Da L'Unità del 14 giugno 2007

 

Viaggio senza tempo nella steppa della Mongolia

 

di Silvana Cappuccio

 

E’ un grande spettacolo, un trionfo di ampiezza e profondità, il paesaggio della Mongolia. Alcuni  scrittori ne hanno parlato come di luoghi dell’anima. Le parole non possono sostituire le sensazioni che si provano guardando la steppa sterminata ed il suo immenso cielo blu. Bisognerebbe avere non due ma mille occhi, come per fotografare in modo indelebile l’effetto di tranquillità e di benessere che dà all’anima, come se i suoi spazi infiniti attraversati dal vento finalmente riuscissero a contenere e a placare i tormenti dello spirito.

Se il viaggio è l’esperienza che porta, fisicamente e spiritualmente, in luoghi “altri”, dove poter avere la conferma che la vita e tutto quello che la costituisce, le persone, il tempo, i ritmi, gli spazi, i colori, i paesaggi possono essere diversi da come li conosci, allora la Mongolia è “il” viaggio per eccellenza. Dalla natura alla storia, dalla cultura alle tradizioni, dalla religione ai costumi sociali, non c’è un solo aspetto di questo paese che non rappresenti un’occasione di conoscenza, riflessione, curiosità, approfondimento ed anche introspezione.

 

La sua “indubbia” collocazione remota (ma rispetto a cosa? il Mediterraneo non è più il centro del mondo..), ha favorito una rappresentazione fondata su stereotipi e giudizi sommari, sulle  presuntuose certezze di cui si alimenta il mondo occidentale nella difesa del suo benessere.  Da qui l’immagine di un paese abitato da gente “diversa”, che conserva un proprio modo di vivere, secondo usi antichi di secoli ed immutati nel tempo, indifferente a quel che accade nel resto del mondo, una specie di rivisitazione del mito del buon selvaggio di Rousseau. 

 

E invece è una civiltà affascinante quella che ho imparato a conoscere nel corso di due viaggi, che sono durati diverse settimane. La visione che ne ho ricavato è certamente parziale, ma piena di immagini e sensazioni sufficienti a farmi capire di essere avanti ad un Paese apparentemente semplice ma di complessa lettura.

Sono andata in Mongolia su incarico della Federazione internazionale dei sindacati tessili, per realizzare corsi di formazione ai quadri del locale sindacato dei lavoratori tessili, dell’abbigliamento e del cuoio.

Le organizzazioni sindacali vivono in quel Paese un momento difficile, con una grave crisi di identità e di rappresentanza. Essendo un Paese satellite dell’Unione Sovietica, il crollo dell’89 ha significato in Mongolia anche il venir meno del sistema di welfare e di protezione sociale che fino ad allora era stato garantito al paese in termini di energia, istruzione, sanità e servizi sociali. Questo processo ha comportato una vera e propria disgregazione del tessuto economico e sociale ed è esplosa la disoccupazione, prima quasi inesistente.

I processi di urbanizzazione si sono accompagnati a nuove forme di indigenza e di emarginazione, tali da far parlare di urbanizzazione della povertà. Oggi il 36% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, il 24% ha problemi di denutrizione, la mortalità infantile è intorno al 52 per mille, mancano servizi di assistenza per la salute riproduttiva, più del 10% dei neonati nascono sotto peso, aumentano i senza casa, sono diffusi casi di alcoolismo, violenza domestica e criminalità. Gli ultimi 15 anni hanno conosciuto un triste nuovo fenomeno, quello dello sfruttamento dei minori, nelle miniere e nelle strade delle città. Su questo il Governo sta prendendo delle iniziative, sulla base di un programma nazionale che lo individua come una delle priorità di intervento.

Il processo di democratizzazione del paese è passato per quattro elezioni parlamentari e tre presidenziali, riconosciute come corrette e libere sia internamente che dagli osservatori internazionali.

Il paese è grande come la Francia, la Germania e l’Italia insieme, ma ci vivono meno di tre milioni di abitanti, un terzo dei quali nella capitale Ulaanbaatar. Solo lo 0,76% della sua superficie è coltivabile, soprattutto a causa del clima assai duro, che raggiunge temperature estreme di meno 40°.

La liberalizzazione dei mercati ha comportato nella capitale la circolazione di cibo importato, in massima parte dalla Cina, e con questa vari problemi connessi alla qualità e alla sicurezza. Recentemente sono stati riportati dei casi di tifo, salmonella, dissenteria e intossicazione da avvelenamento.

 

Negli ultimi anni l’economia è cresciuta, ma la disoccupazione rimane alta, molto al di sopra dei dati ufficiali del 3,3%. La repentina privatizzazione delle fabbriche, l’arrivo di imprenditori stranieri, l’estensione di processi di subappalto e il crescente numero di medie e piccole aziende, hanno di fatto spiazzato i sindacati, a cui viene spesso persino impedito l’accesso nei luoghi di lavoro.

“Molti nuovi imprenditori sono cinesi e sono assai spregiudicati nell’utilizzo della manodopera a loro uso e consumo – mi racconta Demberel, un anziano sindacalista che ne ha viste di tutti i colori - I cinesi aprono fabbriche di abbigliamento per produzioni mirate e poi scompaiono nel nulla, abbandonando al loro destino centinaia o migliaia di malcapitati lavoratori”. E il tessile è uno dei settori trainanti per la Mongolia, che produce oltre 4mila tonnellate all’anno di cashmere.

Mi vengono in mente le mille storie di investimenti-rapina nel nostro Mezzogiorno, realizzati solo per arraffare i contributi europei e nazionali, lasciando i capannoni vuoti  nel giro di una notte..

 

Qualcosa però si muove nel sindacato, alla ricerca di un  nuovo ruolo e di una nuova classe dirigente. Ganbaatar è il segretario presidente della confederazione sindacale mongola CMTU, eletto nell’ultimo congresso che si è tenuto a giugno di quest’anno.

Uomo dai modi raffinati e di brillante conversazione, ha acquisito un inglese fluente ed una formazione internazionale durante i suoi studi a Londra. L’anno scorso è stato un importante  leader di movimenti civili nel Paese e riesce a coniugare spessore culturale e umiltà di accenti. Usa un linguaggio diretto e parla senza mezzi termini della corruzione da aggredire, si dice  consapevole della crisi di fiducia nei partiti che investe la popolazione e del bisogno pressante di dare fiducia e futuro a tutti, soprattutto ai giovani, spesso disorientati.

Tiene a sottolineare che il contesto del suo paese è democratico, il diritto di sciopero è riconosciuto così come quello di manifestare liberamente. Ha forza ed entusiasmo, si rivolge ai colleghi tessili mongoli, scoraggiati dalle difficoltà della fase in corso, con riferimenti concreti, spingendoli a rinnovarsi, a impegnarsi per chiedere l’approvazione di nuove leggi sul lavoro, l’aumento del salario minimo, oggi 69.000 tugrik (circa 46 euro), per contrattare nelle fabbriche, costruendo nuove relazioni industriali, pretendendo i permessi dovuti e l’esercizio delle libertà sindacali previste dalla legislazione internazionale.

Dalla dura realtà delle lotte operaie, torniamo alle sensazioni e alle immagini.

In Mongolia continua oggi, 2007, uno stile di vita pressoché immutato rispetto ai racconti di Giovanni da Pian del Carpine, un frate umbro che lo descrisse già nel 1200 con gli stessi ritmi, gli stessi gesti che il visitatore impara a conoscere percorrendo le distanze immense della steppa, tra le poche unità di tende dei nomadi e le rapidissime cavalcate di misteriosi cavalieri.

Le differenze con i nostri tempi e ritmi occidentali sono sostanziali e sono segni di valori profondamente diversi. Ad esempio, il rapporto con gli animali, che è importantissimo in tutte le fasi della vita quotidiana dei nomadi, per il trasporto, il nutrimento, gli indumenti. E’ il cavallo soprattutto ad avere un ruolo protagonista nel cuore di tutti i mongoli, che non a caso offrono l’airag, il latte della giumenta appena munto, all’ospite in visita nella caratteristica gher, la tenda in cui vivono e che trasportano nei loro spostamenti. E’ un mondo di relazioni e di valori lontano anni-luce da quello occidentale; per noi l’animale spesso è soltanto la compensazione ad una sostanziale incapacità di intrattenere rapporti familiari ed affettivi e per questo viene pateticamente umanizzato.

 

Visitare una gher è un’esperienza emozionante nel profondo. Il senso di ospitalità e di accoglienza riesce ad essere, al tempo stesso, naturale e familiare, ma anche sacro e solenne. Queste ritualità sono da sempre irrinunciabili per i mongoli, come pure l’attenzione a certi comportamenti che a noi provocherebbero sorrisi di sufficienza. Non bisogna assolutamente inciampare nella soglia all’entrata, perché sarebbe un segno di sfortuna.

Provi un senso di inadeguatezza se provieni da paesi in cui sono altri i criteri che informano la vita, come la rapidità, l’efficienza, la materialità, il possesso dei beni, la quantità ed il loro consumo.

In questo paese sterminato e popolato soltanto dalla popolazione di una città come Roma, il tempo e l’esistenza sono scanditi da altri bisogni. Lo capisci da come ti guardano dritto negli occhi e ti sorridono tutti coloro che visiti, consapevoli e ben a ragione anche orgogliosi della distanza, geografica e non solo, che li separa da te. Nell’accoglienza, ti offrono un’atmosfera solida, rassicurante, senza fronzoli, dove la sostanza del volersi scambiare frasi ed emozioni è la cosa più importante. Vogliono sapere di te e dirti di loro. La solidità delle persone non è data dal possesso del territorio, ma da quello che riescono a portare con sé, sono loro stesse il vero patrimonio.

 

La Mongolia di oggi è una metafora della globalizzazione e delle sue imprevedibili evoluzioni, con le sue contraddizioni tra i processi di urbanizzazione e la persistenza di un modello di vita pastorale nomade, in bilico tra l’apertura ai mercati esteri e la salvaguardia delle solide tradizioni, tra la venerazione del proprio meraviglioso territorio e le incipienti  devastazioni. Merita un viaggio, una vacanza che mai come in questo caso sarebbe davvero “intelligente” perché arricchisce il cuore e la mente.

 

Silvana Cappuccio