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La Mongolia di Giuseppe Boselli
Le foto
Il racconto Riuscire
a descrivere una nazione visitata in soli 15
giorni credo sia una
operazione difficile se non
impossibile, risulta quindi ovvio considerare il racconto in questione
come un semplice diario di viaggio fatto però più da opinioni ed
impressioni che da una dettagliata descrizione dei luoghi.
Un
diario su una nazione tanto grande quanto snobbata dai media e fuori, se
così si può dire, dal circuito turistico di massa. Tutte considerazioni che le persone legate all’associazione Soyombo ed i frequentatori del sito www.mongolia.it avranno sentito più e più volte e per questo non mi dilungo ulteriormente. La
mia esperienza in Mongolia inizia paradossalmente nella città di Parma
dove con una certosina pazienza inizio a raccogliere informazioni su siti
internet, pubblicazioni e
quant’altro mi possa dare notizie dati consigli sulla nazione di Gengis
Khan. Un approccio che mi ha permesso di leggere, leggere, leggere e
sono assolutamente certo che quanto fatto mi abbia aiutato ad affrontare
il viaggio. La
mia Mongolia inizia dalla
capitale, l’anonima Ulan Bator e proseguendo a sud verso il Gobi
lungo un itinerario
di circa 2000 km attraverso una piccola fetta di uno sconfinato
paese. Un
viaggio affrontato con tre persone conosciute tramite il contatto mongolo
in Italia (Dulam) e che mi ha permesso di dividere le spese della macchina
della guida/autista e della guida/traduttrice. 6 persone in tutto e un
minivan di fabbricazione coreana (anche se devo ammettere che
invidiavo i ben più scalcinati
pulmini russi, tanto caratteristici e romantici quanto scomodi).
Mongolia,
un viaggio che non consiglierei a nessuno , non perché non sia bello
affascinante stimolante e devo dire gratificante, ma perché credo alla
Mongolia ci sia arrivi attraverso
un proprio percorso qualunque esso sia, in pratica non sei tu che
scegli la Mongolia è lei che sceglie te. La
mia Mongolia è stata quella di una ricerca di un luogo
fuori dai luoghi, un posto in cui uomo e ambiente siano in
qualche modo fortemente legati e
dove ancora per poco
purtroppo sia l’ambiente a dettare le regole, un luogo che sia natura
sconfinata e civiltà, cultura tradizione, popolazione di nomadi dove
esistono ancora gesti
antichi e dove siano
ancora presenti tradizioni forti
e radicate da una natura potente ed imponente,
dominante e crudele ma capace di lasciarti fermo ad osservare quello che
molti chiamano l’infinito. Terra
del cielo blu, così viene chiamata su riviste e libri del settore ed
effettivamente un cielo assolutamente blu ti accompagna ogni giorno
insieme alle nuvole ed al vento. Nuvole
grandi e piene quasi volessero cadere improvvisamente sulla tua testa,
nuvole bianche e nere di pioggia. Pioggia che arriva soprattutto in
agosto ma che bagna solo leggermente
questa terra quasi fosse incapace di
coprirla tutta. Terra
del silenzio,
del grande silenzio quasi spaventoso per un cittadino
straniero abituato a ben
altra concezione del silenzio, quello falso per l’appunto. Terra
dell’infinito spazio, cielo colline deserto
steppa montagne... tutto sembra infinito
seppur infinito non lo sia . Terra
dove puoi osservare,
osservare la vita dei templi scandita da preghiere, osservare la
vita dei nomadi scandita dalla mungitura osservare la vita
nei piccoli agglomerati urbani delle case in murature
fatiscenti e delle vive e attive tende mongole: le gher. Terra
dove osservare ti riempie la giornata ti lascia idee di considerazioni sul
come sul perché sul concetto del tempo e del silenzio sul modo di
interagire. Terra
abitata da un popolo fiero silenzioso proprio come i loro spazi, un
popolo capace di gesti semplici come
la loro vita nomade e come la loro stessa musica. Un
popolo che mi ha regalato molto, che
mi ha dato senza chiedere che mi ha cercato senza che io avessi nulla da
dare a loro. Mi
ritengo un piccolo cacciatore di immagini:
fermare i sentimenti e le impressioni su una pellicola
e, proprio come insegnano spesso alcuni fotografi, cerco di
nascondermi tra la folla confondendomi
tra i profumi ed i colori dei posti che visito cosi da non turbare la
quiete del posto e coglierne l’essenza più naturale. È stato difficile, è stato impossibile nascondermi tra
quella gente, in quegli spazi che anche fisicamente non danno molti rifugi
perché il loro modo di vivere
ti coinvolge ti prende. Non puoi osservarli, non puoi
guadare i loro gesti la loro
vita comune senza che in qualche modo tu ne venga coinvolto, perché
questo accade. Sarà forse la tradizione nomade il muoversi l’essere
nomade comporta che ogni momento di incontro con un’altra persona
deve essere valorizzato sfruttato colto perché
da esso si può cogliere un idea
un consiglio un opinione. La
mia Mongolia è stata anche il riscoprire una filosofia, una religione, il
buddismo di assoluto fascino e mistero,
ricca di particolari di aspetti
che richiamano una concezione ed un approccio alla vita molto
lontano dalla nostra. La
mia Mongolia è stata quella di una nazione nella quale ti senti solo di
fronte alla natura ma solo
cosi alle volte puoi comprenderne la magnificenza e con essa la follia di
molti nostri gesti. La
mia Mongolia è fatta del latte di
cavalla cammello
mucche yak e capre, dell’airg
e delle loro bevande che personalmente ho apprezzato e consumato
nonostante il solo sentirne i
contenuti e preparazione potrebbe
ai più causare dubbi amletici. Strade
sterrate assolutamente da preferire alle pessime
strade della capitale che nonostante la scadente architettura ho trovato divertente
se visitata in 2-3 giorni (consiglio all’inizio e fine viaggio una
specie di anticamera prima di tornare). Una
nota particolare volevo farla per l’alimentazione tanto
bacchettata nelle guide, premetto
che sono di una terra di buon cibo (Parma e l’Emilia) ma sono anche uno
di bocca molto buona, in ogni caso tutto ciò che ho mangiato era assolutamente
mangiabile e saporito, certo gli ingredienti sono più o meno
gli stessi ma credo che fuori dall’Italia anche se non ho mota
esperienza sia più o meno sempre così. Preferisco parlare con le immagini quindi il resoconto del viaggio lo faccio con loro |