma la poca bellezza è compensata da grande resistenza e agilità"

 

PARTIAMOLa nuova rivista Partiamo non si è lasciata sfuggire l'occasione per inserire la Mongolia tra i suoi primi numeri (n. 3 - marzo 2005). Un ampio e completo servizio (che segnala fra i siti italiani solo www.mongolia.it: grazie!) partendo dal deserto del Gobi (definito "Il deserto che canta" per via del suono delle dune mosse dal vento) per estendere l'obiettivo sull'intera realtà della Mongolia. "I mongoli - si legge nel servizio - raccontano che il Gobi fu appiattito dal passaggio degli eserciti di Gengis Khan (...). Nelle lunghe notti dei nomadi del deserto, quando fuori fischia il vento e ululno i lupi, la yurta protegge la famiglia dalle intemperie, ma anche dalle scorrerie degli spiriti". Molte anche le informazioni pratiche, dal Naadam alla cucina, dai consigli per gli acquisti agli antichi monasteri. Da leggere.

 

CORRIERE DELLA SERA Il Corriere della Sera (27 gennaio 2005) parla degli Uomini renna della Mongolia, con la recensione del libro di Federico Pistone (Edt 2004). La giornalista Arianna Ravelli scrive: "Giornalista, collaboratore del Corriere della Sera, autore di reportage da tutto il mondo, Pistone anni fa è stato stregato dalla Mongolia e dagli uomini renna. Partendo da Gengis Khan e arrivando alle luci rosse di Ulaan Baatar, Pistone racconta i suoi viaggi in questo "brandello crudele di pianeta" e tra gli Tsaatan, popolo che sopravvive a nubifragi, gelo, zanzare, lupi e orsi affamati. In che modo lo spiega Gombo, personaggio quasi mitico...". Per leggere l'articolo cliccare qui o sulla miniatura

 

PEACE REPORTER Sull sito di Peace Reporter il 25 gennaio 2005 compare un servizio di Rossella Panuzzo sulla Mongolia dal titolo: "I sogni di Nyamaa - Da nomadi a sfruttati: in Mongolia i bambini pagano un prezzo più alto degli adulti". Le foto sono di Federico Pistone e Rossella Panuzzo. Per leggere l'articolo completo cliccare qui

 

CORRIERE DELLA SERAFrancesco Alberoni dedica la sua rubrica "Pubblico & Privato", sulla prima pagina del Corriere della Sera del 17 gennaio 2005, a Gengis Khan, preso come esempio dall'insigne sociologo come esempio di concordia, in un frangente sociopolitico di estrema disgregazione. L'editoriale si intitola "I danni della discordia e l'esempio di Gengis Khan". "Per secoli - scrive Alberoni - le tribù mongole hanno guerreggiato fra di loro, per secoli si sono logorate in interminabili catene di vendette. Poi Gengis Khan con la forza, l'astuzia, la diplomazia è riuscito a unificarle, a costruire un esercito compatto e con una rigorosa originale tecnica bellica. E ha additato ai mongoli una meta: la conquista del mondo". 

Vale la pena leggere l'articolo per intero. Basta cliccare qui o sulla miniatura. 

 

IO DONNA Un paio di foto suggestive (di George Steinmetz) e uno strafalcione antropologico in questo servizio di Luigi Bignami proposto da Io Donna, settimanale al femminile del Corriere della Sera, dedicato al deserto del Gobi. "Collocato nel cuore dell'Asia Centrale, a cavallo tra la Mongolia e la Cina, con altezze comprese tra 800 e 1200 metri, è il deserto più a Nord della terra, l'ambiente meno popolato se si fa eccezione per il Polo Nord e il Polo Sud: in media due persone per chilometro quadrato, una ventina di gruppi etnici che vivono per lo più in grande isolamento. Come gli Tsaatan, gli uomini renna: 250 persone che sopravvivono grazie all'allevamento degli animali della steppa...". Come come?! Gli Tsaatan nel deserto del Gobi? Con le renne? Una vera sciocchezza, che dimostra una superficialità imperdonabile. Quell'etnia, che vive in tutt'altra regione, ai margini della Siberia, non riuscirebbe a vivere un giorno nel deserto del Gobi, sia per le temperature decisamente inadatte ad animali di origine artica come le renne; sia per le improbabili opportunità di alimentazione e quindi di sopravvivenza; ma soprattutto perché gli Tsaatan seguono sentieri sacri ben precisi nella taiga dei monti Sayan. Per avere informazioni corrette sugli Tsaatan: "Uomini renna - Viaggio fra gli Tsaatan della Mongolia", di Federico Pistone - EDT 2004 (racconto di viaggio); oppure "Tsaatan: gli Uomini renna della Mongolia" di Federico Pistone e David Bellatalla - Periplo 2000 (reportage fotografico).

 

MARIE CLAIRE

La Mongolia va sempre più di moda. E finisce addirittura in prima pagina sul numero di dicembre 2004 dell'edizione francese di Marie Claire, uno dei più prestigiosi mensili dedicati al fashion internazionale. Nel reportage di Emmanuelle Eyles (foto di Michel Setboun), intitolato "Casting en Mongolie" si parla delle ragazze mongole, della loro bellezza e della richiesta sempre maggiore delle agenzie di moda per farle sfilare. E per scoprire le meravigliose antenate di Gengis Khan vengono organizzate vere e proprie spedizioni nella steppa, da una gher all'altra. Molte di queste ragazze accetta di scambiare la vita nomade con l'abbacinante mondo della moda. 

 

LO SPECCHIO DELLA STAMPA "Com'è difficile fidanzarsi a Ulaan Baatar", è la suggestiva considerazione di Stefano Semeraro nell'articolo apparto (11 dicembre 2004) sullo Specchio, supplemento del quotidiano La Stampa. Racconta l'amore possibile di due venticinquenni mongoli, lei vive nella capitale dove fa la guida turistica, lui vive la vita dei nomadi, in una gher. Si possono vedere solo a primavera. "I ragazzi di Ulaan Baatar", si confida Tulaa, "pensano solo a bere, non capiscono le donne, cambiano fidanzata in continuazione. Invece gli horsemen, i nomadi, hanno un animo nomade". Bella storia.

 

 

  HERALD TRIBUNE Lo scandalo che sta suscitando il gruppo musicale mongolo degli Hurd (vedi notizia nelle News) non è passato inosservato nemmeno sulla stampa europea. L'autorevole quotidiano inglese Herald Tribune ha dedicato il 27 novembre 2004 un ampio servizio. Cliccare qui per leggerlo

 

ROLLING STONE Sul numero di novembre 2004 del magazine Rolling Stone appare un singolare servizio su Pupo e la Mongolia, un connubio consacrato dal 2002, quando il cantante toscano ha tenuto un concerto a Ulaanbaatar scoprendo un affetto e un entusiasmo davvero stupefacenti. L'articolo, di Andrea Scaglia, è corredato da numerose fotografie (addirittura 15) tutte ambientate in Mongolia: Pupo vestito da Gengis Khan, Pupo acclamato da una folla in delirio all'aeroporto, Pupo in posa davanti al monastero di Gandan... E naturalmente le sue struggenti confessioni: "E' stata un'esperienza incredibile. All'aeroporto mi hanno accolto da re, con limousine e autorità locali. Tre spettacoli nel nuovo auditorium della capitale mongola, tremila persone impazzite a sera. Pensa che mi hanno anche regalato un appartamento. Ma io che me ne faccio?".


 

 

 

Sul numero di ottobre 2004 del periodico del comune di Mezzago, appare un articolo di Cristiano Lissoni, che merita di essere letto. Clicca sul logo 

 


Sul sito Internet della rivista Glamour servizio di Rossella Panuzzo dedicato alla Mongolia, terra di nomadi. Viene definito l’ultimo dei “grandi viaggi” d’avventura, alla scoperta di un paese ancora incontaminato e di un popolo che coltiva la sua fiera identità. Per leggere il servizio, clicca sul logo 

 


Il numero di settembre 2004 di Le Monde diplomatique, supplemento del Manifesto, dedica una pagina alla Mongolia. "Nel paese della steppa bigia" è l'articolo scritto da Galsan Tschinag, forse il maggiore scrittore contemporaneo mongolo, che analizza con leggerezza e rigore la realtà del suo Paese e ci rivela finalmente il punto di vista dei nomadi: "Da noi lo sguardo di chi è in cammino rimane sempre vigile e sempre eccitante, è il momento in cui la yurt (gher) appare ai confini della steppa infinita come un cuore che batte solitario. Perché qui si trova l'acqua, la vita, il calore durante gli inverni rigidi e il fresco durante le estati soffocanti. La porta della yurt è aperta a tutti. Anche quando non c'è nessuno non bisogna avere esitazioni a entrare, servirsi della legna e del cibo, accendere la stufa per preparare da mangiare".

 


Il Manifesto (14 settembre 2004) pubblica un servizio di Marina Forti nella rubrica "Terraterra". Il titolo: Mongolia, la steppa privatizzata. Un'analisi economica del Paese in occasione del passaggio della "Carovana per la sovranità alimentare" partita a fine agosto dalla Malesia con destinazione Nepal e tappa in Mongolia dove è stata tratta "una foto catastrofica... Un paese di steppe fredde e semiaride, che vive di agricoltura e soprattutto di pastorizia nomade, produceva abbastanza cibo da essere autosufficiente fino alla fine degli anni '80 - fino al crollo del sistema sovietico - mentre ora importa l'80 per cento del suo fabbisogno di cibo da Cina, Russia e qualche altro paese".


Il Vangelo nelle steppe è il titolo del breve servizio che Panorama (del 9 settembre 2004) dedica alle nuovi missioni cattoliche in Mongolia. L'articolo, di Corrado Benigni, sottolinea come "vicina a Russia e Cina, la terra di Gengis Khan è strategica per il Vaticano". Per leggere l'articolo clicca sull'immagine a destra.


"La faccia bella dell'Olimpiade", la definisce Federico Pistone nelle pagine sportive del Corriere della Sera del 24 agosto 2004. E' la mongola Otgonbayan, giunta ultima nella marcia femminile a quasi un'ora e mezza dalla vincitrice. Ma "è arrivata". 


La singolare avventura di un ingegnere americano che ha "trasformato" la Mongolia in un immenso campo da gol. Articolo di Federico Pistone sul Corriere della Sera del 7 luglio 2004. Per leggere il servizio cliccare qui:

Golf Mongolia Corriere della Sera  


  

Sul Corriere della Sera online è apparso questo singolare servizio, realizzato da Federico Pistone, sull'obbligo di ripristinare il cognome per i mongoli. Prendendo spunto da questo articolo, anche Mimosa Martini ha confezionato un servizio televisivo per il Maurizio Costanzo Show (16 giugno 2004). Per collegarsi direttamente al servizio online cliccate http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2004/06_Giugno/14/Mongoli.shtml 

ESTERI

Ancora troppi hanno solo il nome di battestimo

I mongoli costretti a scegliersi un cognome

Il governo ha posto l'obbligo per due motivi: la possibilità di una schedatura e la necessità di evitare i rischi di incesto

Mongoli in attesa di una corsa di cavalli nei pressi della capitale Ulan Bator (Reuters)

MILANO - I mongoli avranno finalmente un cognome. Hanno tempo fino al 27 giugno per inventarsene uno o per recuperare quello che i sovietici avevano cancellato negli anni Trenta, insieme ai monasteri, ai monaci e alle antiche tradizioni dei nomadi. Nel 1999 il governo del presidente Bagabandi, del partito comunista rivoluzionario, ha consentito alla popolazione di riappropriarsi delle vecchie denominazioni dei clan storici ma dopo cinque anni molti mongoli hanno preferito mantenere solo il nome di battesimo: tra i più diffusi, i solenni Bat (forte), Gombo (protettore), Chulun (roccia), Garmaa (destino) per gli uomini; Muren (fiume), Tsetserleg (giardino), Bazar (fulmine), Naran (sole) per le donne. Ci sono anche i battesimi neutri: ad esempio Enebish (traduzione: non esiste), che viene dato tradizionalmente ai neonati per confondere gli spiriti maligni; oppure Nir Gui (nessuno), appellativo affibiato ai piccoli che dopo tre giorni non hanno ancora ricevuto un nome dai genitori. I mongoli (2 milioni e mezzo di nomadi che popolano un territorio vasto cinque volte l’Italia) si trovano ora a dover affrontare la questione del cognome.

Il governo ha posto l’obbligo per due motivi: il primo è quello di avere la possibilità di una schedatura più precisa e ufficiale della popolazione; l’altro, per prevenire il rischio di incesti.

Così è scattata la corsa al cognome. Molto gettonata l’opzione di

Un nomade mongolo con il figlio difronte alla tenda (Epa)

chiamarsi come la propria città, o il fiume che passa accanto, oppure la montagna che si intravede dalla gher, la tradizionale tenda bianca dei pastori di Mongolia. Nella capitale Ulaan Baatar, dove si concentra un terzo degli abitanti, vanno molto i cognomi legati al lavoro svolto: Scrittore, Cacciatore, Poliziotto, Soldato. Oppure viene richiamata la natura, alla moda dei pellerossa: cavallo bianco, lupo ubriaco, albero forte. Non è raro incontrare umili pastori che hanno deciso di chiamarsi come i grandi eroi della tradizione mongola: soprattutto Gengis Khan ma anche Kubilai Khan, oppure Sabotai (il luogotenente di Temujin), o Sukebatar (l’”eroe con l’ascia” che nel 1923 guidò la rivolta contro i cinesi) o Zanabazar, il Leonardo da Vinci delle steppe. L’orgoglio mongolo sta lentamente tornando a invadere il Paese esono sempre più frequenti e affollate le manifestazioni che rievocano le gesta di Gengis Khan, nominato da una commissione scelta dal Washington Post come l’uomo del millennio passato. Non solo: secondo i ricercatori dell’università di Oxford, l’8% della popolazione che oggi vive nei territori appartenuti nell’antichità all’impero di Gengis Khan (1162-1227) possiede la variante del cromosoma Y del popolo mongolo: dunque, oltre 16 milioni di uomini hanno nel sangue il cromosoma del grande condottiero. Lo studio è stato perfezionato prelevando campioni di Dna in 16 differenti località asiatiche, dalla Mongolia all’Afganistan, dalla Russia all’Iran.

Federico Pistone


 

Il Corriere della Sera riprende la notizia apparsa sul Times che ripartiamo a fianco: tutti i Mongoli, muniti di test del Dna, potranno mangiare gratis nei due ristoranti mongoli di Londra. Come si legge, i discendenti di Gengis Khan sarebbero 17 milioni in tutto il mondo (la Mongolia ha una popolazione di circa 2,7 milioni di abitanti)

 

 

 

 

 

 

 

 


Sul nuovo Magazine del Corriere della Sera c'è subito spazio per la Mongolia. Una pagina (riprodotta a destra), curata da Margherita Belgiojoso con una breve riflessione sulla vita nella steppa e nel deserto. Tutto sommato, se lo spazio disponibile era solo questo, sarebbe stato meglio evitare di parlare della Mongolia in generale, ma limitarsi a una piccola realtà. Anche qualche inesattezza (nell'info si comunica che ci vogliono circa 1.200 euro per volare con qualsiasi compagnia aerea, ma in verità con Aeroflot si spende molto meno) e la segnalazione di indirizzi utili che sa molto di pubblicità. Insomma, incastrare la Mongolia in una paginetta è un'operazione quanto meno inutile. Un'impresa per Margherita Belgiojoso concentrare in poche righe un Paese che merita molto di più: "Le città quasi non esistono - scrive -, gli uomini vivono in gruppi di poche tende: le gher, bianche e piccole, piantate come perle tra le vallate" .

 


Su La Repubblica delle Donne del 10 aprile 2004 servizio speciale sulla Mongolia. La firma è nobile, quella di Julia Roberts, ormai una habitué delle steppe. Titolo dell'articolo "Pretty woman tra i nomadi". L'attrice racconta della sua esperienza sui cavalli selvaggi e con i suoi amici nomadi. Il taglio del servizio è tipicamente americano, semplice al confine del tema (di scuola elementare), sdolcinato e un po' narcisista. Ma, visto il soggetto, ci può stare. "I cavalli mongoli - ci assicura Julia - sono come persone: hanno occhi di vere persone, sono vibranti, ti danno il senso assoluto della libertà e dello spazio. Sì, mi è servito molto questo viaggio. Avremmo tutti bisogno di imparare dalla Mongolia: c'è un senso di rispetto per l'esistenza e di serenità, che mi ha fatto apprezzare una vita più semplice. Ho portato con me non solo oggetti, ma momenti incredibili di felicità e di tenerezza". Le foto del servizio sono di Luca Trovato.

 


Il mensile Reflex, dedicato alla fotografia, riserva una pagina alla mostra aperta a Milano (fino al 9 aprile 2004 presso la Galleria Grazia Neri in via Maroncelli 4) di Julia Calfee dal titolo "Spirits and ghost". "Un viaggio in Mongolia - si legge - per indagare sul processo di transizione da un pesante ed oscuro passato al post-comunismo della democrazia conquistata. Julia Calfee ha fotografatao tra il 1990 e il 1996 questa landa sconosciuta fatta di steppe e deserti viaggiando in lungo e in largo per 15.000 km con carovane, fuoristrada e mezzi di fortuna. Le imnmagini raccontano la vita di uomini, donne e bambini nelle loro attività quotidiane nei villaggi e nella capitale Ulaanbator".

 

 

 

 

 


Soyombo, l'associazione culturale per la diffusione della cultura mongola, ha pubblicato e distribuito il bollettino numero 48-inverno 2004. Tra gli argomenti in sommario: "Uno spirito galoppa nella steppa" dedicato al takhi, il leggendario cavallo mongolo; dall'ascesi all'albero sciamanico alla salita all'altare dalle cinque bandiere di Gabriel Slonina Ubaldini; memorie spassionate di un viaggiatore di Alberto Ciccarelli; un gregge per amico di Matteo Belinelli; inoltre le news e un fiocco azzurro: la nascita della sede romana dell'associazione Soyombo. Per ricevere questa pubblicazione e per associarsi a Soyombo, basta scrivere al responsabile Giancarlo Ventura ventura@planet.it 

 

 

 


Anche Panorama del 4 marzo 2004 nella rubrica "Periscopio" dedica un trafiletto alla collezione della stilista Giuliana Cella che si è ispirata alla Mongolia per la sfilata al Parlamento europeo.  "Ad ammirare le sontuose creazioni - si legge - ispirate ai colori della Mongolia c'erano fra gli altri Marco Formentini con la moglie, Augusta Gariboldi, Rosalinda Celentano e Lavinia Borromeo".

 

 

 

 


La moda italiana attinge alla tradizione mongola. Il Corriere della Sera del 19 febbraio 2004 dedica un servizio alle nuove tendenze etno-chic della stilista Giuliana Cella, in occasione della sfilata all'Europarlamento di Bruxelles. Scrive Daniela Monti: "Sciarpe di pelo e stole sopra i lunghi cappotti ricamati e chiusi da una fascia di pelle come usa in Mongolia, dove uomini e donne indossano il "del", pastrano tenuto fermo dal doppio giro di una cintura arancio". 

 

 

 


Anche Il Carabiniere, la storica rivista dell'Arma, dedica un reportage alla Mongolia, realizzato da Alberto Ricci, giornalista che fa parte della nostra redazione. "Mentre negli ultimi due decenni il mondo ha cambiato volto, la Mongolia è rimasta lì, dimenticata, isolata in un limbo quasi inaccessibile, con poco da offrire oltre al ricordo di Gengis Khan, per noi sinonimo di terrore, per i mongoli eroe e orgoglio nazionale", scrive Ricci nel suo servizio intitolato "Mongolia, viaggio nel nulla". Per leggere l'intero articolo cliccare qui: Il Carabiniere 

 

 


Su Airone di febbraio 2004 (costo 3,90 euro) compare un reportage sugli Tsaatan, i leggendari Uomini renna della Mongolia (testo di Manuela Stefani, foto di Bruno Zanzottera). Si tratta di un resoconto sul progetto di salvaguardia di questa etnia, coordinato dall'antropologo spezzino David Bellatalla, il più importante conoscitore mondiale di questa realtà e vero artefice della stessa sopravvivenza degli Tsaatan. "Salvare da morte sicura il popolo delle renne - riferisce Bellatalla - non è costato più di duecento milioni delle vecchie lire. Una cifra senza dubbio ragionevole; più o meno equivalente dell'ammiraglia della Mercedes". Nella sezione bibliografica, viene segnalato il reportage realizzato nel 2000 da Federico Pistone e dallo stesso David Bellatalla per Periplo Edizioni-Les Cultures.

 


Nella pagina "Corrispondenze e incontri", il Sole 24 Ore propone un'analisi sulla situazione religiosa in Mongolia, dove il Buddismo sembra rifiorire dopo l'oppressione del comunismo. Ilaria Maria Sala scrive: "Per tutto il tempo in cui la Mongolia è stata un satellite dell'Unione Sovietica, dal 1921 al 1990, il buddismo tibetano poteva essere praticato solo in modo quasi interamente clandestino, malgrado la Mongolia, da più di mezzo millennio, fosse legata al Tibet a filo doppio, se non altro dal punto di vista spirituale (...). Oggi, quello che i buddisti tibetani desiderano di più è trovare il modo migliore per ricostruire almeno in parte quello che è stato perso. Ma ancora una volta la ricerca religiosa si scontra con delicati equilibri politici, che stanno portando a una spaccatura in seno alla comunità monastica mongola".

 


Il Sole 24 Ore del 12 gennaio 2004, nelle pagine internazionali, dedica l'apertura all'articolo apparso sul Financial Times a proposito dell'iniziativa russa per venire incontro alla Mongolia condonando una parte consistente del debito di 11,4 miliardi di rubli: una decisione, si legge nel pezzo di Kevin Morrison, che libera la nazione centro-asiatica da almeno 80 anni di debito accumulato durante l'era sovietica. Si tratta della più ingente cancellazione di debito costituito da prestiti accordati dall'ex Unione Sovietica. La Mongolia occupava il terzo posto dietro Cuba e Siria. Così la Mongolia rimborserà alla Russia meno di 300 milioni di dollari. Mosca l'ha definito un "regalo a tutti i mongoli". Un diplomatico mongolo ha affermato che "l'iniziativa toglie un albatross dal collo della Mongolia e inaugura un nuovo periodo sulla scena economica internazionale".

 


National Geographic Italia dedica un ampio servizio alla Mongolia, sul numero di Ottobre 2003. Il testo è di Glenn Hodges, le foto di Gordon Wiltsie. E' un reportage sull'etnia dei Darkat, che vivono nei pressi del lago di Hovsgol non lontano dai territori degli Tsaatan, gli Uomini renna. Ma è anche l'occasione per un aggiornamento sulla situazione sociopolitica della Mongolia. Ecco un passo significativo dell'articolo: “Prima di venire in Mongolia ne ero già innamorato. Mi affascinava l’idea di poter montare a cavallo a un capo del Paese e percorrerlo tutto, senza incontrare nemmeno uno steccato o una strada asfaltata: una cavalcata lunga 2400 chilometri, più della distanza tra Roma e Stoccolma. Sono inorridito quando ho letto che il primo ministro Nambaryn Enkhbayar progettava di costruire un’autostrada, e sognava di rendere stanziale il 90 per cento della popolazione entro il 2030 (“Se vogliamo sopravvivere dobbiamo smettere di essere nomadi” ha dichiarato a un giornalista). Dal suo punto di vista, nella capitale Ulaanbaatar, Enkhbayar vedeva un Paese arretrato, con un urgente bisogno di entrare nella modernità".

 


Abbiamo scovato uno straordinario reportage sulla Mongolia, apparso sul numero del maggio 1934 sulla rivista Vie d'Italia e del Mondo. Il testo è di Luigi Cantonetti, le fotografie, rare e splendide, sono di Ferdinando Guaita.

Per ingrandire questa immagine clicca qui.

 Per vedere nove meravigliose immagini di questo reportage, con le didascalie originali, vai alla sezione Foto

 

 

 

 

 


Anche Topolino parte per la Mongolia. Nel primo episodio del numero del 30 settembre 2003 Indiana Pipps, la versione eroica di Pippo, si avventura alla ricerca di un tesoro del Khan, nascosto nella Mongolia nordoccidentale. Parteciperà perfino alla festa del Naadam e alla fine arriverà all'agognato tesoro: un'antica ricetta mongola. La storia è realizzata da Sisto Nigro, disegni di Giuseppe Dalla Santa.

Clicca qui per vedere alcune strisce di questa storia

 


 

Il mensile Popoli dedica il servizio di copertina alla "Mongolia che aspetta il Papa", realizzato da Federico Pistone che ha realizzato testo e fotografie (a sinistra). La rivista dei Gesuiti ha seguito con estrema attenzione le vicende legate all'annunciata visita di Giovanni Paolo II a Ulaan Baatar, prevista per fine agosto 2003 e poi annullata per motivi di salute e anche per "ragioni di stato". Nel numero di settembre, Popoli analizza in un reportage la realtà mongola, non solo dal punto di vista religioso.

 

 

 

 

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GenteViaggi propone nel numero di settembre 2003 uno splendido servizio sulla Mongolia realizzato dal fotoreporter Alessandro Gandolfi www.alessandrogandolfi.com . Si tratta di 14 pagine ricche di immagini suggestive e di testi che, partendo dal tema centrale del "cavallo", vero simbolo dell'orgoglio mongolo, spaziano a 360 gradi sulla realtà di un popolo senza tempo.

Occhiello: Tra gli eredi di Gengis Khan

Titolo: Siamo a cavallo

Sommario: "Li trovi sulle strade e nella steppa, nei mosaici e sui francobolli. Gli si dedicano più canzoni che alle donne. Per i nomadi in sella, il destriero è la storia, la cultura, il gioco. E anche il futuro".

Incipit: Misero Temujin su un cavallo ancora prima che cominciasse a camminare. Gli insegnarono a non molestare i puledri, a bere il latte di giumenta, ad afferrare coi denti un cappello restando in sella. "Dimenticati delle capre", gli diceva la madre, "tu sei un nobile, devi portare i cavalli al pascolo oltre la collina".

Note: nel servizio, vengono segnalati due siti italiani sulla Mongolia. Il nostro, www.mongolia.it e quello dell'associazione Soyombo www.soyombo.it. Su www.mongolia.it si legge: "Curato da Federico Pistone, appassionato del Paese di Gengis Khan, ben fatto e ricco di info. Libri, dischi, itinerari, foto ma anche chat e forum. Rinnovato da poco".

Il numero di GenteViaggi di settembre è disponibile in tutte le edicole al prezzo di 3,90 euro. Il sito è www.genteviaggionline.it

 

Invitiamo tutti, editori e direttori compresi, a segnalarci l'eventuale presenza di materiale che interessi la realtà mongola: info@mongolia.it