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CONTRO I CINESI LA MONGOLIA SCOPRE I NEONAZI

CRONACA APPASSIONANTE E SARCASTICA DI UNA PARTITA DI CALCIO NELLO STADIO PIU' GRANDE DEL MONDO

L'ACCUSA DI AMNESTY INTERNATIONAL A UN ANNO E MEZZO DAGLI INCIDENTI DI ULAANBAATAR
IL RITORNO DELLO SCIAMANISMO
ERMENEGILDO ZEGNA E LOUIS VUITTON SCOMMETTONO SULLA MONGOLIA

IL FASCINO NASCOSTO DELLA MONGOLIA

MILANO-MONGOLIA: QUEL FILO DI LANA CHE LEGA UTOPIA E REALTA'
L'IMPERO DELLA VERGOGNA
MONGOL DERBY, LA CORSA DI CAVALLI PIU' LUNGA DEL MONDO
LA MONGOLIA IN BICICLETTA TRA STEPPA E DESERTO
DA LONDRA ALLA MONGOLIA L'AVVENTURA DI TRE STUDENTI
BENEDETTO XVI: LA MONGOLIA ESEMPIO DI LIBERTA' RELIGIOSA
MONGOLIA: RISORSE IN CAMBIO DELLA FERROVIA
L'UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE PECORE
MONGOLI E CINESI: UN PROCESSO DI ASSIMILAZIONE CULTURALE
DIARIO DI VIAGGIO IN MONGOLIA
MONGOLIA, QUINTESSENZA DELL'ALTROVE
IL PRIMO ORO DELLA STORIA OLIMPICA DELLA MONGOLIA
L'OMBRA DI UNA NUOVA "RIVOLUZIONE COLORATA"
DIETRO GLI INCIDENTI DEL LUGLIO 2008
MONGOL, FILM TRA FICTION E REALTA'
SUMO: L'ODIO DEI GIAPPONESI PER ASASHORIU
IL BASKET NEL SEGNO DI GENGIS KHAN
IN PRIMA LINEA NELL'ECONOMIA MONGOLA
LO SFRUTTAMENTO DELLE BAMBINE IN MINIERA
LA CHIESA CATTOLICA NEL PAESE DEL BUDDHA

 

 


contro i cinesi la mongolia scopre i neonazi
di Federico Pistone

corriere.it agosto 2010 vai alla pagina originale
 

I mongoli non amano andare in bicicletta “perché ci vanno i cinesi”. Al supermercato snobbano frutta e verdura provenienti da Pechino e preferiscono quelle coltivate in patria anche se costano un occhio e hanno il sapore che può avere un prodotto cresciuto in una terra glaciale. Insomma, i mongoli detestano i cinesi con tutto il cuore. Un odio ancestrale, storico, prima da dominatori (ai tempi di Gengis Khan) poi da sottomessi fino alla “liberazione” sovietica negli anni venti del Novecento. Ma ora questo sentimento, anzi questo risentimento popolare sta degenerando a Ulaanbaatar, la capitale più fredda del mondo e anche la più tollerante, almeno fino a poco tempo fa. Cioè quando si è costituita un’organizzazione ultranazionalista che ha nello “statuto” la salvaguardia della purezza della razza mongola e che sta raccogliendo sempre più consensi. A scanso di equivoci gli adepti hanno scelto come simbolo la croce uncinata e si sono chiamati Tsagaan Khass, svastica bianca. Le intenzioni sembrano perfino lodevoli: lotta alle ingiustizie sociali, alla corruzione  e all’indifferenza politica, alla droga, alla prostituzione e al crimine in generale. Si definiscono antiviolenti e si autoproclamano “supporto alla polizia regolare”. Ma i loro raduni mettono paura: giacche militari, magliette con svastica, capelli rasati e braccio teso alla nazista. “Adolf Hitler? Un uomo rispettabile – dice convinto “Grande fratello”, nome di battaglia del leader degli Tsagaan Khaas – perché il suo obiettivo era quello di preservare l’identità nazionale. Siamo contro la guerra ma andremo fino in fondo ai nostri diritti”. “Dobbiamo essere sicuri che il sangue della nostra patria resti puro. Sarà fondamentale per la nostra indipendenza”, aggiunge il 23enne Battur, un convinto apostolo della svastica bianca. “Dobbiamo evitare che gli stranieri, e soprattutto i cinesi, si uniscano! alle no stre donne creando una razza nuova, diversa da quella pura generata da Gengis Khan”.

Una delle attività più frequenti dei nazi-mongoli è quella di irrompere in alberghi e ristoranti per verificare che non ci siano ragazze costrette a prostituirsi. Il vero timore dei mongoli, e non solo degli ultranazionalisti, è quello di finire fagocitati, anche economicamente, dagli ingombranti vicini cinesi, con forze in campo di 3 milioni di abitanti contro un miliardo e mezzo. Anche per questo tranquillizzano i turisti stranieri, “che sono benvenuti e che sono nostri amici, se rispettano le regole e se non vengono dalla Cina”, tengono a precisare quelli della Tsagaan Khass. Anche perché la svastica da queste parti ha un significato molto più morbido, essendo uno dei simboli sacri e benauguranti del Buddhismo presente ovunque, nei monasteri, sulle decorazioni e perfino sui sacchetti del supermercato.

 


CRONACA APPASSIONANTE E SARCASTICA DI UNA PARTITA DI CALCIO
NELLO STADIO PIU' GRANDE DEL MONDO
di Gabriele Battaglia

Peacereporter giugno 2010
 

La Mongolia è il luogo perfetto per dimenticare il calcio.
Lo dico da milanista fazioso, feroce, tanto antiberlusconiano quanto anti-interista, reduce da un anno calcistico rovinoso, sciagurato, assurdo e doloroso.

Il Paese è 179esimo nel ranking Fifa (su 203 iscritti), al pari del Belize, giusto un po' meglio delle Isole Cook ma drammaticamente sotto le Seychelles e Samoa.
La Mongolian Football Federation è stata fondata nel 1958, ma dal 1960 al 1998 la nazionale non ha giocato nessuna partita ufficiale.
Poi si è affiliata alla Federazione Internazionale e da allora ha vinto solo sette volte contro tre sole squadre: Guam, Macao e le Isole Marianne Settentrionali.

Non solo: contro la nazionale di Guam è riuscita pure a perdere una volta. Per la cronaca, Guam è l'isola del Pacifico dove nel 1972 venne ritrovato un soldato giapponese ignaro della fine della seconda guerra mondiale: 178mila abitanti e 195esima posizione nel ranking Fifa.

Eppure - incoraggiato forse dal fatto che gli unici due bambini che ho visto sotto casa mia a Ulan Bator con una maglia di calcio indossavano quella rossonera - due calci al pallone li ho pure tirati.
Nulla di strano: la Mongolia "è" un gigantesco campo di football. Da occidente a oriente, un prato infinito che farebbe la gioia di qualsiasi ragazzino delle nostre parti.

C'è solo un piccolo "ma": qui del calcio non glie ne frega niente a nessuno.
Perché?
Ariukaa, una amica della capitale, tira in ballo l'individualismo della sua gente.
"Ai mongoli non piacciono gli sport di squadra. Ci interessano solo quelli di forza, destrezza e soprattutto individuali."
E già. Qui vanno per la maggiore la lotta, il tiro con l'arco e la corsa dei cavalli. Vedere per credere il Naadam, il festival di luglio che coinvolge l'intera nazione.
E in questo genere di sport, gli eredi di Gengis riescono pure ad uscire dai confini: lo sapete per esempio che alcuni dei migliori campioni di sumo - la tradizionale lotta fra "ciccioni" giapponesi - sono mongoli?

Anche nello sport c'è quindi una linea di demarcazione tra nomadi e stanziali. "Noi" - abituati alle fatiche collettive dell'agricoltura, dell'irrigazione e poi dell'industria - vediamo un prato verde come qualcosa su cui produrre attraverso il lavoro di squadra; "loro" - figli dell'allevamento estensivo, con la densità di popolazione minore al mondo (1.75 ab./km²) - come uno spazio da percorrere o su cui operare in perfetta solitudine.

Ma torniamo alla mia partita, notevole perché avvenuta nel posto forse più assurdo al mondo. Siamo nella taiga al confine tra il Khövsgöl Aimag - la provincia più settentrionale del Paese - e la repubblica russa di Tuva. Siamo a circa mille chilometri e quattro giorni di viaggio (pullman, jeep e poi cavallo) dalla capitale, in uno degli accampamenti primaverili degli tsaatan, il popolo di nomadi allevatori di renne: 200 persone o giù di lì, a 2mila metri d'altezza.

Qui, i giovani del villaggio hanno costruito un canestro di legno. Giocano a basket uno contro uno (al massimo due) con le seguenti regole: chi ha il pallone non è tenuto a farlo rimbalzare, sgomita e spinge fin sotto il canestro e poi prova a cacciarlo dentro. Vince il più grosso o il più alto.
Oggi gli è venuta voglia di farlo con i piedi. Mettono i pali di sassi e ceppi di legno e si comincia, con il sottoscritto ospite d'onore. Giochiamo in ciabatte.

Capisco subito che sono i calciatori più scarsi del mondo. Il pallone (semisgonfio) schizza impazzito da tutte le parti perché chi se lo trova tra i piedi gli tira un calcione nella direzione in cui più o meno sta la porta avversaria e buona notte.
Il paròn Rocco si sarebbe commosso: "Tuto quel che se movi su l'erba daghe, se xe 'l balon pazienza".
Provo un lancio filtrante ma niente da fare. Il mio compagno di squadra proprio non se l'aspetta, non capisce come mai non punti dritto come un fuso verso la porta travolgendo tutto quello che trovo e sperando che la palla filtri.
Allora decido di fare da solo. Basta una finta e quelli vanno a farfalle, se poi fai un dribbling e riesci a evitare il calcione fuori tempo, la via del gol è spalancata. Sono pure piccoletti e magri, 'sti tsaatan (i mongoli no, quelli sono dei tronchi d'albero), se proteggo il pallone con il mio corpo mi rimbalzano addosso e si sfracellano al suolo.

Si arriva ai dieci, vinciamo, facciamo pure la rivincita, vinciamo ancora. Segno sette gol nella prima e credo sei nella seconda. Alla fine, preso dal delirio di onnipotenza, mi fermo in campo per insegnare ai ragazzini come si fa il colpo di testa: "Con la fronte! No, non con la nuca... tieni giù le mani, legatele dietro alla schiena!"

Poi riguardo le foto che Zaya ci ha scattato mentre schivavamo sassi, ceppi di legno e cacche di renna. L'unico con lo sguardo assassino di Pippo Inzaghi sono io, degli altri si vedono solo i denti: ridono, ridono e ancora ridono. In effetti, ora che ci penso, la colonna sonora della partita è stata un'unica lunga sghignazzata. Si sono divertiti da pazzi, ridevano mentre tiravano calcioni senza senso, ridevano mentre prendevano un gol. Vuoi vedere che quello ridicolo alla fine ero io, preso nell'orgasmo agonistico e ultracompetitivo?

Ritorno a Ulan Bator, sono con Ariukaa all'Irish pub. I Mondiali sono iniziati e tutti i locali del centro hanno gli schermi piatti accesi. I camerieri girano tra i tavoli con i colori dei diversi Paesi pitturati sulle guance, qua e là qualche maglietta delle nazionali. Oddio - penso - ecco la globalizzazione che avanza, il luogo in cui i nomadi perdono la loro identità e diventano stanziali, complice l'infame baraccone calcistico e la sindrome da bar sport. Fine della biodiversità, sciagura, la narrazione unica che avanza.
"Sono contenta di essere rimasta in città - dice lei - succedono tante cose e poi ci sono i Mondiali".
Tracollo: "Ma scusa, chettenefrega a te dei Mondiali?", faccio indispettito.
"Assolutamente niente, però è un evento. E' una cosa divertente".


L'ACCUSA DI AMNESTY INTERNATIONAL 
A UN ANNO E MEZZO DAGLI INCIDENTI DI ULAANBAATAR

Amnesty international 18 dicembre 2009

Il governo della Mongolia non ha preso provvedimenti efficaci nei confronti delle violazioni dei diritti umani avvenute nel luglio 2008 durante la rivolta di piazza Sukhbaatar, nella capitale Ulaanbaatar. 
Il 1° luglio 2008 migliaia di persone si radunarono in piazza Sukhbaatar, in un contesto contrassegnato da denunce di ampi brogli elettorali. La rivolta fu improvvisa e inaspettatamente violenta. La polizia sparò contro nove manifestanti, uccidendone quattro. Una quinta persona morì per soffocamento da fumo. Dalla mezzanotte e per quattro giorni, il governo applicò lo stato d'emergenza, per la prima volta dalla transizione al sistema democratico del 1990.
A distanza di un anno e mezzo da quei fatti, resta uno strascico d'impunità e ingiustizia. È quanto denunciato oggi da Amnesty International in un nuovo rapporto, nel quale si ricorda come centinaia di manifestanti vennero arrestati e trattenuti nelle celle delle stazioni di polizia, picchiati per estorcere "confessioni" e lasciati in condizioni di sovraffollamento e senza acqua né cibo anche per 72 ore. Più di 700 persone furono arrestate durante la rivolta e oltre 100 nelle settimane successive.

Le indagini avviate da allora hanno avuto un mandato limitato e le denunce di violazioni dei diritti umani, tra cui la tortura, i maltrattamenti e l'uso eccessivo e non necessario della forza, sono state in larga parte ignorate.
"A un anno e mezzo dalla rivolta non c'è stata ammissione di responsabilità da parte delle autorità né vi è stata giustizia per le vittime" - ha dichiarato Roseann Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International.
I procedimenti nei confronti di 10 agenti e di quattro dirigenti di polizia sospettati di avere, rispettivamente, usato e autorizzato l'uso di munizioni letali, sono stati bloccati dagli imputati e dai loro legali.
"Il governo della Mongolia non ha voluto indagare seriamente sulle denunce relative alle torture e ai maltrattamenti subiti dai manifestanti in carcere né sull'uso e sull'autorizzazione all'uso delle munizioni letali" - ha proseguito Rife. In questo modo, la Mongolia è venuta meno ai propri obblighi internazionali, che richiedono l'adozione di misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenire le violazioni dei diritti umani, portare di fronte alla giustizia i responsabili e assicurare una riparazione alle vittime, in linea con gli standard internazionali.
La segretezza che avvolge le operazioni della polizia e degli altri corpi di sicurezza, si legge nel rapporto di Amnesty International, sta ulteriormente danneggiando la reputazione di questi organismi, creando paura e sfiducia. Questi sentimenti persisteranno fino a quando le autorità non prenderanno provvedimenti concreti per aprire inchieste indipendenti, giudicare i responsabili di violazioni dei diritti umani e introdurre riforme per evitare che ulteriori abusi abbiano luogo.


IL RITORNO DELLO SCIAMANISMO
di Joshua Kucera
(
traduzione di Mara Tamburino per mongolia.it

A destra, rito sciamanico in Mongolia, foto di Federico Pistone)
tratto da http://www.eurasianet.org

 

Quando nel Luglio 2008  un webmaster 24enne di Ulaanbaatar di nome Degi urtò un pedone con la sua Daewoo, la fortuna gli volse le spalle. Non concluse un contratto di lavoro nel quale sperava e la maledizione iniziò a perseguitare sua vita privata. La famiglia della vittima gli estorse parecchio denaro con la minaccia di trascinarlo in tribunale. Così, come molti mongoli, Degi si rivolse ad uno sciamano. Gli sciamani, individui che si suppone abbiano un collegamento diretto con gli spiriti degli antenati, sono un' antica tradizione fra le popolazioni mongole. Durante l'epoca comunista lo sciamanismo scomparve quasi del tutto. Intorno agli anni 1990 c'erano solo più una decina di sciamani che praticavano gli antichi riti, secondo quanto riferisce il Prof.Bumochir Dulam, titolare della cattedra di antropologia culturale e sociale presso la National University di Mongolia.
In questi ultimi quindici anni tuttavia è iniziata la rinascita dello sciamanismo, e lo scorso anno si è verificato un vero e proprio boom.  Lo sciamanismo è una pratica decentralizzata, non c'è possibilità di conoscere il numero esatto degli sciamani operanti, né quello di coloro che ad essi si rivolgono, ma entrambe le cifre sono cresciute in modo incredibile. Lo sciamanismo è ritornato alla grande anche fra la gioventù della capitale Ulaanbaatar. Si è arrivati al punto che gli sciamani si fanno pubblicità in televisione e persino alcuni noti attori sono diventati sciamani. Se ne parla ovunque nel Paese.
"La spiegazione su ciò che sta accadendo dipende da quanto uno crede nel fenomeno - dichiara Bumochir - come molti miei compatrioti io sono sospeso fra il credere e il non credere, ma la spiegazione più cinica è che l'attuale modo di intendere il nuovo capitalismo in Mongolia, tipo tutto è permesso, sta creando grandi opportunità per i ciarlatani. E sul fatto che esistano molti ciarlatani in questo campo, non c'è alcun dubbio. E' un modo facile per fare un sacco di soldi, comprarsi un fuoristrada, un appartamento e vivere una bella vita", prosegue l'antropologo della National University. Ma ciò non spiega ogni cosa. Gli sciamani normalmente accettano la vocazione dopo un periodo di "malattia sciamanica" nel quale il neofita (e alcune volte la sua famiglia) affronta un difficile periodo di cattiva salute e peggiore fortuna. Si rivolge infine ad uno sciamano esperto che attraverso il proprio legame con il mondo degli spiriti gli comunica che uno dei suoi antenati è in tormento, ha bisogno di un tramite verso il mondo degli umani e che ha scelto il suo parente perché diventi sciamano. Qualcuno accetta il proprio destino, altri lo rifiutano. Alcuni di quelli che accettano l'incarico dagli spiriti provengono da famiglie ricche che non hanno nulla da guadagnare nel diventare sciamani. Bumochir racconta di aver conosciuto un diplomatico importante che lavorava negli Stati Uniti il cui figlio adolescente dopo una lunga malattia sciamanica dovette far ritorno in patria e diventò poi sciamano. "E queste persone? Non hanno alcuna necessità di diventare sciamani, è necessario trovare altre risposte" dice Bumochir, e aggiunge "Ora gli sciamani stessi si chiedono come sia stato possibile essere diventati così numerosi".
La tradizione mongola interpreterebbe questa situazione come una battaglia nel mondo degli spiriti, uno scontro fra "Paradiso Nero" e "Paradiso Bianco". "Quando questi due paradisi sono in lotta, ha più possibilità di vincere quello che possiede il maggior numero di spiriti, per questo ora gli spiriti stanno reclutando - come dire - nuovi soldati" dice Bumochir. Altri studiosi spiegano il fenomeno di eccezionale crescita dello sciamanismo con fattori economici e culturali. In sostanza, la rapida modernizzazione di molti mongoli contemporanei creerebbe un conflitto con la tradizionale vita nomade dei loro antenati.
Udval, una giovane ventottenne di Ulaanbaatar è diventata sciamana nel 2008, dopo un lungo periodo di "malattia sciamanica". La sua è la storia di una infanzia tormentata, trascorsa fra i bambini di strada e seguita da un periodo di lavoro presso una fabbrica tessile in Turchia, dov'era emigrata. Soffriva di mal di testa cronico, era sovente febbricitante e in preda ad accessi di prurito. "Pensavo di aver contratto qualche allergia o che i miei problemi fossero causati dal cibo" ,racconta. Così se ne tornò in Mongolia, ma i suoi problemi non scomparvero. Andò a visitare uno sciamano che le rivelò che un antenato di undici generazioni precedenti aveva scelto proprio lei perché accettasse l'incarico di tramite con gli spiriti. "Ero spaventata a morte e piansi a lungo", ricorda Udval, "ma infine fui vinta dalla compassione verso il mio antenato che soffriva perché qui sono sola, come in un deserto vuoto, e accettai l'incarico dallo spirito."
"Diventare sciamano comporta molto poco studio", racconta Udval. "All'inizio pensavo che si dovessero frequentare dei corsi, ma gli spiriti dirigono ogni cosa, è stato sufficiente imparare un canto da eseguire per permettere allo spirito di entrare nel mio corpo." Ora lei è sciamana a pieno titolo e a chi la consulta dispensa i suggerimenti più vari, da consigli su questioni d'affari fino a dritte sul colore dell'auto da acquistare.
Tramite passaparola Degi prese appuntamento con Udval, per trovare una soluzione ai vari problemi avuti dopo l'incidente d'auto. Un venerdì notte io che scrivo questa storia mi ritrovai, insieme a Degi ed un suo amico, ad attraversare in auto la strada sporca e sconnessa a nord del centro di Ulaanbaatar che conduce alla casa dove Udval vive con sua madre, suo marito e una figlia piccola. (Aveva saputo di essere incinta subito dopo aver accettato di far da tramite con lo spirito del suo antenato). Mentre la madre preparava la cena ascoltando la radio in cucina, la sciamana cambiò d'abito sostituendo la sua felpa con un del di seta blu (l'abito tradizionale mongolo) confezionato da lei stessa su indicazione del suo spirito-guida, con i lunghi nastri neri ondeggianti sul petto e sulla schiena che simulano le movenze d'un serpente. Sedette su uno sgabello di plastica vicino ad un altare illuminato da lampade ad olio e decorato con alcune coppe contenenti pezzi di Aarul, (una cagliata di latte essiccato) ed iniziò a battere su un tamburo di pelle, dapprima lentamente poi sempre più forte, ancora più forte e poi piano piano. Dopo diversi minuti balzò in piedi ed iniziò a vacillare, così suo marito la depose gentilmente su un mucchio di cuscini appoggiati sul pavimento, dove Udval perse l'aria timida e femminile che normalmente aveva e si sedette a gambe incrociate come un maschio, assumendo un atteggiamento burbero mentre picchiettava sugli stivali. Suo marito le servì - anzi servì allo spirito che era in lei - del tè con latte, il tradizionale gesto mongolo di benvenuto per gli ospiti. Infine la ragazza - o lo spirito che era entrato in lei - chiese a Degi di spiegare il suo caso."Questo sarà piuttosto difficile" - disse dopo averlo ascoltato - e gli spiegò ciò che lo spirito comandava: immerse un nastro bianco ed uno nero in una tazza di latte, chiese a Degi di berne tutto il contenuto e di conservare i fili "finché l'erba crescerà di nuovo" la prossima estate. Gli consegnò una piccola ciotola d'acqua spiegandogli che doveva portarla fuori dalla casa e gettarla dietro al braccio sinistro, verso nord-est. Poi gli consegnò alcune piccole pietre dicendogli che avrebbe dovuto portarle addosso e lasciarne cadere una ogni tre giorni, sacrificando anche una piccola quantità di vodka e cantando un incantesimo ogni notte. Infine gli raccomandò di indossare un abito "nero e lucido" e di usarlo come cuscino per i successivi sette giorni. Degi ascoltava stordito, chiese all'amico di scrivere l'elenco delle istruzioni e quando Udval ebbe finito prese la lista e la studiò attentamente. Con gesto riverente pose una banconota di 5.000 Tugrug (poco meno di 3 $) sull'altare e ringraziò sommessamente la sciamana.Non avrebbe saputo dire se ciò sarebbe servito. Anche la sciamana appariva stordita uscendo dalla trance, come se si stesse solo allora risvegliando. Mi guardò e chiese: "Allora, ti è sembrato strano?".


ERMENEGILDO ZEGNA E LOUIS VUITTON SCOMMETTONO SULLA MONGOLIA

da www.fashionmagazine.it  

 

La capitale della Mongolia, Ulan Bator, si appresta a diventare uno degli approdi commerciali più ambiti dalle griffe del lusso. Almeno secondo le strategie di Ermenegildo Zegna, primo marchio italiano di moda maschile ad avviare uno shop nel Paese, e del brand francese Louis Vuitton, il cui debutto nell’area dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno.
Per la società specializzata in menswear d’alta gamma, l’opening asiatico rientra in un ampio programma di espansione internazionale, che ha portato nel mese di ottobre all’inaugurazione di un nuovo global store in Peking Road, a Hong Kong e di negozi Ermenegildo Zegna e Z Zegna a Singapore, all’interno dello Ion Centre. Il punto vendita di Ulan Bator, progettato dagli architetti Gianmaria e Roberto Beretta dello Studio Beretta di Milano, si snoda su una superficie di 189 metri quadri, al piano terra della Central Tower in Sukhbaatar Square: in un ambiente dove legni e pietre naturali si fondono armoniosamente, evocando l’atmosfera di un gentleman’s club privato, si ritrovano le diverse anime dell’universo Ermenegildo Zegna (Couture, Sartoria e Upper Casual), una selezione della linea Zegna Sport e gli accessori.
Anche Louis Vuitton ha in calendario, entro la fine del 2009, il primo store in Mongolia (come anticipato da fashionmagazine.it del 19 giugno 2009), che porterà il numero dei monomarca worldwide a quota 440. Il luxury brand d’Oltralpe è inoltre quasi pronto allo sbarco a Beirut, in Libano (vedi fashionmagazine.it del 17 settembre 2009), mentre guarda con interesse anche alle potenzialità di Egitto, Giordania e Siria come nuovi mercati per i prodotti della casa. d.p.


IL FASCINO NASCOSTO DELLA MONGOLIA

di Anna Maspero da www.ilreporter.com
(14 ottobre 2009)

 

Guardo scorrere sul monitor del computer le foto scattate in Mongolia: colori puri e paesaggi sconfinati, difficili da racchiudere dentro la cornice di uno schermo. Così come mi trovo a corto di parole nel raccontare il paese. Forse perché a un primo sguardo la Mongolia sembra offrire poco da fare e poco da vedere.

Una sensazione di disorientamento che provano un po’ tutti, anche i viaggiatori più sensibili, comunque abituati a programmi con tappe definite e siti da visitare. L’impressione è quella di andare senza una meta, scegliendo a caso una delle innumerevoli piste che si incrociano e si perdono all’infinito.

Cosa offre allora di così speciale la Mongolia per giustificare la fatica di un viaggio in questo paese immenso, con lunghi tempi di percorrenza e un clima estremo che solo durante la breve estate concede temperature sopportabili?

Le immagini che scorrono sullo schermo del computer risvegliano nella mia mente il ricordo di stupendi paesaggi lunari, di vallate che sembrano idilliaci scorci di paradiso e di cordoni di dune che si rincorrono all’orizzonte. Certo, qui il deserto non ha le dimensioni cui sono abituati molti di noi, anestetizzati dai ricordi di tanti altrove. Straordinario è però il gioco di contrasti fra la sabbia bianchissima, le montagne scure sullo sfondo e alla base un prato verde alimentato da un’improbabile sorgente, con mucche e cammelli al pascolo. Sembra un fotomontaggio che mescola un angolo di Sahara a un alpeggio svizzero.

La Mongolia, lasciata Ulaan Baatar dove si concentra oltre un terzo della popolazione, è per larga parte un grande spazio vuoto coperto dal mare d’erba della steppa o da infinite spianate di sassi. L’occhio non sa dove appoggiarsi, intorno solo terra e cielo e un orizzonte circolare così ampio che sembra di percepire la rotondità del globo. Il tutto avvolto da un profondo silenzio interrotto solo dal rumore del vento. Non ci sono barriere né recinti. Nessuna segnalazione, rare le strade e pochissime quelle asfaltate. La terra appartiene a tutti e nelle “gher”, le tipiche tende circolari dei nomadi, si entra senza bussare.

Cosa ci può essere di più alieno di un siffatto paese per noi che passiamo le nostre giornate in ambienti artificiali e rumorosi, circondati dal superfluo, chiusi dentro case, uffici e automobili? Noi che viviamo in un continuum di città e paesi cementificati e attraversati da nastri d’asfalto? La Mongolia è una nazione immensa e vuota di gente. Pur essendo grande cinque volte l’Italia, il numero degli abitanti è venti volte inferiore e la densità è la più bassa al mondo. Non male per chi è alla ricerca di un altrove!

Se gli abitanti sono pochi, la fauna è invece abbondante, con un rapporto numerico di uno a venticinque, solo riferendosi agli animali d’allevamento. Fauna che ci è abbastanza familiare, visto che condividiamo con la Mongolia il parallelo 45 dello stesso emisfero. A parte alcuni incontri con specie selvatiche, dai takhi, i progenitori del cavallo, ai branchi di gazzelle, si vedono soprattutto greggi di pecore e capre e cavalli, ma anche yak e cammelli battriani, quelli “veri”, con due gobbe. Ne deriva che l’elemento forse più diffuso, mi si passi l’ineleganza, sia lo sterco. In mongolo esiste un nome proprio per definirne ogni varietà, da quella umana a quella dei diversi animali, forse perché ha un diverso potere di combustione e quindi, visto che spesso è il solo combustibile disponibile, c’è una prima e una seconda scelta…

Dove ci sono gli animali non lontano appaiono sempre una o due “gher” perse nel mezzo del nulla. Ci vivono nuclei familiari autosufficienti, ma non isolati come un tempo. Sempre più spesso all’esterno, accanto al cavallo, è parcheggiata una moto. E poco discosto un pannello solare dà energia alla grande parabolica che porta anche in questo sperduto angolo di mondo immagini di una realtà lontana e aliena.

Per quanto tempo questi nomadi dai volti aperti e sorridenti, con un cappello da cowboy, stivaloni di cuoio e la tunica tradizionale stretta in vita da una fascia di seta, sapranno resistere alla seduzione della città e dei suoi beni di consumo? Il dialogo con loro è difficile e necessariamente filtrato da un’interprete, ma i sorrisi sono sinceri e l’ospitalità spontanea e sobria, come ormai sopravvive solo fra popolazioni nomadi e isolate.

Lungo le piste si incontra ogni tanto un “ovoo”, un mucchio di pietre con legata qualche sciarpa di seta blu, a indicare un luogo sacro dove sostare e ringraziare il padre cielo e la madre terra, divinità che forse ancor più del lamaismo incarnano la spiritualità tradizionale. Poche le altre testimonianze del passato, perché la Mongolia è da sempre terra di nomadi e si sa che i nomadi camminano leggeri senza lasciare tracce. La loro storia è fatta soprattutto di leggende e tradizioni.

Purtroppo proprio le tradizioni più profonde, dalla religione all’alfabeto fino agli stessi patronimici e discendenze, sono state cancellate dai lunghi anni di comunismo filosovietico. Impossibile, come scrive Ilaria Maria Sala nel suo “Il dio dell'Asia”, ricuperare un’identità irrimediabilmente perduta, proiettarsi indietro di settant’anni, quando il paese era una specie di monarchia teocratica, per vedere che cosa esumare e che cosa invece abbandonare per sempre. Per riannodare i fili spezzati non basta “riabilitare”, dopo l’ostracismo sovietico, Chinggis Khan, mettendo la sua effige ovunque, dalle bottiglie di birra alle banconote.

Più che lo svolgersi della storia, viaggiando in Mongolia si percepisce il ripetersi del tempo, l’alternarsi del giorno con la notte, l’avvicendarsi dell’estate con l’inverno, l’arrivo della stagione degli accoppiamenti, poi della tosatura e delle nascite. E’ il ritmo della vita, quello che noi, nel giro di poche generazioni, abbiamo dimenticato.

La Mongolia, come il deserto o il mare, può apparire monotona al viaggiatore distratto, al turista sempre ansioso di novità e di facili stupori, ma sa regalare momenti di grande bellezza e, forse soprattutto, la libertà degli spazi immensi. Un paese dove è davvero andando che si fa la strada. Un paese spiazzante, senza punti di partenza e d’arrivo, ma capace di sedurre. (testo e foto di Anna Maspero)


MILANO-MONGOLIA: QUEL FILO DI LANA CHE LEGA UTOPIA E REALTA'

da "Il Giornale" del 1° ottobre 2009


Milano-Mongolia, un viaggio di circa un mese attraverso un antico e immenso territorio. Ma non per turismo. C’è chi non ama viaggiare per puro diporto ma pone sempre una meta precisa e molto concreta al suo viaggio. Che si tratti del mercante veneziano Marco Polo o degli imprenditori valsesiani Sergio e Pier Luigi Loro Piana. I responsabili di questo marchio d’eccellenza del made in Italy ogni anno a maggio partono alla ricerca del mitico vello delle capre Hircus (comunemente chiamato cashmere) allevate dai pastori nomadi delle sconfinate distese mongole, e ritornano in Italia con l’impalpabile e preziosissimo carico. «Sono viaggi di lavoro - racconta Pier Luigi Loro Piana - che mettono a contatto non solo con una natura stupefacente ma anche con un popolo mirabile per civiltà e ospitalità». Nel cuore del tourbillon milanese della moda, i fratelli Loro Piana hanno presentato ieri al pubblico la testimonianza di quell’avventura annuale che non è soltanto loro, ma anche dei pastori che quotidianamente sfidano condizioni climatiche e ambientali estreme e dei loro animali che da millenni li accompagnano brucando la scarsa erba delle distese mongole, sfidando tempeste di sabbia, controllando per chilometri la sete prima di arrivare alle distese d’acqua di laghi incontaminati. Nel maggio scorso sul convoglio che dalla capitale mongola Ulan Baatar si avventurava lungo le incerte piste verso i territori attraversati dai pastori, è salita anche una fotografa che a prima vista poteva apparire la meno adatta a quell’avventura: Bruna Rotunno, sofisticata fotografa di moda che lavora tra Milano e Parigi. Ma Bruna Rotunno cela un cuore avventuroso: «Mi sono armata di una Canon digitale, adatta a sopportare sabbia e sbalzi climatici, e sono partita per uno dei viaggi più intensi della mia vita». Ne è uscito un libro da ottobre in vendita in tutte le librerie italiane (Baby Cashmere, editore Skira). In duecento immagini di grande fascino ed equilibrio, che nulla concedono al facile effetto, si racconta il mondo arcaico e infinito della Mongolia: i cieli e le nubi gonfie di sabbia, i laghi gelati, la solitudine. E la vita dei pastori che ogni anno a maggio tosano non solo gli adulti ma anche i cuccioli di Hircus (è quello infatti il baby cashmere). Sono caprette candide che si lasciano docilmente pettinare per lasciare nelle mani del pastore trenta grammi di pelo. È da quel pelo bambino che l’abilità del lavoro italiano trae un filato morbidissimo e caldissimo. Il massimo del lusso. Ma un lusso ottenuto senza uccidere animali né tormentarli, senza devastare fiumi e distese d’erba, senza alterare ritmi antichi di vita e di lavoro, senza forzare l’anima di una gente. Sembra un’utopia invece si può fare.


 

L'IMPERO DELLA VERGOGNA

di Jean Ziegler - Marco Tropea editore


Nelle discussioni internazionali sulla fame la parola “fatalità” è onnipresente. Nel 1974, tre anni dopo aver ottenuto l’indipendenza, il Bangladesh subì una delle peggiori catastrofi della sua storia: le inondazioni del Gange e del Brahamaputra provocarono una carestia che fece quattro milioni di vittime. Henry Kissinger introdusse allora il concetto di basket case, di caso disperato: certi paesi sono talmente bloccati sul fondo della “cesta" (basket), ovvero dell’abisso, che per loro non vi è alcuna speranza. Le condizioni climatiche e geografiche rendono inevitabile la fame di gran parte della loro popolazione e impediscono qualsiasi forma di sviluppo economico. Gli abitanti sono condannati a una vita di mendicità internazionale e di angoscia. E la condanna è perpetua. La cupa predizione di Kissinger è accettabile? Esistono paesi per sempre bloccati sul fondo dell’abisso? Esaminiamo meglio questa idea di “fatalità”. Ogni anno il PAM pubblica la sua World Hunger Map, una carta geografica della fame nel mondo che dovrebbe essere appesa in tutte le scuole d’Europa.

Per vedere la "Mappa della fame" del 2009 cliccare sulla miniatura in alto a destra.

Diversi colori indicano, nei vari paesi, il tasso di esseri umani sottoalimentati in maniera permanente e grave. Il marrone scuro indica un tasso medio di sottoalimentazione superiore al 35% della popolazione. Questo colore copre ampie zone di Africa e Asia, oltre che alcuni paesi dei Caraibi. Ma dal 2001 uno dei tre stati che si trovano
sempre in testa a questa macabra classifica è la
MONGOLIA.
La Mongolia è uno splendido paese fatto di steppe, deserti, montagne e tundra situato nel cuore dell'Asia. il suo territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati è abitato da due milioni e quattrocentomila persone, in maggioranza mongoli, ma
anche kazaki e buriati. Più della metà della popolazione è nomade. L'estate in Mongolia dura solo due mesi e mezzo, da metà Giugno all'inizio di Settembre; poi arrivano l'autunno e l'inverno. Dalla fine di Ottobre le temperature scendono a venti gradi sotto zero, e in Dicembre raggiungono i cinquanta sotto zero. Per duecentoquaranta giorni all'anno il cielo mongolo è di un azzurro trasparente. Il sole splende. Confinante con la Siberia, la Cina e il Kazakistan, questo paese è di una bellezza
che toglie il respiro. A nord c'è la taiga, a ovest i monti dell'Altai, a sud le dune e gli altipiani rocciosi spazzati dal vento del deserto del Gobi. Al centro e a oriente, come onde senza fine, si stendono colline coperte di un'erba folta. Una sola strada
asfaltata collega, con un tragitto di seicento chilometri, la capitale Ulaanbaatar a Selenga, una città di frontiera con la Siberia. La ferrovia attraversa il paese da sud a nord: è la famosa transiberiana, che collega Pechino a San Pietroburgo.
Agli incroci delle piste piene di buchi che solcano le steppe si ergono mucchi di pietre sormontati da una bandiera azzurro cielo, il colore degli sciamani ma anche del buddismo tibetano. Secondo un'usanza sciamanica, il viaggiatore deve girare tre
volte intorno al monticello e gettarvi tre pietre raccolte lì intorno. In estate una brezza costante e leggera soffia sulla steppa. A partire da ottobre venti violenti agitano il cielo. Da Novembre a Marzo le bufere di neve spazzano la terra inghiottendo spesso uomini e animali. L'estate è un'esplosione di vita. Si celebrano i matrimoni e in tutti gli aimag si organizzano tornei di lotta, di tiro con l'arco, di acrobazia e di corsa a cavallo. Simili a lunghi lamenti discreti e melodiosi, i canti mongoli risuonano nell'aria. I mongoli sono dotati di una memoria collettiva antica e vitale. I simboli del loro passato si incontrano ovunque. Dalla fine del XII secolo all'inizio del XV hanno dominato il più vasto impero che l'umanità abbia mai conosciuto. Si estendeva dall'Ungheria a Giava e includeva praticamente tutto il continente asiatico (a esclusione del Giappone). Il fondatore dell'impero era Gengis Khan, che morì nel 1227. Il suo nome significa "re universale". Suo nipote Kubilai Khan abbandonò la capitale Karakorum e fondò Pechino. I mongoli, che vivono nelle loro gher, una sorta di tenda rotonda protetta dal freddo e dai venti da una copertura impermeabile di feltro fatta con lana di pecora, possiedono oltre trenta milioni di capi di bestiame: capre (che forniscono la preziosa lana cashmere esportata in Cina), pecore (di tutte le razze), vacche (magrissime), cammelli a due gobbe (detti "navi del Gobi") e soprattutto cavalli di razza, veloci, robusti, di grande bellezza, capaci di galoppare ad una velocità strabiliante. Il latte di giumenta, la carne di cavallo e la vodka distillata a partire da cereali importati dalla Russia costituiscono i cibi e le bevande preferite dai mongoli. Per quanto affascinante per la ricchezza delle sue tradizioni millenarie e i valori di ospitalità e solidarietà di cui è portatrice, la società nomade è estremamente fragile. Nel 1999 e nel 2002 inverni più rigidi del solito, seguiti da siccità catastrofiche e da invasioni di cavallette, hanno ucciso quasi dieci milioni di animali. Sulla carta del PAM la Mongolia figura con un tasso medio di sottoalimentazione
cronica e grave del 43%. Il 70% degli alimenti oggi è importato dalla Cina, dalla Corea del Sud e dalla Russia. Circa il 40% della popolazione vive al disotto della soglia di povertà ed è costretta a sopravvivere con meno di 22.000 tugrik al mese
(un dollaro USA vale 1.412 tugrik aggiornato a Settembre 2009). Secondo le stime governative, a Ulaanbaatar il minimo vitale per vivere è di 30.000 tugrik al mese. Nella capitale vive più della metà della popolazione. Il 30% degli abitanti ci vive da
meno di cinque anni: sono i profughi delle catastrofi naturali e della fame nelle steppe. La mortalità infantile è una delle più alte al mondo: 58 nati morti su mille nascite nel 2003. Per i poveri la situazione peggiora di giorno in giorno. La pratica dell'agricoltura è estremamente difficile perché le estati sono troppo brevi per piantare e raccogliere. L'irrigazione è impossibile in tre quarti del territorio, a causa della mancanza d'acqua. Insomma la Mongolia importa praticamente tutto il
cibo di cui ha bisogno, ad eccezione della carne e del latte. Ma i prezzi dei prodotti cinesi e russi importati aumentano sempre più. Durante il mio soggiorno - Agosto 2004 - il prezzo degli alimenti (grano patate, ecc) provenienti dalla Russia è
aumentato improvvisamente, in media, del 22%. Dal 1921 al 1991 la Mongolia ha vissuto sotto il giogo sovietico. Formalmente indipendente, e tuttavia satellite dell'URSS, il paese ha sofferto un vero e proprio martirio: i campi di concentramento, l'onnipotenza del KGB, gli attacchi incessanti contro la società tradizionale. Trentamila lama e monaci buddisti sono stati uccisi dagli sbirri di Stalin nel corso della campagna "per l'ateismo" nel 1936.  Ma, in profondità, la società mongola ha resistito. I clan sono rimasti praticamente intatti. Il loro fondamento è la solidarietà: nella steppa, in inverno, quando la temperatura scende a cinquanta gradi sotto zero, o durante le estati di siccità quando manca l'acqua, nessuno è in grado di sopravvivere senza la solidarietà degli altri abitanti delle gher o dei quartieri fatiscenti della capitale.
Questa solidarietà è onnipresente. E' l'anima della società mongola. La casa a due piani di fronte a me ha muri gialli sbrecciati. Si trova ai margini di un terreno incolto all'estrema periferia meridionale di Ulaabaatar, ai piedi delle prime
colline senza alberi dove passa la pista del Gobi centrale. Una piccola scala conduce al portone di ferro. Mi faccio tradurre l'iscrizione che occupa una parte del muro esterno: "Centro municipale per l'identificazione degli indirizzi dei bambini".
Un uomo massiccio, in abiti civili, di una cinquantina d'anni, sorpreso e vagamente inquieto, ci viene incontro. E' il colonnello Bayarbyamba, il direttore del centro. Dietro di lui ci sono una donna di mezza età vestita con un camice bianco, la dottoressa Enkhmaa, e un giovane ispettore di polizia in uniforme blu. Il sole è già alto in cielo. Il vento agita dolcemente i rami dell'unico albero piantato davanti alla casa. E' mattina, ma la temperatura ha già superato i trentacinque gradi.
Un colonnello della polizia direttore di un centro di accoglienza per bambini abbandonati? Per un istante esito di fronte alla piccola scala. Ma la porta di ferro è aperta, e sento le voci dei bambini. In qualsiasi altro paese del mondo la vista di un poliziotto in uniforme blu coperta di decorazioni mi avrebbe fatto girare i tacchi. Ma in Mongolia tutto è diverso. Sì, è la
polizia di stato che snida i ragazzini e le ragazzine nei tunnel del riscaldamento, li obbliga a risalire in superficie, li preleva sotto ai portoni, li porta qui... Anche la polizia è animata dalla solidarietà che unisce tutti i mongoli; fornisce un riparo, docce, toilette, un minimo di vestiario e cibo, nonché cure mediche a questi bambini dei tunnel che senza di lei sarebbero in gran parte destinati a morte sicura. Cerca poi di identificare i genitori o di localizzare qualche membro della famiglia che possa occuparsi del bambino. Ma queste ricerche di solito sono vane. I centotrenta bambini, maschi e femmine di età diverse, che sono ospitati qui stanno mangiando in recipienti di metallo. Un pasto abbondante, a base di pecora
bollita e patate. L'80% dei bambini che arrivano in questo luogo è ferito o malato. In maggioranza sono "bambini dei tunnel". Al loro arrivo quasi tutti sono gravemente sottoalimentati e in molti casi presentano malattie della pelle e dello stomaco.
Ulaaanbaatar è stata costruita cinquant'anni fa secondo i canoni dell'architettura sovietica di allora. Un'immensa centrale alimentata a carbone, combustibile che si trova in abbondanza nella tundra, fornisce l'elettricità e il riscaldamento a tutta la
città. Per garantire il riscaldamento collettivo le condutture percorrono tunnel interminabili sotto le strade; in questo modo alimentano con acqua calda i caloriferi installati negli appartamenti. In questi tunnel si rifugiano, alla fine di ogni Settembre, i più poveri, e in particolare i bambini abbandonati. Ne riemergono in Maggio, vi sprofondano di nuovo in Settembre. La polizia cittadina li cerca e li porta, quando li trova, in uno di questi centri. Sono sceso in uno di questi tunnel attraverso una scala metallica. Era pieno di escrementi e di colonie di ratti. La puzza era insopportabile. La maggior parte dei bambini è vittima della violenza domestica. Nel 2004 la disoccupazione urbana toccava il 47%. La vodka e la disperazione, in queste
condizioni, fanno vere e proprie stragi. I bambini vengono picchiati, spesso riportano ferite e subiscono abusi sessuali. Di notte cercano rifugio nei tunnel, durante il giorno frugano nell'immondizia.
Quanti sono a Ulaanbaatar? "Circa quattromila", mi risponde il colonnello Bayarbyamba. "Almeno diecimila" stima Prasanne da Silva, un giovane indiano americanizzato che dirige le operazioni di World Vision in Mongolia. World Vision è
un'organizzazione non governativa (ONG) americana di origini presbiteriane dotata di un budget annuale che supera il miliardo di dollari e finanziata per il 59% da donatori individuali. World Vision aiuta alcuni dei trentanove centri di accoglienza per bambini di strada della capitale. Vengo invitato a pranzare con i bambini. Accanto a me una bambina di circa dieci
anni dà da mangiare a un bimbo gracile di diciotto mesi che inghiotte piccoli pezzetti di carne di pecora premasticati dalla bambina. Sembra molto contento. Dulgun è un adolescente di quattordici anni. A causa del caldo porta solo un paio
di pantaloncini. Sulla sua schiena si vedono i segni delle percosse. Ha grandi ecchimosi rosse ai lati della colonna vertebrale. Un altro ragazzino, più giovane, ha il volto coperto di croste. Alcuni ci guardano con simpatia, altri hanno paura. Ma tutti, a poco a poco, vengono a stringerci la mano. Una bambina di dodici anni di nome Zaya, che indossa un pigiama a fiori, ha subito danni cerebrali a causa della gravissima sottoalimentazione. Lancia piccole grida incomprensibili. Dal suo sguardo traspaiono il dolore e la follia. Per spostarsi deve essere presa in braccio da una sua giovane compagna.
Dopo il pasto i bambini si alzano e formano un cerchio. Si tengono per mano e cantano "Grazie al cuoco!". La scena sembra uscita da un dramma di Brecht. Seguono altre canzoni. Zaya, che non riesce a stare in piedi, viene posata
delicatamente al centro del cerchio. Chiedo di parlare più a lungo con i bambini. Bat Choimpong, il capo dei servizi
sociali della città, tradurrà. Le storie di questi bambini sono di una banalità estrema, il racconto ordinario delle
distruzioni, delle miserie e delle umiliazioni infantili che si incontrano ovunque nel mondo. Sondor è un ragazzino di sette anni dai grandi occhi scuri e dolci. Ha cicatrici sulle braccia e sulle guance. Ormai al riparo dai colpi, si trova al centro da due mesi. Durante il giorno vorrebbe andare a scuola. I suoi genitori, a quanto dice, sono in prigione. Tuguldur dice di avere quindici anni. da tre frequenta la strada, o più precisamente i tunnel. I suoi genitori hanno dovuto vendere la loro gher a causa di un debito e anche loro vivono tra i tunnel e la strada. Tuguldur non sa dove si rovino. Byambaa è un ragazzino fragile di dodici anni dalla pelle chiara, quasi diafana. Viene dall'aimag di Umgobi, a sud. E' orfano. I suoi genitori sono morti quando aveva sei anni. A Ulaanbaatar lo ha accolto una nonna, ma poco dopo è morta anche lei. Byambaa allora ha raggiunto i tunnel; vi ha vissuto per cinque anni, rimanendovi fino a maggio inoltrato. Quando esco si aggrappa alla mia giacca, in cerca di una tenerezza familiare che non ha mai conosciuto. Graziosa, triste, vestita di uno sbiadito abito azzurro e sandali bianchi, Schironov è una ragazzina di quindici anni. Sua madre, minata dalla disperazione e dalla vodka,
l'ha abbandonata. Suo padre, disoccupato, ha tentato di abusare di lei. E' arrivata nei tunnel nel Febbraio di quest'anno.
Martedì 17 Agosto 2004 sono seduto di fronte al generale maggiore Purev Dash, direttore dell'Agenzia governativa per la lotta contro le catastrofi (National Disaster Management Agency), in un alto edificio grigio al numero 6 di via dei Partigiani a
Ulaanbaatar. Il generale esibisce con fierezza le sue decorazioni sovietiche e mongole, appuntate su un'uniforme verde scuro. Porta occhiali dalla montatura di acciaio, i capelli neri sono tagliati a spazzola. E' un uomo di altezza media, che
sprizza energia ed è dotato di quell'ironia sorridente e beffarda così diffusa tra i mongoli. Ha un dottorato in scienze. Il suo aiutante Uijin Odkhuu è anche lui generale maggiore ed ha una laurea. Di bassa statura, molto rispettoso del suo capo, mostra curiosità verso il visitatore che viene da così lontano. Dash mi elenca i disastri cui deve cercare di far fronte.
Il suo primo incubo sono gli incendi nelle steppe che durante i mesi estivi, insieme agli incendi nelle foreste, devastano centinaia di migliaia di ettari di terreno. L'8,3% della Mongolia è coperto dalla taiga, la foresta boreale che attraverso la Siberia si estende fino al Polo Nord. La taiga è la più grande area forestale del mondo. Gli incendi delle steppe e delle foreste sono favoriti da una siccità che si sta aggravando dalla fine degli anni novanta. Se, infatti, alla fine degli anni ottanta cadevano in media duecento millimetri di pioggia all'anno, oggi, dopo le grandi siccità del 1999 e del 2003, la pioggia è diventata molto più scarsa. Dash non ha disposizione elicotteri né Canadair per combattere il fuoco, evacuare le famiglie e salvare il bestiame. Il suo secondo assillo sono le epidemie che aggrediscono capre, cavalli, pecore, cammelli, ma anche uomini. Il più grande nemico delle bestie è l'afta epizootica, che nel 2002 e nel 2003 ha ucciso centinaia di migliaia di capi. I servizi veterinari mancano di tutto: vaccini, antiparassitari, vitamine. L'unica soluzione è abbattere i capi contaminati, provocando così la rovina definitiva delle famiglie nomadi. Quanto alle epidemie che attaccano gli uomini, a ossessionare il generale è lo spettro della peste. Le pulci portatrici della malattia si annidano di preferenza nel pelo delle marmotte. Le marmotte, insieme alle antilopi e agli asini selvatici, sono le prede preferite dei cacciatori mongoli: forniscono grasso e la loro pelliccia è molto ricercata sul mercato. Lottare contro la peste è difficile. Il maggiore generale deve accontentarsi di
diffondere per radio appelli urgenti ai cacciatori. "Lasciate raffreddare l'animale abbattuto. Sul suo corpo ormai freddo le pulci muoiono da sole".
Le bufere di neve cominciano ad Ottobre, a volte anche a fine Settembre, e inghiottono uomini e bestie. Il generale avrebbe urgente bisogno di finanziamenti per costruire ripari invernali per il bestiame. Il fieno dovrebbe alimentare il bestiame
durante i mesi invernali, ma dopo l'invasione di cavallette che ha avuto luogo alla fine del 2003 centinaia di migliaia di ettari di prateria sono andati distrutti. Gli insetti hanno divorato l'erba estiva delle steppe e gli allevatori non hanno potuto produrre il
loro fieno. Per salvare le mandrie si dovrebbero importare con i camion migliaia di tonnellate di fieno siberiano. Nel 2003 la Direzione dello sviluppo e della cooperazione elvetica (DSC), insieme all'Agenzia di cooperazione russa, ha organizzato una colonna di camion e ha trasportato per più di tremila chilometri mangime e fieno destinati a qualche decina di
migliaia di gher assediate dalla neve. Ma per il 2004 mancano i soldi. "Che cosa avete intenzione di fare?" chiedo.
Il generale alza gli occhi al cielo. "Bisogna sperare... bisogna sperare che l'inverno sia clemente". In Mongolia un inverno clemente è un inverno in cui la temperatura non scende al disotto dei trenta gradi sottozero. L'Agenzia immagazzina grano di importazione per prevenire le carestie. Ma non può immagazzinare l'acqua, per mancanza di impianti e di fondi. E la siccità esaurisce le falde freatiche. Qualche giorno dopo la mia visita al generale Purev Dash mi trovo lontano, nel
Sud, nella regione del Gobi. La città di Mandal-Gobi è stata fondata nel 1942. In un orribile edificio di cemento stile sovietico si trovano gli uffici del governatore Janchovdporjin Adiya, un uomo corpulento e gioviale che governa l'aimag del Gobi
centrale, una regione di sessantaseimila chilometri quadrati in cui vivono 51.000 nomadi. Nel suo aimag il 90% dei pozzi tradizionali, che non superano i 50 metri di profondità, è ormai inutilizzabile. Si dovrebbero scavare pozzi molto più profondi, ma mancano i macchinari e le pompe elettriche. In estate la gente ha ricominciato ad utilizzare l'acqua degli stagni e dei torrenti. Le morti per diarrea si moltiplicano, soprattutto fra i bambini piccoli. La Mongolia è un basket case, secondo i criteri di Kissinger? Una misteriosa "fatalità" spiegherebbe le disgrazie dei bambini mongoli? Naturalmente no. Queste disgrazie hanno un nome: debito. Nel 2004 il debito ammontava a 1,8 miliardi di dollari, una cifra che corrisponde quasi esattamente al prodotto interno lordo, ovvero alla somma di tutte le ricchezze prodotte in Mongolia in un anno. La Mongolia è strangolata. Tutti i pericoli che la minacciano, tutte le catastrofi di cui è vittima potrebbero essere evitati o combattuti con una tecnologia adeguata. Questa tecnologia è disponibile sui mercati occidentali, ma costa. E praticamente tutti i soldi di cui dispone la Mongolia sono assorbiti dal servizio del debito.


MONGOL DERBY, LA CORSA DI CAVALLI PIU' LUNGA DEL MONDO

di da http://mongolderby.theadventurists.com/ (agosto 2009)

Il 22 Agosto ventisei intrepidi cavalieri, 11 donne e 15 uomini, appartenenti a 8 diversi Paesi (nessun italiano, per ora), affronteranno il Mongol Derby, prima edizione di quella che è già stata soprannominata La corsa di cavalli più lunga e dura del mondo. Un percorso di oltre 1.000 chilometri che partendo da Karakorum attraverserà i deserti e selvaggi paesaggi di Mongolia, prima di giungere verso  il 5 Settembre alla tappa finale sulle rive del fiume Onon fra le montagne del Khentii, speciale tributo al luogo dove si suppone sia nato il grande Gengis Khan. E' una gara che promuoverà definitivamente la Mongolia come Paese leader nel turismo d'avventura ed è anche una moderna rivisitazione dello splendido efficientissimo sistema postale ideato proprio da Gengis Khan, quando i cavalieri mongoli erano in grado di attraversare il loro immenso Paese per giungere in Europa Orientale in soli 14 giorni (meno di quanto impiega a volte una semplice cartolina a raggiungere l'Europa ai giorni nostri), cambiando cavallo ogni 30-40 Km nelle Morin Urtuus, le stazioni di posta appositamente predisposte.
Ne ha scritto con ammirazione Marco Polo "Ogni 25 miglia, o comunque ogni 30 miglia, potete trovare una di queste stazioni.....Ho constatato che in ogni Morin Urtuus vi sono fino a 300.000 cavalli, tenuti appositamente per i messaggeri". Il Mongol Derby non necessita di una quantità di cavalli così impressionante, ha comunque richiesto uno sforzo organizzativo imponente: circa 800 cavalli mongoli parteciperanno alla gara, organizzata dall'associazione The Adventurist http://mongolderby.theadventurists.com/index.php - il cui ideatore Richard Dunwoody, ex campione di jockey ed equitazione, ha partecipato ad una passata edizione dell'ormai famoso Mongol Rally che proprio in questi giorni prende il via nella sua sesta edizione internazionale (vedi articolo). Anche per il Mongol Derby ciascun partecipante dovrà raccogliere una somma (minimo 1.000 sterline) che verrà devoluta ad un'associazione umanitaria di supporto per i nomadi e le comunità rurali delle aree più remote del Paese.
I cavalieri non conoscono in anticipo il percorso e l'ubicazione delle stazioni di posta, saranno dotati di un sistema navigatore GPS, consegnato solo all'ultimo minuto. Riceveranno anche un segnalatore d'emergenza da attivare in caso di pericolo, con l'avvertenza che comunque anche con un aiuto tempestivo, l'ospedale più vicino potrebbe rivelarsi lontano molte e molte miglia. La notte saranno ospiti nelle gher dei nomadi.  "E' pericoloso, faticosissimo e ne potreste morire", avvertono piuttosto seriamente gli organizzatori sul loro sito, redatto per il resto in stile goliardico e scherzoso. "Questa non è una normale corsa equestre. Il Mongol  Derby non è neppure un test di velocità dei cavalli. Ciascun cavaliere mette alla prova doti di abilità, resistenza e... durezza della pelle fra le proprie cosce". E ancora: "I cavalli mongoli sono bradi, praticamente semi-selvaggi e non hanno le classiche 4 andature degli animali addestrati in Occidente, loro corrono a otto velocità e quelle comprese fra la quinta e l'ottava sono piuttosto dolorose, per il cavaliere".
Alle critiche di alcuni esponenti dell'associazione internazionale Guide Equestri, i cui esploratori inviati di recente in Mongolia hanno riferito di aver incontrato "attacchi di lupi, peste bubbonica, rabbia, alluvioni improvvise, acque inquinate, cibi avvelenati, furti di cavalli e assalti personali" The Adventurist risponde con ironia e dichiara che il benessere di cavalieri e cavalli è la prima e più importante preoccupazione. Oltre all'assistenza medica garantita ad ogni partecipante, è stato organizzato un servizio veterinario d'eccellenza in collaborazione con alcuni fra i più competenti uomini di cavalli e veterinari della Mongolia. In ogni caso la prima regola rimane il rispetto del benessere del proprio cavallo, esattamente come nella tradizione nomade che segue da secoli le specifiche leggi emanate da Gengis Khan: "...Prenditi cura del tuo cavallo prima che sia stanco, perché una volta persa la condizione non potrà recuperarla durante il cammino.... Non sovraccaricare la tua cavalcatura." Gengis aveva anche previsto la pena per chi non osservava queste leggi: "Autorizzo i comandanti a decapitare sul posto chiunque disobbedisca a questi ordini".
Nella foto Saskia-van-Heeren, partecipante per il Sud-Africa

 


 

LA MONGOLIA IN BICICLETTA TRA STEPPA E DESERTO

di Anna Maria De Luca - Repubblica Viaggi del 28 luglio 2009
 

Una grande avventura in mountain bike tra le steppe mongole ed il deserto di Gobi. È l’ultima trovata di un esperto biker bresciano, Willy Mulonia: il Mongolia Bike Challenge. Una novità assoluta nel panorama delle competizioni sportive in mountain bike. Una gara durissima sia dal punto di vista fisico che psicologico nelle terre da dove partirono, nel XIII secolo, i pastori mongoli comandati da Gengis Khan lanciati verso la conquista dell’Europa centrale, della Cina e del Medio Oriente.
Si parte dalla capitale Ulaan Baator e si attraversa il cuore naturalistico della Mongolia, pedalando tra le steppe e affrontando le dune del deserto del Gobi e la taiga boreale. Un’avventura lontana dalle rotte turistiche: dieci tappe e millequattrocento chilometri da percorrere in bike. Un dislivello complessivo in salita di 14.000 metri, con strappi fino al 25%.
Al termine di ogni tappa si sosta in accampamenti attrezzati. Un’a vventura per chi è animato da uno spiccato spirito di conquista e di sfida. Spiega Willy Mulonia, ideatore della gara e fondatore di Progetto Avventura (agenzia che progetta i grandi raid ciclistici in tutto il mondo) : Il Mongolia Bike Challenge è una competizione sportiva, ma è soprattutto un’avventura senza precedenti.
Paesaggi mozzafiato, deserti dall’atmosfera magica e praterie incontaminate sono la cornice ideale per una gara certamente dura ma non eccessivamente impegnativa dal punto di vista tecnico. In Mongolia infatti c’è tutto quello che un innamorato dell’avventura può desiderare.
Il regolamento non prevede classifiche a squadre ma solo partecipazioni individuali, proprio perché il Mongolia Bike Challenge vuole essere un’avventura alla ricerca dei propri limiti fisici e mentali. Cinque le categorie: femminile (riservata ad atlete maggiorenni), Under 23 (atleti dai 18 ai 22 anni), Master 1 (atleti dai 23 ai 39 anni), Master 2 (atleti dai 40 ai 49 anni), Veterano (per gli iscritti con oltre 50 anni di età).

Questo è quello che vi aspetta nel caso in cui vogliate partecipare: sveglia all’alba (alle 5 e mezza) e colazione tra le 6 e le 7. Alle 7.15 inserimento in griglia. Alle 7.30 tutti in sella per la tappa giornaliera. Si pedala fino alle 16.30 - 17 circa, poi set up personale e della propria bike e alle 19 la cena. Intorno alle 20 la premiazione di tappa e poi briefing fino alle 21.
In palio un montepremi complessivo di 15mila euro da suddividere tra i primi tre classificati in generale e i primi tre atleti di ogni categoria. Tra i primi ad iscriversi il bergamasco Marzio Deho (mountainbiker professionista dal 2002 in forza all'Olympia cicli) e lo specialista di sport estremi Alex Bellini (che ha attraversato su un’imbarcazione a remi l’Atlantico nel 2005 ed il Pacifico nel 2008).
La prima edizione della manifestazione è in programma dal 7 al 22 agosto 2010. Per chi vuole iscriversi l’appuntamento è il 25 luglio a Riva del Garda, presso l’area expo allestita in occasione della tappa di arrivo della Jantex Transalp, oppure dal 2 al 5 settembre all’Eurobike di Friedrichshafen (Germania), presso lo stand 505, padiglione B4.

 


DA LONDRA ALLA MONGOLIA L'AVVENTURA DI TRE STUDENTI

di Roberto Iasoni - dal Corriere della Sera del 6 luglio 2009
 

Tre studenti più una 4x4 più 16mila chilometri di strade. La somma è il Mongolia Charity Rally 2009. Partenza da Londra l’11 luglio, sabato prossimo; arrivo a Ulaan Baatar, capitale mongola, dopo trenta, quaranta giorni. Dipende: dalla resistenza, dall’abilità, dalla fortuna. Come premio, il patrimonio di conoscenza ed emozioni che i viaggiatori accumulano frontiera dopo frontiera. E che a occhio e croce dovrebbe essere più ingente di quello che Tommaso, Giovanni e Lorenzo, i tre studenti milanesi in partenza per il deserto dei Gobi e oltre, potrebbero mai mettere da parte in un’estate «normale».

Lo scopo del Mongolia Charity Rally è benefico: portare aiuto ai bambini. I partecipanti, oltre alla tassa d’iscrizione, devono versare 1.300 euro a un’associazione a loro scelta tra quelle pro-infanzia. Gli organizzatori, inglesi, invitano a partire con mezzi speciali, dai fuoristrada alle ambulanze, perché tagliato il traguardo i veicoli vengono ceduti a una fondazione locale o battuti all’asta per finanziare i progetti della fondazione stessa.

Tommaso Goisis, primo anno di psicologia, fa volontariato alla Casa Magica Onlus e due anni fa - con la famiglia - ha attraversato il deserto omanita. Giovanni Scolari ha appena finito la maturità scientifica: a 16 anni è andato da Milano a Barcellona in scooter. Lorenzo Fumarola, altra maturità scientifica, è scout, volontario di Casa Magica e Croce Rossa, e lo scorso inverno - con la famiglia - ha girato Cile e Argentina. «Abbiamo visto su Youtube il video di due inglesi e siamo rimasti folgorati», spiega Tommaso. Si sono guardati negli occhi e il messaggio che passava in sovrimpressione era lo stesso: andiamo. Ma senza mamma e papà, questa volta. Con le loro forze, e quelle degli sponsor. Perché i ragazzi sono tosti e trovano quello che cercano. Iveco mette a disposizione un poderoso Massif; Bosch e Pirelli coprono le spese di viaggio; il Corriere della sera pensa all’offerta pre-partenza; dalla Canon arrivano le videocamere con cui verrà girato il diario di viaggio. La fantasia non scarseggia: l’impresa viene battezzata exploro ego sum e finisce nella rete con il sito www.exploroergosum.it.

Nel frattempo, i nostri, sentono gli esperti: Federico Pistone, profondo conoscitore della Mongolia, e Romano Girardi dell’officina Offquattro, che prepara come si deve il Massif. Bussano al Comune di Milano, dove trovano un entusiasta assessore alle Aree cittadine, Andrea Mascaretti, che li nomina «ambasciatori itineranti» di One dream, one city. «Un progetto — spiega Mascaretti — che ha l’obiettivo di attrarre giovani talenti da tutto il mondo, perché completino qui, nelle università e nelle imprese milanesi, la loro formazione. I ragazzi porteranno questo messaggio d’accoglienza fino in Mongolia».

I tre, adesso, contano i minuti e nei loro occhi lampeggia in sovrimpressione la scritta: andiamo per davvero. Mentre i genitori, orgogliosi e commossi, per darsi un contegno dicono di non vedere l’ora che partano... Non li perderemo di vista: Tommaso, Giovanni e Lorenzo terranno aggiornato il video-diario sul canale Motori del Corriere.it e racconteranno tutto sui prossimi numeri del Corriere Motori. Per ora: in bocca al lupo, ragazzi.

 


BENEDETTO XVI: LA MONGOLIA ESEMPIO DI LIBERTA' RELIGIOSA

da Zenit.org
 

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 29 maggio 2009 - Benedetto XVI ha lodato l'apertura del popolo mongolo alle altre religioni, definendolo un esempio per tutta l'umanità, nel ricevere questo venerdì le lettere credenziali del nuovo ambasciatore di questo paese presso la Santa Sede.

Nel testo del discorso in inglese consegnato al signor Danzannorov Boldbaatar, il Pontefice ha ricordato che l'attuale costituzione della Mongolia, dove il regime comunista è rimasto in carica per quasi 70 anni fino al 1990, riconosce la libertà religiosa come un “diritto fondamentale”.

Benedetto XVI ha espresso gioia per “l'apertura del popolo mongolo, che nutre grande considerazione per i costumi religiosi tramandati di generazione in generazione e che mostra un rispetto profondo per le tradizioni diverse dalle proprie”.

“Le persone che praticano la tolleranza religiosa – continua il testo – hanno l'obbligo di condividere la saggezza di questo principio con l'umanità intera, cosicché tutti gli uomini e tutte le donne possano percepire la bellezza della coesistenza pacifica e abbiano il coraggio di edificare una società rispettosa della dignità umana e che agisca secondo l'ordine divino dell'amore per il prossimo”.

Questa armoniosa coesistenza storica di religioni e credi si deve molto alle politiche e alle pratiche di Chinggis Khan (1162-1227), che invitò musulmani, cristiani, buddisti e taoisti della Mongolia.

Benedetto XVI ha quindi preso atto della “feconda collaborazione” tra Mongolia e Santa Sede frutto di questa tolleranza religiosa.

E come “segno particolare” ha ricordato “la dedicazione della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo nel luglio 2002”, in occasione del decimo anniversario dell'instaurazione dei rapporti diplomatici fra la Mongolia e la Santa Sede.

“Desidero esprimere personalmente la mia profonda gratitudine per tutto ciò che il governo e le autorità civili fecero per rendere possibile quell'evento storico”, ha aggiunto.

La Mongolia, un paese di tre milioni di abitanti, è composto per lo più da buddisti tibetani e conta poche centinaia di cattolici raggruppati in piccole comunità sorte dopo la caduta del regime comunista.

I primi missionari sono giunti in questo Paese nel 1992.

Oggi la Chiesa del paese ha un Vescovo, mons. Wenceslao Padilla, della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria, prefetto apostolico di Ulán Bator, che guida una piccola comunità cattolica sorta allora. Ogni anno ci sono circa un centinaio di battesimi.
 


MONGOLIA: RISORSE IN CAMBIO DELLA FERROVIA

da greenreport.it

Il primo ministro russo Vladimir Putin se ne è tornato dalla sua visita lampo in Mongolia con un sacco pieno di prelibatezze minerarie e un bel contratto per la compagnia ferroviaria russa RZD per la creazione di una joint venture con i mongoli per la modernizzazione della rete ferroviaria del Paese asiatico e la costruzione di una nuova ferrovia. In cambio i russi riceveranno le concessioni per lo sfruttamento dei più ricchi giacimenti della Mongolia di petrolio, quelli di Tavan-Tolgoï (6,5 miliardi di tonnellate) e d’oro (32 milioni di once) e rame (32 milioni di tonnellate) quelli di Oïu-Tolgoï,.
Il 50% delle azioni della joint venture andranno alla Russia e l’altra metà verrà suddivisa tra due compagnie pubbliche mongole: Erdenes-MGL e Mongolyn tomor zam. I russi d’altronde hanno già la metà delle azioni delle ferrovie della Mongolia che sono di proprietà della Compagnia ferroviaria di Ulan Bator, l’altro socio è direttamente il governo mongolo. L’intero progetto ferroviario dovrebbe costare 7 miliardi di dollari e comprende anche il costo delle licenze per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e minerari ed anche la costruzione delle ferrovie che portano ai siti produttivi.
La Mongolia conta di aumentare di 250 milioni di dollari il capitale della Compagnia ferroviaria Ulan Bator e di risanare così la metà della vetusta rete ferroviaria che ha urgente bisogno di riparazioni. Il governo mongolo vorrebbe dai russi anche un finanziamento privilegiato di 300 milioni di dollari per acquistare grano, materiale agricolo, concimi chimici russi e lo sblocco di un credito di 1,5 miliardi di dollari per risolvere i bisogni urgenti di un Paese in grave crisi.
La prima trance di investimenti sarà di 1,8 milioni di dollari che serviranno anche ad elaborare il progetto di fattibilità che dovrà essere pronto entro settembre. Un anno dopo i mongoli consegneranno nelle mani dei russi le licenze per lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi, rame ed oro. I partner mongoli che parteciperanno al progetto hanno in mano chiavi preziose e delicate: Erdenes-MGL è attualmente proprietaria delle concessioni di tutti i giacimenti strategici della Mongolia; Mongolyn tomor zam è l’azienda mongola che detiene più azioni ferroviarie ed una rete di fibre ottiche.
La nuova joint venture russa non ha intenzione di gestire direttamente lo sfruttamento delle risorse minerarie: bandirà delle gare per scegliere co-investitori e creare compagnie più grandi nelle quali il gruppo russo-mongolo si lascerà il 25% delle azioni più una e agli altri resterà il 75% delle azioni meno una.
Secondo quanto scrive Ria-Novost, la RZD prevede di coinvolgere nell’affare le compagnie appartenenti ad alcuni miliardari russi dell’oligarchia putiniana: la En+ di Oleg Deripaska, la Renova di Viktor Vekselberg e la Severstal-Ressource di Alexei Mordachov.
Per quanto riguarda i metalli non ferrosi la Russia in Mongolia ha semplicemente raccolto l’eredità dell’Unione Sovietica ed i progetti Erdenet e Mongoltsvetmet, messi in piedi al tempo della fraterna amicizia tra i due regimi allora comunisti, sono ancora oggi i più importanti della mongolia. Al governo di Ulan Bator spetta il 51% delle azioni e alla Russia il 49% che sono state recentemente trasferite al gruppo statale Rostekhnologuii.
Putin si è anche portato al Kremlino un’intesa per una joint venture per l’estrazione dell’uranio nei giacimenti mongoli di Dornod e del Gobi orientale. A capo del progetto ci sarà naturalmente il monopolista statale del nucleare russo, Rosatom, ma potrà partecipare anche la giapponese Mitsui.
La sensazione è che i russi abbiano fatto un ottimo affare, ben contenuto in scatole cinesi di cui hanno il ferreo controllo, e riconfermata un’egemonia sulla Mongolia che sembrava essersi allentata dopo il crollo dell’Urss. Di fatto, le ferrovie serviranno a sfruttare meglio i giacimenti minerari che forniranno a Mosca preziose materie prime, l’ammodernamento della rete ferroviaria permetterà ai russi di passare più agevolmente attraverso il collo di bottiglia mongolo che porta verso i ricchi mercati cinesi ed asiatici, le mani su rame, oro, petrolio e uranio mongolo permetteranno allo Stato-mercato-energetico russo di trattare da un punto di forza con le due altre potenze regionali, Cina e Giappone, che non sono riuscite ad incrinare la fraterna amicizia, prima ideologica ed oggi economica, fra Mosca ed Ulan Bator. Un’amicizia un po’ sbilanciata che, ieri come oggi, puzza di colonialismo, nonostante il cambio di regimi, nomi e bandiere.
 



L'UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE PECORE

di Kennet Erwin "Bennet" Konesni - Traduzione di Davide Panzieri  - Da slowfood.it


Immaginate di essere un pastore mongolo a cavallo del suo cammello, pronto a condurre il gregge su un nuovo pascolo. Siamo in aprile – il tempo dell’agnellatura nella steppa – e vi accorgete che una delle pecore è sdraiata a un centinaio di metri dal gruppo, vicino a un mucchio di erba secca. Accanto a lei c’è un agnello appena nato.
La pecora salta su e scappa al vostro arrivo, lasciando l’agnello solo a belare disperato nella polvere, tutto bagnato. Di solito le pecore accettano gli agnelli neonati ma ogni tanto, come in questo caso, decidono di rifiutarli negando loro la cura di cui hanno bisogno per sopravvivere. È il momento di intonare il khoomei (si pronuncia hoo-mee), il canto armonico mongolo detto anche canto gutturale.
Mi trovo nel distretto Chendman di Khovd, Mongolia occidentale, per studiare la tradizione locale di cantare agli animali orfani per tranquillizzarli. È quella parte del moderno canto armonico che non prevede esibizioni di costumi sgargianti, balli codificati e assordante musica techno (come ho visto qui a fine marzo alla festa del khoomei), ma che compensa ciò che le manca in fatto di spettacolarità con una bellezza intrinseca.
Se non avete mai sentito un khoomei, non vi sarà facile immaginarlo esattamente. Quando è eseguito nel modo giusto, inizia con un suono gutturale che crea il tono basso su cui è modulata la melodia di un motivo mongolo. Se è mal eseguito sembra di sentire qualcuno che gorgoglia il motivo di Guerre stellari, che è più o meno il livello al quale arrivo io: ho pensato che, una volta tornato a casa, questa mia nuova arte potrebbe rivelarsi buona solo per una mediocre esibizione a notte fonda in qualche festa. Invece un buon khoomei è molto di più di un numero di effetto: qui in Mongolia è una forma musicale studiata e rispettata che trova spazio nelle feste e nelle università di tutto il paese, ed è una parte importante del lavoro del pastore mongolo.
Il mio maestro, un pastore-musico che si chiama Tserendavaa (per tradizione i mongoli non hanno cognome) ricorre al khoomei tutte le volte che una pecora, una capra, un cavallo, una mucca o un cammello appena nati restano orfani o sono rifiutati. È una pratica che si svolge senza clamore – diversamente dalla festa del khoomei – e si propone di calmare la neomamma e renderle familiare il neonato.
Il processo comporta varie fasi. Ho definito la prima «abbandono e preghiera». Si cerca di lasciare l’agnello all’aperto, non troppo lontano dalla pecora, allontanandosi fischiettando come se non vi importasse del neonato e non intendeste prendervene cura. La pecora si drizza sempre e si guarda intorno, quasi a dire: «ma quella cosa è davvero mia?»; quindi la annusa. Questo primo approccio, però, funziona raramente. Di solito la pecora gira i tacchi e si allontana, lasciando solo l’agnellino. Si passa quindi alla seconda fase, che ho chiamato «vicinanza forzata».
Si lega la pecora a una roccia o a un cespuglio mettendole accanto l’agnello. Si spera così che con il tempo ceda le armi e cominci ad allattare quella cosina. In qualche caso l’espediente funziona, in altri bisogna ricorrere alla terza fase, «khoomei e sussurro».
Solitamente, Tserendavaa si inginocchia accanto alla pecora e le afferra le zampe posteriori per impedirle di scappare. Poi tuba e fa le fusa, sussurra e schiocca la lingua, portando l’agnello sotto la pecora per cercare di fargli bere un po’ di latte.
Quindi inizia sommessamente il suo khoomei, pian piano, come una cantilena. Modula le melodie preferite oppure improvvisa melodie e suoni sul momento, usando sei diversi tipi di khoomei (dalle basse vibrazioni di petto agli acuti sibili nasali) intervallati da altri sussurri, schiocchi eccetera.
È un genere di pratica musicale diverso da quello che ho conosciuto in Ghana e in Tanzania. Suona più libero, più meditativo, quasi come un incantesimo o una preghiera. La sensazione nasce in parte dall’assenza di un’insistita scansione ritmica. Tserendavaa basa le sue melodie più sulle frasi che sull’idea di una cadenza ritmica rigorosa. La sensazione deriva anche dal fatto che la musica non si inserisce facilmente nelle progressioni familiari di accordi che accomunano la musica africana e quella occidentale. Questa mongola sembra incentrarsi più sulla tensione tra tono basso e fischio acuto che sui rapidi cambiamenti di accordi e melodie complesse, enfatizzando soprattutto le cadenze V-I che intervengono a metà e alla fine dei motivi.
Infine, il khoomei è legato al paesaggio in modo diverso da altre espressioni musicali di cui sono venuto a conoscenza. Tserendavaa lo sente continuamente, quando è nella steppa, nel vento che fischia attraverso l’erba, nel lago ghiacciato che scricchiola sommessamente nelle notti ventose, nel nostro stomaco se abbiamo esagerato con lo stufato di montone: «Ops, khoomei di stomaco».
Come Tserendavaa sente il khoomei nel paesaggio, io sento il paesaggio nel khoomei. Le distese senza alberi, i laghi in moto, il vento che soffia attraverso le fessure della porta della nostra capanna sono tutti presenti nei suoni di questa musica. Tutto questo, le frasi, la dinamica basso-alto, il legame con il paesaggio, dà la sensazione che il khoomei sia una recita sussurrata, come se il cantante parlasse direttamente con la pecora.
Quando Tserendavaa avverte che la pecora si è finalmente calmata, la lascia andare e arretra lentamente, camminando con le mani dietro la schiena e guardando con cautela per verificare se la pecora accetta l’agnello o lo manda via scalciando. A volte ci vuole qualche giorno per completare il processo, ripetendo le varie tattiche finché una ha efficacia. Qualche volta non funziona nessuna e allora si munge a mano la pecora allattando l’agnello con un biberon.
Ma su centinaia di nascite questa eventualità si è verificata solo due volte nell’ultimo anno. Tserendavaa è un omone socievole e mite e, anche se non ho modo di dimostrarlo, ho la sensazione che ciò contribuisca alla sua alta percentuale di successi. A volte, quando conduciamo gli animali da un angolo all’altro della steppa, si mette a cantare canzoni sulle montagne, i cavalli e le belle donne. Intreccia il khoomei con le canzoni mentre procediamo e afferma che questo è il modo migliore per esercitarsi, all’aria fresca e camminando dietro gli animali.
Ritengo che il rapporto che ha con il suo gregge e i canti con i quali lo accompagna, gli rendano più facile convincere le madri a prendersi cura dei neonati. Osservandolo al lavoro con il gregge e solo con gli orfani e le madri, non posso evitare di pensare che in un modo o nell’altro alle pecore piaccia davvero, come a me.

 



Mongoli e cinesi: un processo di assimilazione culturale

di Silvio Marconi (da associna.com)

 

Le strategie e le azioni del condottiero mongolo Genghiz Khan e dei suoi principali successori (con poche eccezioni), peraltro tanto corteggiati dai Papi per lungo tempo in funzione anti-musulmana, sono giustamente ricordate nell'immaginario collettivo, nella memoria indelebile delle popolazioni ma anche negli studi degli storici come un esempio terribile di una politica ampiamente basata sullo strumento del genocidio, talora globale, talaltra selettivo.
Ciononostante, é evidente che un dominio come quello stabilito da Genghiz e dai suoi successori (almeno fino a Qubilai compreso) non sarebbe stato possibile né stabile se i Mongoli fossero rimasti appiattiti sul livello tecnologico assai arretrato della cultura mongola degli albori del XIII secolo, sulla sola strage sistematica e su forme di gestione del territorio e delle popolazioni fondate soltanto sul terrore, la rapina e il depopolamento.
Assai poco noto é il fatto che un contributo essenziale  al superamento di quel livello di arretratezza (culturale, tecnologica, istituzionale, giuridica e perfino di modalità di rapporto con gli sconfitti) venne da intellettuali ed altri soggetti cinesi. Quando nel 1215 i Mongoli presero  la capitale del regno cinese dei Chin, Chung-tu, dopo un primo massacro vennero inviati a Genhiz numerosi prigionieri di alto rango, fra cui un membro della famiglia reale, Yeh-lu Ch'u-ts'ai, che Genfizh trasformò in uno dei suoi principali consiglieri e fu costui che nel 1216 avviò la riorganizzazione dell'amministrazione mongola dei territori sia orihinari che occupati, convincendo fra l'altro i leaders mongoli ad abbandonare l'idea di sterminare tutti i Cinesi del Nord (e trasformarne le terre in pascoli) ed avviando invece una politica di tassazione  (venne anche introdotto per la prima volta fra i Mongoli il concetto cinese di "tassa di registro") e di rilancio della produzione.
L'attacco  mongolo contro il Khwarizmshah turco (ad Ovest) del 1219 fu reso possibile e vittorioso, d'altra parte, solo dall'impegno (assieme agli oltre i 140.000  comnattenti dell'armata mongola, peraltro non tutti di etnia mongola) di oltre diecimila genieri cinesi che produssero e manovrarono catapulte, balestre, primitivi cannoni e realizzarono ponti ed altri elementi logistici.
Anche l'attacco mongolo contro i Chin del 1221 venne condotto con la patecipazione di combatenti e tecnici cinesi e l'accordo del regno cinese dei Sung.
Dopo la morte di Genghiz , il successore Ogodai e il condottuero mongolo Subetei continuarono a valorizzare l'apporto di Yeh-lu Ch'u-ts'ai e di altri esperti cinesi, in molti settori; così, as esempio, fu ancora Yeh-lu Ch'u-ts'ai a convincere Subetei nel 1233 a non massacrare l'intera popolazione della nuova capitale Chin, Tsui Lui, caduta nelle loro mani, ma solo i membri della famiglia reale catturati. Ogodai, inoltre, prima della sua morte nel 1241, riorganizzò i vasti domini mongoli sulla base delle indicazioni degli esperti e consiglieri cinesi, che vi applicarono metodologie proprie della tradizione cinese, specie nell'amministrazione delle aree urbane e coltivate, mentre le aree steppiche e di nomadizzazione erano gestite secondo i criteri tradizionali mongoli.
Yeh-lu Ch'u-ts'ai arrivò a tenere esami per selezionare funzionari pubblici (secondo il metodo di selezione cinese) pefino fra schiavi e prigionieri, inglobando 4.000 di loro (in larga misura Cinesi, ma non solo) nell'amministrazione mongola, ma assieme agli altri consiglieri cinesi fece anche molto altro: creò un sistema giudiziario sul modello cinese (con tribunali locali ed na Corte Suprema), unificò pesi e misure come era già da tempo avvenuto in Cina, introdusse l'innovazione monetaria di origine cinese della cartamoneta, fondò un sistema scolastico per i fanciulli monli basato sull'apprendimento della cultura cinese, limitò i poteri dei governatori mongoli e combatté la coruzione e i saccheggi.
La stessa nuova capitale mongola di Karakorum venne edificata su modelli architettonici largamente influenzati da quelli cinesi e con l'impiego di tanti tecnici ed artisti cinesi (ma anche persiani). Questo insieme di influenze fortissime  di elementi dell'avanzata cultura cinese sui Mongoli furono alla base delle scelte di Qubilai, educato dal saggio confuciano Yao Chi e che aveva afidato ad un altro intellettuale confuciano inee, Chao Pi, l'educazione dei giovani "aristocratici" (termine improprio nel sistema mongolo) mongoli ai principi conguciani.
Non é un caso se Qubilai limitò i massacri nella sua campagna contro la Cina iniziata nel 1252 e ripresa nel 1261 e se in quell'anno egli decise che avrebbe fondato una...dinastia cinese (Yuan) nel momento in cui avesse dominato tutto il regno cinese Sung (e la procklamò nel 1271), cosa che avvene nel 1279. già prima Qubilai aveva occupato le città principali della Cina Sung, e vi mantenne in carica i funzionari cinesi, proteggendo le proprietà di saggi ed i templi (e depredando tutta la proprietà imperiale Sung).
Lo Stato di Qubilai, già progettato nel 1271 e consolidato fino alla sua mote nel 1294, fu organizzato sul modello cinese e da esperti cinesi, che ricrearono la Cancelleria imperiale, la struttura in 11 province, il ruolo dei Censori (una sorta di Corte dei Conti), unificarono leggi, pesi e misure, crearono ministeri per ciascuna religione (Buddhismo, Taoismo, Islam, Cristianesimo) e per il Confucianesimo, riaprirono i rapporti marittimi con l'Asia meridionale e l'Africa intrapresero vasti programmi di opere pubbliche, generalizzarono l'uso delle banconote cartacee.

 


DIARIO DI VIAGGIO IN MONGOLIA
di Francesco Pizzirani (da "Corriere della Sera - Viaggi")

 

Quando mi capitava di osservare il planisfero appeso sulla parete della camera da letto, spessissimo lo sguardo si posava su un paese immenso situato fra i due giganti Russia e Cina, nel quale nient'altro era rappresentato se non la capitale dal nome affascinante e un po' buffo: Ulan Bator. Mi immaginavo perciò che la Mongolia fosse un'enorme deserto stepposo in cui vagavano pochi disperati che erano costretti alla vita nomade per sopravvivere, indegni eredi del più grande impero che la Terra abbia mai conosciuto. Mi immaginavo però anche che, come sovente accade, tali supposizioni potessero essere profondamente errate e che invece il paese avesse delle attrattive che in effetti, a pensarci bene, portavano da quelle parti molte persone che ne ritornavano poi entusiaste. Così, quando nella primavera del 2007 io e Francesca ci siamo chiesti che tipo di viaggio fare l'estate successiva, io ho buttato lì la Mongolia. Alla ovvia domanda "Ma che c'e' in Mongolia?" abbiamo cercato maggiori, lumi indagando su internet e scoprendo che in effetti il viaggio poteva essere assai interessante, oltretutto in un paese sicuro e, cosa non da poco, senza alcuna necessità di vaccinazioni. La scoperta del sito www.mongolia.it è stata la svolta: Federico Pistone ci ha trasmesso un grande entusiasmo e consentito di organizzare al meglio il viaggio con Amgalan della Mondiscovery Tours, oltre a conoscere i nostri tre mitici compagni di viaggio, Serena, Daniela ed Hervè. Abbiamo così capito che avremmo visitato un paese immenso, vario e ancora relativamente poco frequentato dal turismo, con paesaggi che spaziavano dalle montagne alle steppe, al deserto del Gobi, punteggiati dalle gher, le caratteristiche abitazioni dei mongoli e dai templi buddisti risparmiati dalle purghe staliniane degli anni 30. Saremmo andati a cavallo e sul cammello, sperimentato la tradizionale ospitalità mongola (indigestione di improbabili cibi, quali l'airag, latte di cavalla fermentato, compreso) e percorso strade (strade?) ai limiti della praticabilità.
La prima tappa è stata naturalmente Ulaanbaatar, la capitale, dove siamo giunti con il Tupolev dell'Aeroflot da Mosca e dove ci ha accolto Bagi, un simpaticissimo ragazzo mongolo alto un metro e novanta, la nostra guida. La città ha appena superato il milione di abitanti, è caratterizzata da un traffico caotico e da tanti edifici in costruzione, segno di un paese che sta provando a rinascere dopo la rivoluzione democratica del 1991, anno del crollo del sistema comunista. Intorno alla piazza Sukhbaatar si snoda il centro cittadino, affollato di gente, fra cui tante donne e ragazze vestite alla moda occidentale. Uno degli aspetti che mi ha più colpito della Mongolia è la condizione della donna: la maggioranza delle impiegate sono donne, l'80% degli studenti universitari, secondo Bagi, è donna e ovunque si percepisce, almeno a uno sguardo superficiale, un livello di emancipazione sconosciuto in altri paesi del mondo. A Ulaanbaatar abbiamo dormito in famiglia, in un dignitoso appartamento al primo piano di un edificio di stampo sovietico poco lontano dal centro, visitando i principali monumenti e punti di interesse (piazza Sukhbaatar, il palazzo d'inverno di Bodg Kahn, il Gandan, il tempio di Chojin Lama). Dopo due giorni siamo partiti per la grande avventura in 4x4: la prima parte del viaggio ci ha portato verso nord, lungo la strada (asfaltata) che da Ulaanbaatar conduce verso la Russia; prima della città di Darkhan abbiamo svoltato a sinistra, sempre sulla strada asfaltata, per poi, subito dopo aver superato il fiume Orhon (un affluente del Selenge, il maggiore fiume della Mongolia), prendere la prima delle strade sterrate del nostro viaggio, attraverso la quale ci siamo inerpicati per le colline fino a raggiungere la vallata in fondo alla quale si trova il monastero meglio conservato della Mongolia: Amarbayasgalant. Qui abbiamo trascorso due notti in un campo gher all'inizio della vallata e, oltre a visitare il monastero e le vicinanze, abbiamo anche fatto visita a una famiglia che viveva nelle vicinanze e, per una fortunata circostanza, abbiamo potuto assistere alle manifestazioni legate a un festival organizzato dal monastero, che si è tenuto proprio in quei giorni, fra cui la spettacolare corsa equestre dei piccoli cavalieri. Dal monastero di Amarbayasgalant al lago Hovsgul, la nostra tappa successiva, la distanza è veramente notevole: almeno 500 km, di cui la maggior parte senza una strada degna di questo nome. L'asfalto infatti finiva presso la città di Bulgan, dopodichè ci si addentrava in lande sperdute in mezzo a montagne ricoperte (per lo meno sul versante settentrionale) dalla taiga siberiana, fino a raggiungere quasi i confini settentrionali della Mongolia, in corrispondenza del lago Hovsgul, un gigantesco specchio d'acqua (contiene il 2% di tutta l'acqua dolce del mondo!), considerato il fratello minore e più giovane del lago Bajkal, che è situato appena a 150 km a nordest. Data la distanza, ci siamo fermati a dormire in tenda nei pressi del cono di un vulcano estinto, l'Uran Togoo Uul per poi proseguire il giorno successivo verso Moron, per raggiungere la quale abbiamo anche attraversato su una zattera il fiume Selenge e successivamente Khatgal, la cittadina sulle sponde del lago nei pressi della quale era situato il nostro campo gher. Il viaggio è stato lungo e faticoso, ma i paesaggi attraversati erano bellissimi e, per fortuna, il tempo (a parte qualche pioggia pomeridiana il primo giorno, subito dopo Bulgan) estremamente positivo. Gli ultimi 6 km, da Khatgal al campo gher sono stati terrificanti (la non-strada era piena di radici, sassi, dossi, pietre e non si arrivava mai) ma il posto, immerso nella foresta siberiana sulle sponde del lago, ci ha compensato delle fatiche fatte, dandoci la possibilità di farci una passeggiata a cavallo e addirittura una gita in gommone...
Dopo due notti trascorse al lago, al momento di ripartire, per la prima volta da quando eravamo in giro, il tempo appariva decisamente peggiorato: cielo velato, freddo (qua se non c'e' il sole fa sempre freddo) e minaccia sempre più concreta di pioggia. La nostra successiva meta era la regione montuosa del Terkhiin Tsagaan Nuur (un altro lago) e del vulcano Khorgo: anche in questo caso il tragitto ha richiesto due giorni dovendo attraversare catene montuose e passi, percorrendo centinaia di chilometri; era perciò prevista una seconda notte da trascorrere in tenda ma, dato il maltempo, abbiamo vissuto l'esperienza di dormire in una locanda, invero spartana, in un tipico villaggio mongolo, semideserto, data la stagione estiva. Abbiamo poi visitato il lago, che si è formato a causa dell'eruzione del vulcano Khorgo che ha bloccato il corso del fiume Chuluut, e abbiamo fatto un'escursione fino alla cima del cratere dello stesso vulcano, estremamente spettacolare. Dopo un paio di giorni nella zona, ci siamo spinti ancora più a sud-est nell'aimag dell'Arkhangai fino a raggiungere una singolare pietra alta 25 metri, che si erge solitaria in mezzo alla prateria sulle sponde di un fiume: il Thaikar Chuluut, luogo sede di numerose leggende locali. Qui, ospiti di una famiglia nella gher, ho assaggiato finalmente l'airag, senza le paventate nefaste conseguenze per il mio stomaco: Bagi mi ha detto che potevo sentirmi un mongolo a tutti gli effetti! Siamo successivamente ripartiti per Kharkhorin, l'antica Karakorum, la vecchia capitale al tempo di Gengis Khan che, secondo quanto ci hanno detto, entro il 2030 dovrebbe di nuovo diventare la capitale della Mongolia. A Kharkhorin c'è il monumento più visitato dell'intero paese, l'Erdene Zuu Khild, il monastero circondato da un quadrilatero costituito da 108 stupa. Per arrivare a Kharkhorin abbiamo attraversato l'aimag di Arkhangai, passando per il capoluogo Tsetserleg ed effettuando una deviazione sulle montagne per fare una sosta in una stazione termale, dove ci siamo rilassati facendo un bagno nell'acqua bollente. Il tragitto è stato caratterizzato dalla giornata più piovosa del viaggio. E vedere all'opera il nostro autista mentre si districava per non rimanere impantanato nelle strade fangose è stato motivo di interesse e preoccupazione...
L'ultima parte del viaggio ci ha portato nel sud del Paese. Dopo giorni e giorni di verde, montagne, alberi e tantissimi animali, abbiamo cominciato a vedere il panorama cambiare lentamente verso la steppa, fino a trasformarsi in deserto vero e proprio: il deserto del Gobi, ritenuto uno dei più infidi del mondo, con temperature che d'estate possono superare i 50°C, ma che d'inverno, di contro, scendono oltre i 40°C sotto zero. Abbiamo percorso tantissimi chilometri per raggiungere le piccole, ma spettacolari, dune sabbiose di Motshgol Els, le Rupi Fiammeggianti, dove sono stati trovati fossili e uova di dinosauro e lo Yolin Am, un'incredibile gola in mezzo alle montagne al centro del Gobi, dove il torrente rimane gelato anche 11 mesi l'anno (non ad agosto, comunque). Il tutto, con il deserto sorprendentemente verde a causa delle inusuali abbondanti piogge da poco cadute: uno spettacolo emozionantissimo. Il ritorno a Ulaanbaatar, non privo del brivido dell'avventura quando ci siamo persi nel deserto con un'incombente tempesta di sabbia, ha concluso un viaggio spettacolare in un paese che potrei definire sorprendente. Sorprendente per lo spettacolo offerto dalla natura, per la mitezza e gentilezza dei suoi abitanti, per il livello di emancipazione delle donne, per la lingua, incomprensibile e dura, ma, allo stesso tempo, dolcissima, e sorprendente per il desiderio di modernizzarsi senza cancellare le proprie tradizioni: la gher con la parabola e il pannello solare è il simbolo di quest'ultimo aspetto che magari potrà non piacere al turista, ma che testimonia un'equilibrata predisposizione al legittimo progresso. Di nuovo un grazie di cuore a Federico Pistone per l'entusiasmo e il supporto che ci ha dato, consentendoci di vivere una bellissima esperienza.(www.decano.it)

 


 

PAESAGGI DEL TEMPO SOSPESO
La Mongolia è la quintessenza dell'altrove. Uno spazio immenso, quasi ipnotico, che può riempirsi di visioni: pianure infinite, cieli profondi, mandrie al pascolo, distese di tende di nomadi. E cavalieri tra sogno e realtà

di Davide Scagliola (da "D di Repubblica")

Da sempre è la quintessenza dell'altrove. Prima, e soprattutto dopo le peripezie di Marco Polo, che ne cantò meraviglie e misteri. Quando l'impero di Gengis Khan conquistò il mondo, la Mongolia divenne l'archetipo di libertà e forza, coraggio, paura e avventura. Con la clausura sociale sovietica, l'intera regione asiatica si trasformò infine in nebbia geopolitica. Oggi è soprattutto una meraviglia geografica. Come Conrad, che da bambino puntava il dito sulla mappa dell'Africa dicendo "da grande è lì che voglio andare", anch'io da ragazzino fantasticavo spesso di antipodi ed esotismo pronunciando il nome della patria di Temuchin con occhi scintillanti rivolti a est. In realtà ci ho messo più di 30 anni prima di riuscire a vedere le steppe mongole. Da poco più di un decennio è ormai facile viaggiare nel Paese: la libertà di assaggiare l'airag (il latte di giumenta fermentato), di dormire in una gher o di cavalcare nella prateria è stata una conquista relativamente semplice dopo la sanguinaria dittatura filo-staliniana di Choibalsan e la più mite ma sempre ottusa guida del suo successore Tsedenbal. La Mongolia odierna assomiglia molto alla sua zuppa più famosa: è piena di cose buone, che ribollono però da troppo tempo nello stesso calderone. La steppa morbida e ipnotica che avvolge le colline dal confine cinese fino ai monti del grande ovest per più di un milione e mezzo di chilometri quadrati, non finisce mai, come la pazienza dei suoi abitanti sempre in bilico tra nomadismo mentale e XXI secolo. Proprio qui ho scoperto il senso del viaggio. Ai tempi di Ibn Battuta ed Erodoto dicevano non c'è nulla di più frustrante che vedere la propria meta fin dal mattino: bisogna continuare a immaginarsi il punto di arrivo, per avere la forza di continuare. In Mongolia non si corre mai questo pericolo. Ogni luogo è nascosto dalle pieghe di un prato infinito; gli steli d'erba, tutti uguali, servono, esattamente come le onde del mare, a nascondere l'isola del! tesoro, la caverna di Ali Babà, il gruppo di tende del vicino, le mandrie al pascolo, un quartiere degradato o le mura turrite di un monastero silenzioso. Quando finalmente riuscii a sentire per la prima volta il profumo del più grande impero del mondo - ormai ridotto a una comunità di pastori seminomadi e di cittadini socialmente poco stabili - l'epica dei cavalieri era scomparsa ormai completamente, dissolta in un Paese immenso che ha la densità di 1,4 abitanti per chilometro quadrato (in alcune aree si riduce a meno della metà), spazzato dal vento e dalla storia. Due giovani monaci con i pennacchi al vento stavano su una torre di legno a guardare la valle. In controluce sembravano sentinelle a guardia dell'antico accampamento di Karkorin (l'anello nero, culla di Gengis Khan), la cui costruzione fu iniziata per volere dell'imperatore nel 1220 ma venne terminata solo dopo la sua morte dal figlio Ogodai. La capitale imperiale fu rasa al suolo nel 1388 dai Manciù ma i suoi resti vennero riutilizzati nel 1586 per costruire Erdene Zuu Khiid, il primo monastero lamaista del Paese. Oggi è l'unico legame con il passato. Le mura scrostate si perdono verso l'orizzonte, lontane milioni di chilometri da Ulan Bator, la capitale - ormai in fermento con i nuovi hotel e i locali vicino ai monasteri, i quartieri di gher semistanziali e il traffico che scorre tra le vie e i palazzi di stampo sovietico. Il turismo da queste parti è fatto di jeep spaccaossa e ore in groppa a cavalli nervosi. Di treni della prateria e di camminate straordinarie. Si dorme in accampamenti di gher o in qualche insediamento spartano per turisti. Scordarsi i bus o i campi tendati di lusso. Contemplazione, meditazione e silenzio. Quassù tra il cielo sempre blu e l'erba, il primo impatto disorienta. Sembra ci sia poco da vedere e ancora meno da fare. In realtà dalle foreste di conifere della taiga settentrionale fino alla polvere pestifera della regione del Gobi, passando per vulcani, laghi gelidi e altopiani spazzati dal vento, esis! te un un iverso verde e azzurro che solo chi possiede gli occhi a mandorla (e riesce a bere l'orrendo tè al latte con il sale, l'archì) può davvero capire. Per tutti gli altri rimangono le passeggiate a cavallo, i trekking in alta montagna, le sere intorno al fuoco e la sensazione di altrove, appunto. La capacità di godersi un mondo che ha un'altitudine media di 1.580 metri e una prospettiva di attività che varia dall'osservazione delle nuvole al conteggio delle pecore sul crinale più lontano, magari con i corni da preghiera sulle ginocchia, è scritta solo nel dna degli eredi del condottiero. Per gli altri è fatica sprecata. Un tempo quassù sorgeva la capitale del più grande impero del mondo. Ora si sta ad aspettare che l'erba cresca tra i monasteri in ristrutturazione (finalmente), si porta qualche cavallo al pascolo e si vive tra montagne simbiotiche e una meteorologia estrema. Il vento non si placa mai. La notte fischia tra le colline, pettinando la steppa, portandosi dietro gli echi delle stelle e la consapevolezza di un presente fatto di poco e niente. Chi ci riesce dorme tra tappeti rossi, fucsia, blu e verdi, talmente brillanti che sembra di stare in braccio a un arcobaleno, cullati da una stufa a legna e dai rumori del cielo appeso fuori dalla tenda di feltro. Gli altri sognano a occhi aperti sino all'alba. Un mattino senza suoni mi arrampicai su una collinetta di sassi per guardare ancora più lontano. Stavo cercando di inseguire il Gengis Khan Express, diramazione della Transiberiana, tra le montagne della Mongolia, sulla via della Cina. Una rotaia solitaria che corre verso il glorioso deserto dei Gobi. La steppa era verde come le torbiere d'Irlanda. Stavo seduto ormai da un paio d'ore su una bella pietra levigata dai temporali in attesa del convoglio che da Ulan Bator avrebbe dovuto sferragliare verso Pechino, subito dopo il sorgere del sole. Ma gli orari lassù erano incerti come il sesso degli angeli. Era comunque uno di quei momenti di beatitudine asiatica che ci si porta dietr! o (e den tro) per sempre. I profumi, i colori, la pace mentale... Intensi ed equilibrati allo stesso tempo. Del treno per Pechino, nemmeno l'ombra. C'erano solo binari di ferro dritti come meridiani, pali del telefono piegati dalle tempeste e baracche abbandonate vicino alla stazione di legno. Ogni due minuti facevo uno scatto al cavallo che tagliava in due la pianura. La prospettiva lo schiacciava a turno prima contro le montagne innevate e poi a ridosso dei panettoni erbosi. Il cielo brillava sempre più, mattino interminabile, algido come solo nell'Alto Mondo sub-artico è possibile vedere. Nella noia ipnotica del paesaggio ho idea di essermi addirittura appisolato per un po' mentre stavo lì come un fossile a scaldarmi le ossa sulle pietre nel Tempo Sospeso. All'improvviso sentii uno sbuffo d'aria tepida e un nitrito leggero: il cavallo e il cavaliere erano a un metro da me, il primo con le briglie lasche e il secondo con le bisacce in mano e le guance rosa come pesche. Tutti e due a guardarmi come fossi un diavolo. Loro, piuttosto, spuntati da chissà dove senza un rumore... Il ragazzo - che non poteva avere più di una quindicina di anni - si sedette come se niente fosse e si mise a bere da una borraccia di pelle di capra. Si faceva apparentemente gli affari suoi. Guardava spesso le mie macchine fotografiche e poi il suo cavallo e tornava a bere. Prima che io potessi capire le sue intenzioni si alzò, mi prese dolcemente la Canon dalle mani, mi aiutò ad alzarmi e mi mise testa a testa vicino al suo quadrupede arruffato. Si allontanò di qualche passo, guardò il sole alle sue spalle e fece click senza mettere a fuoco né esporre come si deve. Mi restituì la macchina piena di sabbia sottile, indicò la piana ventosa e sparì come un jinn, uno spirito beffardo, facendo ciao ciao con la mano dietro la montagnola di pietre. Il sole cominciò a sparire dietro nuvolaglie nere improvvise e io ebbi appena il tempo di correre in macchina prima che si scatenasse l'inferno. Cavallo e cavaliere erano sc! omparsi. Pioveva a dirotto. Non ci pensai più per settimane, continuando il mio viaggio prima verso nord e i laghi blu al confine con la Russia, e poi verso sud, tra il mondo dei dinosauri e le sabbie del Gobi. Poi intercettai finalmente il treno fino alla capitale cinese e infine tornai in Europa. Quando sviluppai le foto (in quel viaggio non si usava ancora il digitale) però non trovai nessun mio ritratto vicino al cavallo nella luce del mattino. Niente, in nessun rullo. Le sequenze d'avvicinamento del cavaliere erano lì, ma di me nessuna traccia. In compenso c'era una bella foto del ragazzo e del suo compare a quattro zampe che guardavano verso il sole, in una bella posa plastica. Sembrava il mio stile, ma c'era un tocco più gentile nell'inquadratura che io non avrei usato. Era piuttosto la mano di un ragazzo, inesperto ed evanescente come la bruma mongola.

Guida naturale L'ovest mongolo è suddiviso in quattro aimag o regioni: Bayan Olgii, base di partenza verso le più importanti aree naturalistiche; Kovd, una delle aree più frequentate, soprattutto per la presenza di grotte con pitture rupestri risalenti a 15.000 anni fa; Uvs, più selvaggia e sconosciuta dove si trova anche il lago più esteso della Mongolia, l'Uvs Nuur, 3.400 chilometri quadrati di acque salate, e infine Zavkan, dal territorio quasi inaccessibile. L'est del Paese è invece caratterizzato da steppe disabitate e gazzelle. Quassù è molto difficile viaggiare, persino con i fuoristrada. Il Khentii patria di Gengis Khan (che si dice sia venuto alla luce proprio sulle rive del fiume Onon), il Dornod, abitato da antilopi in via di estinzione e Sukhebaatar, dove la zona di Dariganga segna il confine fra le dune e la steppa. Il lago Khovsgol è il più profondo dell'Asia centrale (260 metri), nonché il più bello della Mongolia. Per la maggior parte dell'anno è ricoperto dal ghiaccio e si trova vicino al confine russo. Le montagne dell'Altai conservano paesaggi primordiali, culla di etnie e di ceppi linguistici an! tichi, r ifugio di animali ormai rari come il leopardo delle nevi. Difficilmente accessibile è ricca di cime che superano i 4-5 mila metri (come il Tavanbogd uul), ricoperte tutto l'anno di ghiaccio. Meta degli appassionati di trekking estremo.

Check-in - arrivare Dall'Italia via Berlino con Miat (www.miat.com) andata e ritorno a partire da 850 euro. - Documenti Passaporto con validità residua di almeno 60 giorni per permanenze entro i 30 giorni, e visto da richiedere tramite l'operatore di viaggio prescelto, oppure al Consolato di Torino (tel. 011.9634045 www.consolatomongolia.it). - dormire A 50 chilometri da Ulan Bator, la capitale, ha appena aperto il primo e unico 5 stelle della Mongolia. Il Terelj Mongolia Hotel & Spa (www.tereljhotel.com), ricavato da un edifico del '700 che fino a qualche tempo fa era una caserma dell'Armata Rossa, poco lontano dal luogo natale di Gengis Khan. In pieno centro invece lo storico Bayangol (www.bayangolhotel.com) è un 4 stelle decente che offre camere doppie a partire da 53 euro. Generalmente durante gli itinerari si dorme nelle tradizionali gher, confortevoli tende circolari di feltro con letti, tappeti e stufe. - Viaggio organizzato Kel 12 propone itinerari di gruppo tra il deserto dei Gobi e le steppe occidentali. Informazioni e prenotazioni: tel. 02.2818111 - 041.2385711 - www.kel12.com. - ALTRE InfoRMAZIONI: www.mongolia.it e presso il Mongolian Promotion Board: tel. 011.856231 (15 ottobre 2008)


 

PRIMO ORO: MONGOLIA NELLA STORIA
CON LE MOSSE DELLA TRADIZIONE

Il judoka Naidan come un lottatore wrestling

di S.Pi. (da "il manifesto")

Prima, all'esordio assoluto, ha messo giù il campione olimpico uscente, il giapponese Keiji Suzuki (oro ad Atene e campione del mondo nel 2003 e 2005). Poi in finale si è sbarazzato del kazako Askhat Zhitkeyev e si è portato a casa la prima medaglia d'oro in assoluto per il suo paese (bronzo all'azero Movlud Miraliyev e all'olandese Henk Grol). Si tratta di Tuvshinbayar Naidan, judoka della Mongolia, categoria 100 chili. Per il suo paese è un traguardo sportivo storico e leggendario. «Non ci sono parole per descrivere la mia gioia - ha detto Naidan al termine della finale - dedico il successo alla mia famiglia e a tutti quanti mi hanno supportato in questi anni». L'atleta della Mongolia, 24 anni, passato al judo nel 2000, utilizza mosse della tradizione mongola del wrestling che ne fanno un judoka possente e determinato oltre che altamente tecnico. Non a caso ha fatto secco il giapponese detentore dell'oro olimpico in un modo che alcuni tecnici hanno definito «irriverente»: con un ippon, che nel judo equivale al ko della boxe, la schienata nella lotta. Si vince subito in quel modo. Poi ha menato fino alla finale dove lo sventurato Zhitkeyev non ha avuto scampo.
Un successo per l'Asia, arricchito dalla vittoria cinese nella categoria femminile riservata ai 78 chili. Yang Xiuli ha battuto in finale la cubana Castillo (bronzo alla sudcoreana Jeong Gyeongmi e alla francese Stephanie Possamai). 24 anni, Yang Xiuli è soldatessa nell'esercito cinese. «I soldati sono addestrati anche per morire in battaglia - ha detto al termine della gara - perché dovrei avere paura in un incontro di judo?» E la Cina ieri, con le cinque vittorie totalizzate, ha raggiunto quota 22 medaglie d'oro, contro le 10 degli Stati Uniti. Un buon gruzzolo mentre inizia la tornata di atletica, tradizionalmente avara per il medagliere del Dragone, ma ancora in attesa di ping pong e badminton, discipline nelle quali i cinesi non sembrano avere rivali. Ieri è stata anche la giornata di Du Li! , strafa vorita nel tiro a segno, ma partita male per l'eccessiva pressione dell'ambiente. Ieri ha vinto, riempiendo di particolari sulla propria passione per lo shopping i media cinesi in delirio. Nell'arco femminile la giovane Zhang Juan ha vinto sconfiggendo le sempre vittoriosi rivali della Corea del Sud, mentre in mattinata la nuotatrice Liu Zige ha vinto oro e stabilito il nuovo record mondiale (2'04''18) nei 200 farfalla, al termine di una gara in cui il Cubo d'acqua sembrava scoppiare. Una rimonta sull'australiana Jessicah Schipper - arrivata infine terza perché superata anche dall'altra cinese, Liuyang Jiao - cui è apparsa incredula la stessa Liu, giunta stralunata al traguardo. Vittoria infine per il ginnasta Yang Wei, primo nell' all-around maschile.
 


 

IL CONTROLLO DI RICCHI GIACIMENTI DI RAME E ORO

LA POSTA DEL GRANDE GIOCO

Mongolia: l'ombra di una nuova "rivoluzione colorata" dietro gli scontri e le proteste scoppiati dopo le elezioni vinte dai comunisti

di Fabrizio Vielmini, analista politico e ricercatore Ispi (da "il manifesto")

 

E' tornata la calma a Ulan Bator, due giorni dopo gli scontri e le proteste seguiti al voto di domenica scorsa. La dichiarazione di vittoria da parte del già al governo Partito popolar-rivoluzionario (PPR, a cui i risultati ufficiali hanno assegnato 46 dei 76 seggi) ha provocato l'ira degli avversari del Partito democratico (PD). Solo l'introduzione dello stato d'emergenza ed il massiccio intervento delle forze dell'ordine sono riusciti mercoledì a calmare i seguaci dell'opposizione sconfitta dopo che i disordini da questi innescati nella capitale hanno causato cinque vittime (incluso un reporter giapponese) ed oltre duecento feriti (fra cui 97 poliziotti).

Gli avvenimenti di Ulan-Bator rappresentano qualcosa d'inaudito, un terremoto all'interno di un quadro politico che dalla fine del sistema comunista si era distinto per il suo sviluppo più che pacato. Caso unico nei sistemi post-sovietici - data la massiccia influenza di Mosca sulla vita del paese, la Mongolia veniva considerata la sedicesima repubblica dell'URSS - quello mongolo aveva finora costituito un esempio di "transizione civile" con alternanza fra blocchi elettorali contrapposti.
Tutto indica come al cuore del precipitare degli eventi mongoli stia la recente scoperta di alcuni consistenti giacimenti di rame, i quali si aggiungono a miniere d'oro e uranio già in sfruttamento. Essendo il settore estrattivo la principale attività della non fiorente economia mongola, la gestione della nuova ricchezza è divenuta un tema centrale della campagna elettorale per entrambi gli schieramenti. Osteggiato dal PD, il PPR ha sostenuto una modifica dell'attuale legge, la quale fissa un tetto del 50% per la partecipazione pubblica alle imprese, in modo da introdurre un controllo di maggioranza degli appalti strategici.

La liberalizzazione economica ha favorito un afflusso di capitali esteri, fra cui si distinguono quelli di provenienza anglo-americana. In particolare nel progetto Oyu Tolgoi - stimato a 78 miliardi di pounds di rame e 45 millioni d'once d'oro, la più grande miniera inesplorata al mondo - si è esposto per miliardi il conglomerato basato in Canada Ivanhoe Mines Ltd. L'affare è solo uno dei motivi alla base dell'inquietudine delle alte sfere finanziarie mondiali di fronte agli sviluppi mongoli. Preoccupante è l'esempio che da Ulan-Bator potrebbe espandersi alle altre capitali centrasiatiche, anch'esse orientate - in primo luogo il Kazakistan con i suoi campi petroliferi - a riaffermare il controllo dello Stato sulle ricchezze nazionali.

Non solo. Londra e Washington sono in allarme per il rinnovato attivismo di Mosca presso il suo ex-vassallo. Il premier e leader del PPR, Sanjaagiin Bayar, è ritenuto avere legami privilegiati con Mosca, dove si è laureato ed ha servito quale ambasciatore fra il 2001 e il 2005. A fronte di una diffusa sinofobia dei mongoli, la Russia esercita un'influenza decisiva sul paese attraverso le forniture petrolifere e il controllo dei principali sbocchi sul mondo esterno, ciò che le dà un vantaggio incomparabile sugli anglo-americani.

Da qui una probabile tentazione di questi ultimi di ricorrere a metodi poco ortodossi per mantenere la loro presa sul paese - con il quale fra l'altro, hanno intessuto legami sul piano militare, con la Mongolia che partecipa con 200 militari all'occupazione dell'Iraq. Gli avvenimenti in corso in Mongolia richiamano perciò da vicino le "rivoluzioni colorate" che scossero lo spazio post-sovietico fra 2003 e 2005: a esercizio elettorale concluso il capo dell'opposizione al regime accusa quest'ultimo di falsificazioni mobilitando la piazza. Anche allora in Georgia ed Ucraina erano in gioco assetti politici che andavano contro gli interessi anglo-americani. A riferma di tale scenario, il leader dell'opposizione in rivolta, Tsahiagiin Elbegdorzh, spicca all'interno di una classe dirigente che ha fatto in maggioranza i suoi studi nell'URSS-Russia quale l'unico a essersi formato negli Stati Uniti.

Se non la mano anglosassone, potrebbe esserci quella del Giappone, il quale vede tradizionalmente nella repubblica un terreno d'azione per controbilanciare Russia e Cina. In ogni caso dall'inizio dell'anno i think-tank dell'"impero" hanno lanciato una serie di allarmi affinché Washington si attivasse per arrestare la deriva di Ulan-Bator -  l'ultimo sul The Wall Street Journal, a firma di un esponente dell'American Enterprise Institute, il quale evocava lo spettro di una Mongolia "satellite della Russia di Gengis-Putin". (7 luglio 2008)

 


 

MONGOLIA, LO ZAMPINO DI SOROS

L'Open Society Institute dietro la rivolta di Ulan Bator

(da Peacereporter)

 

Dietro la rivolta popolare che ieri ha messo a ferro e fuoco la capitale della Mongolai, Ulan Bator, c'è lo zampino di George Soros, il filantropo statunitense che per mezzo della sua organizzazione mondiale – l'Open Society Institute – ha pianificato e finanziato tutte le 'rivoluzioni colorate' che nei paesi ex-comunisti hanno prodotto cambi di regime a vantaggio degli interessi economici e geopolitici occidentali.  

Stato di emergenza dopo un giorno di guerriglia.. Oggi a Ulan Bator regna una calma apparente. Si contano i morti di ieri, almeno cinque, e i feriti, centinaia, come le persone arrestate dalla polizia durante gli scontri. Il governo ha imposto lo stato d'emergenza e il coprifuoco notturno, ordinando alle forze dell'ordine di usare la forza per impedire nuove proteste. La sede centrale del Partito comunista mongolo (Mprp) e la Galleria d'arte nazionale sono stati distrutti dalle fiamme appiccate dai manifestanti. Devastati dai saccheggi tutti gli uffici governativi.

Un nuovo terreno di scontro tra est e ovest.. I due partiti – filo-russo e filo-cinese il comunista, più filo-occidentale e liberista il democratico – sono in disaccordo su come gestire i grandi giacimenti d'oro, rame e carbone appena scoperti sotto le steppe mongole. Per l'Occidente, un cambio di governo significherebbe la possibilità di avere concessioni di sfruttamento, che altrimenti andrebbero tutte a Russia e Cina. Inoltre, gli Stati Uniti sognano da tempo di aprire una base militare in Mongolia, strategicamente cruciale vista la sua posizione geografica. Ma questa opzione sarebbe teoricamente realizzabile solo con un governo diverso da quello attuale. (3 luglio 2008)

 



MONGOL, FILM TRA FICTION E REALTA'
Tutti i luoghi del padre fondatore della patria, L'attraversamento di un paese straordinario, con città popolate e paesaggi deserti.

di Antonio Politano (da I Viaggi di Repubblica)

 

Cerimonia nel tempio di Gandantegchinlen

Gengis Khan, stavolta, è stato battuto. Da Salomon Sorowitsch, falsario e bohemien ebreo, prigioniero in un campo di concentramento nazista, protagonista del film Il falsario, del regista austriaco Stefan Ruzowitzky, che nella notte degli Oscar si è aggiudicato la statuetta per il miglior film straniero. La vita e la leggenda del signore della guerra che "conquistò il mondo senza scendere mai da cavallo" sono al centro di Mongol, nomination per il premio, del regista russo Sergei Bodrov (già Oscar per Il prigioniero del Caucaso), ad aprile sugli schermi italiani: le gesta pubbliche e il lato privato di Temujin, Temujin, diventato poi Gengis Khan, il capo militare e l’uomo innamorato, ombre e luci di chi diede vita al più vasto impero mai esistito.
In Mongolia l’orgoglio nazionale gonfierà ancor più il petto. Considerato fino a pochi anni fa un simbolo di feudalesimo, Gengis Khan è oggi riconosciuto come il padre fondatore della patria, il perno dell’identità a lungo repressa da zaristi o cinesi, l’icona venerata. Le sue sembianze sono riprodotte su francobolli, bottiglie di vodka, banconote. Per il Washington Post è "l'uomo del millennio"; secondo una ricerca resa nota dall’American Journal of Human Genetics circa 17 milioni di persone nel mondo discendono direttamente da lui. Nella piazza principale della capitale, Ulaan Baatar, le statue di Gengis, di suo figlio Ogedei e di Kublai Khan, si sono aggiunte a quella di Sukhbaatar, eroe della rivoluzione nazionalista che portò la Mongolia all’indipendenza dalla Cina del 1921. Dal 1990 in poi, dopo il crollo dell’Urss di cui la Mongolia era di fatto un paese-satellite e il passaggio alla democrazia e al libero mercato, Ulaan Baatar è cambiata molto.
Negli ultimi anni in particolare, investimenti cinesi, coreani, russi, giapponesi hanno fatto nascere nuovi quartieri, accanto agli edifici statali e ai condomini di stile sovietico. Negozi di moda, caffé all’occidentale, aumento di traffico, inquinamento e businessmen a caccia di opportunità. Fuori dal centro, resistono i quartieri di gher, le tradizionali tende di feltro a pianta circolare usate dai nomadi, che si accampano, sempre più stabilmente, sulle colline o all'ombra dei palazzi.

 

Scuola buddista del monastero di Gandantegchinlenn

Nell'area dell'unica vera grande città del paese si concentra ormai quasi un milione dei due milioni e mezzo di mongoli. Sulla collina di Zaisan c’è un il monumento ai caduti, da dove si può abbracciare con gli occhi la sua intera distesa; scendendo, ci si può spingere fino alle rive scintillanti del Tuul Gol, il fiume che lambisce a sud la città. Su un'altra collina, a est, sorge il Gandantegchinlen ("l'ampio luogo della gioia completa"), il monastero più grande del paese, dove girovagare tra cortili e templi per assistere alle cerimonie aperte ai visitatori, al mattino, e osservare con discrezione i momenti di raccoglimento e meditazione dei monaci. Appena fuori la capitale, lo scenario muta. In gran parte, diventa privo di presenza umana. Per lo sguardo del viaggiatore amante dei grandi spazi, è un piacere. Si vedono piccoli gruppi di gher alle pendici delle colline ondulate prive di alberi, al limitare delle valli, in posizione strategica per controllare la piana dove pascola il bestiame e i fianchi dei rilievi dove si inerpicano gli animali. Terre senza recinzioni.
Completa assenza di case, tranne nei pochi villaggi e piccole città che si incrociano di rado. Montagne e vallate verdeggianti battute dal vento, rilievi resi ocra dalla stagione secca, punteggiati da cavalli, mucche, pecore, yak. Tende candide e rotonde in armonia con il paesaggio. Mandriani, pastori, cavalieri ritti su cavalli piccoli e quasi tozzi, ma resistenti e veloci; altri su moto che hanno preso il posto del cavallo per governare gli animali, così come i camion sostituiscono a volte i carretti tirati dai cammelli per trasportare le gher (la tecnologia nella steppa include anche i pannelli solari sopra le tende per alimentare tv o frigo). Ma la tradizione resiste.

 

Un 'ovoo'

Lungo la strada e le piste, ci si imbatte spesso in cumuli di pietra, legna e oggetti vari, chiamati ovoo, ricoperti da ex-voto, stampelle, volanti d’auto di chi è scampato a un incidente, bottiglie di vodka di chi ha smesso di bere. Chi sosta vi gira attorno tre volte in senso orario e lascia un’offerta agli dei, qualche soldo o una sciarpa di seta. L'incontro con i nomadi è uno dei possibili regali del viaggio. Per accostare uno stile di vita cadenzato sui ritmi della natura, sperimentare la gher accettando l’invito a entrare e a condividere una tazza di tè salato attorno al fuoco della stufa. Per l’antropologo David Bellatalla, che da quindici anni trascorre lunghi periodi di ricerca e insegnamento in Mongolia, "il nomadismo pastorale che prevede un itinerario ciclico annuale riguarda ormai circa mezzo milione di persone, gli altri non sono più nomadi, vivono in ambiente rurale ma si sono di fatto sedentarizzati. Per una nazione che ha sempre messo al centro delle proprie vicende storiche il nomadismo, il grande rischio è perdere la propria identità".
Ad esempio Gengis Khan, racconta, “non ha mai voluto vivere in una casa, mai cambiare i propri abiti, il Khan viveva nella sua grande gher montata su carri trainati da buoi o cavalli”. Ma esistono luoghi associabili a Gengis Khan? Di fatto no, l’unica vera fonte dell’epoca - Il libro segreto dei mongoli - non dà informazioni precise sulla sua vita. Si presume che sia nato nella valle del fiume Onon, nella Mongolia nordorientale, ma la sua è una vita da fuggiasco prima e da guerriero poi, sempre in movimento, senza epicentro. Ogni tanto qualcuno annuncia di aver ritrovato la tomba segreta, ma senza prove definitive. L’unica certezza è il luogo dove decise di far costruire la capitale dell’impero, Karakorum. Dello splendore della città cosmopolita, dove alcune monete straniere avevano corso legale, è rimasto pochissimo. In gran parte le rovine di Karakorum, dimenticata dopo che Kublai Khan decise di trasferire la capitale più a sud fondando Khanbalik, l’odierna Pechino, furono usate per costruire le mura e i templi del monastero di Erdene Zuu (“Cento Tesori”), il più antico della Mongolia. Anche di Erdene Zuu, a sua volta abbandonato e poi danneggiato durante il periodo delle purghe staliniane, è rimasto poco: le mura che ne cingono il perimetro, qualche tempio animato dalle cerimonie dei monaci, due tartarughe di pietra simbolo di eternità. Ma è un luogo maestoso, nel suo vuoto denso di storia. Fuori dal monastero è nato un villaggio, Kharkhorin, e qualche accampamento di gher per turisti; tra le colline, c’è una roccia fallica puntata su un pendio che, qui dicono, ricorda una vagina. Sulla cima della collina più elevata alcuni altari rendono omaggio allo spirito di cavalli valorosi, i cui teschi sono disposti in fila sulla pietra. Un cavaliere corre lontano, nel vento che spazza la valle. (11 marzo 2008)

 


 

LA VENDETTA DEL GIGANTE DEL SUMO

II lottatore più grande della storia (26 anni, 150 chili) ridotto a un relitto. E' rinchiuso in casa: punito per aver partecipato a un incontro di calcio per beneficenza

di Federico Pistone (dal Corriere della Sera)

 

Il gigante è in lacrime. Asashoryu, centocinquanta chili di muscoli e ciccia, il più grande lottatore di sumo della storia, a 26 anni è un relitto. È segregato nella sua casa di Tokio, guardato a vista come un delinquente agli arresti domiciliari e ormai all’esaurimento nervoso. È la vendetta del Giappone, umiliato per troppi anni da questo mongolo orgoglioso («sono un discendente diretto di Gengis Khan») che ha sbaragliato tutti i campioni nipponici diventando l’incontrastato dominatore di una disciplina nata duemila anni fa nei templi scintoisti come arte mistica per pochi eletti. Hanno provato in tutti i modi a farlo fuori, visto che nel mitico Tokugikan di Tokio i suoi avversari non lo buttano mai giù. La Japan Sumo Association nei giorni scorsi ha trovato il modo di squalificarlo per tre mesi con decurtazione del 30% degli introiti (una multa di circa 60 mila euro) per averlo sorpreso mentre giocava una partitella di calcio per beneficenza in un campetto di Ulaanbaatar. Una tv mongola ha ripreso il molosso con la maglia di Rooney mentre dribbla agile e felice come un ragazzino. Asashoryu aveva «bigiato» un torneo ufficiale di sumo presentando certificato medico che attestava l’infortunio a un legamento del gomito e una vertebra incrinata, normale amministrazione per uno sport di impatto estremo. Ma la verità è che aveva bisogno di evadere dal Giappone e rivedere la sua gente. «Lo so, ho sbagliato — ha detto il ragazzone della steppa che è anche ambasciatore Unicef dal 2003 — ma non resistevo più. E mi sembrava giusto sfruttare la mia popolarità per aiutare i bambini di strada».

La federazione non si è lasciata intenerire e ha inflitto la pena più severa della storia di questo sport. «Un campione deve dare l’esempio, mantenere un atteggiamento irreprensibile», ha dichiarato con cipiglio tutto nipponico il responsabile Isenoumi, infuriato anche per la mise poco ortodossa scelta da Asashoryu durante la cerimonia di ritiro del suo 21° trofeo dell’Imperatore: tutti in impeccabile kimono, lui in t-shirt sdrucita. Dolgorsuren Dagvadorj, il vero nome, era stato battezzato nel 1999 Asashoryu, che significa «drago azzurro del mattino», proprio dai giapponesi che avevano aperto il sumo agli stranieri solo per dimostrare la propria superiorità. Ma il Drago, 1,85 di altezza per 148 chili — un mingherlino per questa disciplina di corpi esagerati — dopo quattro anni era già yokozuna, il titolo più alto, a livello divinità, fino ad allora riservato solo a pochissimi atleti come il leggendario Takanohana. Il segreto di Asashoryu non è la forza bruta ma l’agilità e l’astuzia e questo fa andare ancora più in bestia i puristi giapponesi: si diverte a tenere a distanza l’avversario per poi spostarsi improvvisamente, come nei fumetti. E i quintali dello sfidante finiscono mollemente a terra o fuori dal «dojo» (il ring), che è lo stesso per decretarne la sconfitta.

Avevano provato a incastrarlo anche due mesi fa con un trappolone mediatico in puro stile britannico. Il settimanale popolare Shukan Gendai, clone del Sun, aveva accusato Asashoryu di avere comprato 11 delle 15 vittorie nei combattimenti per il grande torneo di autunno quando conquistò il diciannovesimo titolo. Asashoryu si era affrettato a querelare la testata e a convocare una conferenza stampa. «Menzogne», aveva detto con la sua sincerità tutta nomade. «Mi rendo conto che per i giapponesi è una vergogna perdere contro uno straniero ma non è così che vinceranno». Lo scoop montato ad arte suscitò però l’entusiasmo della parte più integralista del Giappone (cioè quasi tutto), stanco di questo mongolo dalla faccia tonda che vince sempre e che osa perfino contestare i verdetti dei giudici, qui considerati semidei infallibili. E che nel 2003 afferrò un avversario per i capelli, gesto indegno nel sumo e poi, ubriaco fradicio, sfasciò la porta di casa dell’allenatore perché si era trattenuto troppi soldi dopo una sua vittoria. Non solo: il rude lottatore contravviene anche alla sacra regola non scritta di salutare il pubblico e ricevere i trofei con la mano destra: per lui che è mancino viene spontaneo usare la sinistra, in barba alle tradizioni millenarie. Asashoryu si sente perseguitato, è stanco, malato di nervi e di nostalgia per l’amata Mongolia. L’unico modo per guarire, dice lo psichiatra che lo ha in cura, è di tornare nella pace della sua terra. Tokio è diventata troppo cattiva, anche per il drago azzurro del mattino. (8 agosto 2007)

 


 

Viaggio senza tempo nella steppa della Mongolia

di Silvana Cappuccio (da L'Unità)

 

E’ un grande spettacolo, un trionfo di ampiezza e profondità, il paesaggio della Mongolia. Alcuni  scrittori ne hanno parlato come di luoghi dell’anima. Le parole non possono sostituire le sensazioni che si provano guardando la steppa sterminata ed il suo immenso cielo blu. Bisognerebbe avere non due ma mille occhi, come per fotografare in modo indelebile l’effetto di tranquillità e di benessere che dà all’anima, come se i suoi spazi infiniti attraversati dal vento finalmente riuscissero a contenere e a placare i tormenti dello spirito.

Se il viaggio è l’esperienza che porta, fisicamente e spiritualmente, in luoghi “altri”, dove poter avere la conferma che la vita e tutto quello che la costituisce, le persone, il tempo, i ritmi, gli spazi, i colori, i paesaggi possono essere diversi da come li conosci, allora la Mongolia è “il” viaggio per eccellenza. Dalla natura alla storia, dalla cultura alle tradizioni, dalla religione ai costumi sociali, non c’è un solo aspetto di questo paese che non rappresenti un’occasione di conoscenza, riflessione, curiosità, approfondimento ed anche introspezione.

 

La sua “indubbia” collocazione remota (ma rispetto a cosa? il Mediterraneo non è più il centro del mondo..), ha favorito una rappresentazione fondata su stereotipi e giudizi sommari, sulle  presuntuose certezze di cui si alimenta il mondo occidentale nella difesa del suo benessere.  Da qui l’immagine di un paese abitato da gente “diversa”, che conserva un proprio modo di vivere, secondo usi antichi di secoli ed immutati nel tempo, indifferente a quel che accade nel resto del mondo, una specie di rivisitazione del mito del buon selvaggio di Rousseau. 

 

E invece è una civiltà affascinante quella che ho imparato a conoscere nel corso di due viaggi, che sono durati diverse settimane. La visione che ne ho ricavato è certamente parziale, ma piena di immagini e sensazioni sufficienti a farmi capire di essere avanti ad un Paese apparentemente semplice ma di complessa lettura.

Sono andata in Mongolia su incarico della Federazione internazionale dei sindacati tessili, per realizzare corsi di formazione ai quadri del locale sindacato dei lavoratori tessili, dell’abbigliamento e del cuoio.

Le organizzazioni sindacali vivono in quel Paese un momento difficile, con una grave crisi di identità e di rappresentanza. Essendo un Paese satellite dell’Unione Sovietica, il crollo dell’89 ha significato in Mongolia anche il venir meno del sistema di welfare e di protezione sociale che fino ad allora era stato garantito al paese in termini di energia, istruzione, sanità e servizi sociali. Questo processo ha comportato una vera e propria disgregazione del tessuto economico e sociale ed è esplosa la disoccupazione, prima quasi inesistente.

I processi di urbanizzazione si sono accompagnati a nuove forme di indigenza e di emarginazione, tali da far parlare di urbanizzazione della povertà. Oggi il 36% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, il 24% ha problemi di denutrizione, la mortalità infantile è intorno al 52 per mille, mancano servizi di assistenza per la salute riproduttiva, più del 10% dei neonati nascono sotto peso, aumentano i senza casa, sono diffusi casi di alcoolismo, violenza domestica e criminalità. Gli ultimi 15 anni hanno conosciuto un triste nuovo fenomeno, quello dello sfruttamento dei minori, nelle miniere e nelle strade delle città. Su questo il Governo sta prendendo delle iniziative, sulla base di un programma nazionale che lo individua come una delle priorità di intervento.

Il processo di democratizzazione del paese è passato per quattro elezioni parlamentari e tre presidenziali, riconosciute come corrette e libere sia internamente che dagli osservatori internazionali.

Il paese è grande come la Francia, la Germania e l’Italia insieme, ma ci vivono meno di tre milioni di abitanti, un terzo dei quali nella capitale Ulaanbaatar. Solo lo 0,76% della sua superficie è coltivabile, soprattutto a causa del clima assai duro, che raggiunge temperature estreme di meno 40°.

La liberalizzazione dei mercati ha comportato nella capitale la circolazione di cibo importato, in massima parte dalla Cina, e con questa vari problemi connessi alla qualità e alla sicurezza. Recentemente sono stati riportati dei casi di tifo, salmonella, dissenteria e intossicazione da avvelenamento.

 

Negli ultimi anni l’economia è cresciuta, ma la disoccupazione rimane alta, molto al di sopra dei dati ufficiali del 3,3%. La repentina privatizzazione delle fabbriche, l’arrivo di imprenditori stranieri, l’estensione di processi di subappalto e il crescente numero di medie e piccole aziende, hanno di fatto spiazzato i sindacati, a cui viene spesso persino impedito l’accesso nei luoghi di lavoro.

“Molti nuovi imprenditori sono cinesi e sono assai spregiudicati nell’utilizzo della manodopera a loro uso e consumo – mi racconta Demberel, un anziano sindacalista che ne ha viste di tutti i colori - I cinesi aprono fabbriche di abbigliamento per produzioni mirate e poi scompaiono nel nulla, abbandonando al loro destino centinaia o migliaia di malcapitati lavoratori”. E il tessile è uno dei settori trainanti per la Mongolia, che produce oltre 4mila tonnellate all’anno di cashmere.

Mi vengono in mente le mille storie di investimenti-rapina nel nostro Mezzogiorno, realizzati solo per arraffare i contributi europei e nazionali, lasciando i capannoni vuoti  nel giro di una notte..

 

Qualcosa però si muove nel sindacato, alla ricerca di un  nuovo ruolo e di una nuova classe dirigente. Ganbaatar è il segretario presidente della confederazione sindacale mongola CMTU, eletto nell’ultimo congresso che si è tenuto a giugno di quest’anno.

Uomo dai modi raffinati e di brillante conversazione, ha acquisito un inglese fluente ed una formazione internazionale durante i suoi studi a Londra. L’anno scorso è stato un importante  leader di movimenti civili nel Paese e riesce a coniugare spessore culturale e umiltà di accenti. Usa un linguaggio diretto e parla senza mezzi termini della corruzione da aggredire, si dice  consapevole della crisi di fiducia nei partiti che investe la popolazione e del bisogno pressante di dare fiducia e futuro a tutti, soprattutto ai giovani, spesso disorientati.

Tiene a sottolineare che il contesto del suo paese è democratico, il diritto di sciopero è riconosciuto così come quello di manifestare liberamente. Ha forza ed entusiasmo, si rivolge ai colleghi tessili mongoli, scoraggiati dalle difficoltà della fase in corso, con riferimenti concreti, spingendoli a rinnovarsi, a impegnarsi per chiedere l’approvazione di nuove leggi sul lavoro, l’aumento del salario minimo, oggi 69.000 tugrik (circa 46 euro), per contrattare nelle fabbriche, costruendo nuove relazioni industriali, pretendendo i permessi dovuti e l’esercizio delle libertà sindacali previste dalla legislazione internazionale.

Dalla dura realtà delle lotte operaie, torniamo alle sensazioni e alle immagini.

In Mongolia continua oggi, 2007, uno stile di vita pressoché immutato rispetto ai racconti di Giovanni da Pian del Carpine, un frate umbro che lo descrisse già nel 1200 con gli stessi ritmi, gli stessi gesti che il visitatore impara a conoscere percorrendo le distanze immense della steppa, tra le poche unità di tende dei nomadi e le rapidissime cavalcate di misteriosi cavalieri.

Le differenze con i nostri tempi e ritmi occidentali sono sostanziali e sono segni di valori profondamente diversi. Ad esempio, il rapporto con gli animali, che è importantissimo in tutte le fasi della vita quotidiana dei nomadi, per il trasporto, il nutrimento, gli indumenti. E’ il cavallo soprattutto ad avere un ruolo protagonista nel cuore di tutti i mongoli, che non a caso offrono l’airag, il latte della giumenta appena munto, all’ospite in visita nella caratteristica gher, la tenda in cui vivono e che trasportano nei loro spostamenti. E’ un mondo di relazioni e di valori lontano anni-luce da quello occidentale; per noi l’animale spesso è soltanto la compensazione ad una sostanziale incapacità di intrattenere rapporti familiari ed affettivi e per questo viene pateticamente umanizzato.

 

Visitare una gher è un’esperienza emozionante nel profondo. Il senso di ospitalità e di accoglienza riesce ad essere, al tempo stesso, naturale e familiare, ma anche sacro e solenne. Queste ritualità sono da sempre irrinunciabili per i mongoli, come pure l’attenzione a certi comportamenti che a noi provocherebbero sorrisi di sufficienza. Non bisogna assolutamente inciampare nella soglia all’entrata, perché sarebbe un segno di sfortuna.

Provi un senso di inadeguatezza se provieni da paesi in cui sono altri i criteri che informano la vita, come la rapidità, l’efficienza, la materialità, il possesso dei beni, la quantità ed il loro consumo.

In questo paese sterminato e popolato soltanto dalla popolazione di una città come Roma, il tempo e l’esistenza sono scanditi da altri bisogni. Lo capisci da come ti guardano dritto negli occhi e ti sorridono tutti coloro che visiti, consapevoli e ben a ragione anche orgogliosi della distanza, geografica e non solo, che li separa da te. Nell’accoglienza, ti offrono un’atmosfera solida, rassicurante, senza fronzoli, dove la sostanza del volersi scambiare frasi ed emozioni è la cosa più importante. Vogliono sapere di te e dirti di loro. La solidità delle persone non è data dal possesso del territorio, ma da quello che riescono a portare con sé, sono loro stesse il vero patrimonio.

 

La Mongolia di oggi è una metafora della globalizzazione e delle sue imprevedibili evoluzioni, con le sue contraddizioni tra i processi di urbanizzazione e la persistenza di un modello di vita pastorale nomade, in bilico tra l’apertura ai mercati esteri e la salvaguardia delle solide tradizioni, tra la venerazione del proprio meraviglioso territorio e le incipienti  devastazioni. Merita un viaggio, una vacanza che mai come in questo caso sarebbe davvero “intelligente” perché arricchisce il cuore e la mente. (14 giugno 2007)

 


 

NELLE MINIERE LE BAMBINE LAVORANO DODICI ORE AL GIORNO

di Silvana Cappuccio (da Liberazione)

 

Una ricerca dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) fa luce su un fenomeno drammaticamente spesso rimosso dai media, anche quando si parla di sfruttamento minorile: le condizioni delle bambine che lavorano nelle miniere. Lo studio è stato condotto in dodici comunità minerarie di quattro paesi, la Tanzania, il Niger, il Ghana e il Perù, dove persino le istituzioni hanno fino ad oggi ignorato lo stato della realtà. In Tanzania, gli stessi abitanti di Mirerani, una zona mineraria dove in passato la comunità internazionale è intervenuta, segnalano che le bambine non vengono prese in considerazione in quanto tali neanche quando si fanno i progetti per l'eliminazione del lavoro minorile.
Le miniere di cui si occupa la ricerca sono quelle che si trovano ai margini di giacimenti importanti, si caratterizzano come piccole cavità, dove un pesante lavoro può dare dei modesti risultati, cioè delle limitate estrazioni con mezzi artigianali. E' uno di quei lavori che vengono definiti "informali", dove la gente si arrangia come può, per riuscire a vivere. In questi contesti il lavoro dei minori in miniera rientra nelle attività familiari. Questo significa che i bambini ripetono come possono i ruoli del padre e della madre e le bambine, fin dall'inizio, sono gravate dal doppio peso di responsabilità, sia all'interno della famiglia che nel lavoro di ricerca, estrazione e trasporto dei minerali. Sono giovani, alcune molto piccole, cominciano anche a solo otto o nove anni, si svegliano presto al mattino per lavorare nelle cave, dove faticano fino a dove arriva il limite della loro forza, secondo gli ordini impartiti dal padre o dai fratelli. E poi a casa ad aiutare la mamma, cucinando o procurando l'acqua. E poi ancora ad occuparsi degli animali per il trasporto dei detriti.
Nelle cavità o nei letti dei fiumi vanno alla ricerca di rame, oro, cobalto, diamanti ed altre pietre preziose. Spesso rompono la roccia in pezzi piccoli e la mescolano al mercurio per estrarre l'oro.
Per trovare le pietre preziose e l'oro, si tuffano nei fiumi e setacciano la sabbia per ore. Usano picconi e pale per scavare e rimuovere macerie. Dalle cavità, portano le pietre in superficie usando corde e carrucole e facendo leva sulle loro braccia. In Ghana, più della metà delle ragazze intervistate ha detto di sentirsi esausta dopo un giorno di lavoro, di accusare dolori diffusi nel corpo e all'addome, di essersi tagliata, di avere la tosse. In Niger, dove la media delle ragazze che lavora all'estrazione dell'oro è di 15 anni, lamentano mal di testa continui, dolori alle braccia, vertigini, difficoltà respiratorie nella notte, irritazioni e bruciori di pelle. Le ragazze si occupano anche di dare da mangiare e da bere agli asini, che sono nella migliore delle ipotesi l'unico mezzo di trasporto, vale a dire quando non rimane che caricarsi il peso sulle spalle o sulla testa. In Tanzania, le bambine trasportano su di sé 20-25 litri d'acqua da tre a quattro volte al giorno.
Lavorano fino a 12 ore al giorno, per sei giorni alla settimana, in costante contatto con sostanze tossiche e respirando polveri fini. E ovviamente in aggiunta al danno fisico c'è quello psicologico, di certo non meno grave. Questi giacimenti si trovano in zone remote e succede che, una volta scopertone uno, seguano dei veri e propri processi di migrazione. Lì intorno nascono delle attività commerciali, come negozi di abiti di seconda mano, ristoranti, bar e punti di ritrovo. Le ragazze spesso lavorano in questi posti, dove vengono a contatto con realtà degradanti e si prostituiscono. In tutte le zone oggetto dell'indagine, gli abusi e lo sfruttamento sessuale sono allarmanti. In Tanzania 85 su 130 intervistate hanno dichiarato di essersi prostituite, intimidite e nella speranza di potere così incontrare un uomo che le sposi. Sono estremamente vulnerabili, sotto ogni aspetto. Alcune non hanno mai frequentato una scuola o lo hanno fatto solo saltuariamente, non hanno ricevuto altra istruzione.
Il lavoro nelle cave e nelle miniere è molto pericoloso e rientra tra quelli per i quali la convenzione OIL sulle forme peggiori di lavoro minorile richiede interventi urgenti al fine di eliminarlo. La Comunità di Miniere di Piccole Dimensioni (CASM), una iniziativa sostenuta dalla Banca Mondiale, ha pochi giorni fa tenuto una conferenza internazionale a Ulaan Baatar. La Mongolia è stata la sede prescelta perché un numero crescente di pastori ha lasciato negli ultimi quindici anni la steppa per il lavoro in miniera, dove purtroppo sono entrati insieme agli adulti migliaia di bambini a seguito dei bruschi processi di liberalizzazione che hanno investito il paese.
Secondo le stime che vi sono state presentate, in circa 50 paesi lavorano oggi oltre 20 milioni di persone, in miniere di piccole dimensioni e a conduzione artigianale. Da loro dipende la vita di 100 milioni di familiari. I minori coinvolti sono più di un milione e mezzo, bambini a cui vengono negati sia il presente che il futuro. Ignorare la condizione di genere aggiunge un pesante elemento di ingiustizia ed aggrava l'invisibilità di chi non ha voce né strumenti di difesa. (23 settembre 2007)

 


 

BASKET, DUE TIRI CON GENGIS KHAN

di Federico Pistone (da Dreamteam)

 

Per tentare un tiro da tre rischi di finire in mezzo alla foresta, braccato dai lupi della taiga. Il canestro c’è, l’altezza è vagamente regolamentare. Manca solo il campo, il pallone e, spesso, i giocatori. Soprattutto quando ci sono cinquanta gradi sottozero e il vento siberiano sibila senza pietà. Quassù, nel Khentii, Mongolia buriata, dove Gengis Khan nacque, fu sepolto e giusto ottocento anni fa venne incoronato padrone del più grande impero della storia, la pallacanestro può essere un passatempo e a volte un salvavita. L’alternativa, anche per i più giovani, è l’alcol: la vodka e l’airag, il latte di cavalla fermentato che per i nomadi diventa l’unica fonte di alimentazione durante i lunghi spostamenti nella steppa. Gli ubriachi vengono incatenati nella strada principale di Binder, la città dove Temujin fu battezzato, alla congiunzione dei fiumi Onon e Khur, come recita La storia segreta dei mongoli, il testo vergato da un anonimo nel 1260, diciassette anni dopo la morte del saggio e feroce condottiero. Resteranno lì, i due sventurati, per tutta la notte: non è solo una lezione esemplare, ma anche l’unico modo per evitare che i fumi dell’alcol possano portarli a importunare i bambini che giocano a pochi metri da loro. Del resto, il carcere più vicino è a seicento chilometri (che qui fanno tre giorni in fuoristrada), nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra metà della popolazione di tutta la Mongolia, un milione di abitanti. E proprio a Ub, come viene confidenzialmente chiamata, si concentrano alcuni talenti destinati ai palazzetti cinesi o russi. Come Sharavjamts Tserenjanhor, una quintalata d’uomo lungo 213 centimetri, 32 anni, detto Shark, lo squalo, il primo asiatico a firmare per i leggendari Globetrotters. Anche lui ha cominciato da un canestro piantato a caso in mezzo alla steppa, tra mandrie di yak e di capre, appena fuori dalla gher, una delle migliaia di candide tende che punteggiano il paesaggio mongolo. Per Tseren, così lo chiamano a casa per comodità, la statura segna il destino. A due anni ogni mongolo che si rispetti galoppa con disinvoltura, ma per lui montare i piccoli e bizzosi cavalli delle steppe già nell’adolescenza era diventato un supplizio. Così la decisione di lasciare la vita nomade, i canestri arrugginiti nella steppa, per provare l’avventura dei palazzetti con le righe per terra e perfino le retine intorno al cesto. A dieci anni è già un lungagnone dalla mira infallibile. A 17 entra nella Ulaanbaatar city league, una sorta di campionato mongolo. Si iscrive alla Otgontenger, l’università di giurisprudenza della capitale. E’ una bella testa, Tseren, gli esami vanno bene ma il pensiero rimbalza altrove. Così interrompe la carriera accademica, “troppa teoria e poca pratica” e impara perfettamente russo e inglese all’istituto di lingue straniere a Erdenet, città messa su dal nulla dai russi negli anni Cinquanta:da una parte baracche e tende di feltro, dall’altra palazzoni e strade asfaltate. Intanto il ragazzino troppo cresciuto diventa sempre più bravo in campo: non solo centimetri e muscoli ma anche fosforo e anima. Quando non studia e non tira di canestro, si acquatta come un monaco sulle rive dell’Hovsgol, il grande lago srotolato al nord della Mongolia fino alla Siberia, e sfodera la sua canna da pesca. Tra un salmone e l’altro, sogna a stelle e strisce. A 24 anni si sposa con Erdenebulgan che gli regala un figlio. Ma non basta, Tseren è inquieto come Gengis Khan, vorrebbe conquistare il mondo, senza archi e frecce ma con una palla a spicchi. E finalmente, a 27 anni, Mannie Jackson lo vede e lo ingaggia per i Globetrotters. Shark è il primo cestista asiatico a entrare tra i miti di Harlem. Tira su baracca, burattini, moglie e figlioletto di tre anni e sbarca a Phoenix, Arizona, dove fatalmente si ritrova appiccicato l’appellativo di “Michael Jordan della Mongolia”. “Sono l’uomo più fortunato dell’Asia”, dice ma senza dimenticare le sue origini. “Vorrei poter uscire a cena con Gengis Khan – dice – per chiedergli come si fa a vincere sempre”. E appena ha un varco tra allenamenti e partite, lo squalo torna nella sua steppa a respirare di nuovo dentro quel grande cielo sacro e a provare un tiro da tre molto più difficile di quello del palazzetto di Phoenix. Direttamente nel bosco, a due passi dai lupi.

(novembre 2006)

 


 

MONGOLIA, LA FEDE, LA FAME E L'ORGOGLIO

Patria del vento e di grandi guerrieri. Oggi terra di povertà e degrado rampante. Un abisso separa i piccoli accattoni di Ulaanbaatar dai fieri cavalieri delle steppe. In mezzo una Chiesa puramente simbolica e una missione attiva di Federico Pistone (da Popoli)

 

Bartaldag ha una bella faccia, sporca e rotonda, con due occhi stretti come fessure e la bocca che vorrebbe curvarsi in un sorriso ma ancora non ci riesce. Ha tredici anni e solo tre mesi fa se ne stava infilato dentro i tombini di Ulaan Baatar insieme a un gruppo di giovani amici. La sua vita sotterranea era un inferno, come quella di migliaia di bambini di strada che popolano la capitale della Mongolia.
Stanno rintanati come orsetti a proteggersi dalla crisalide di gelo che avvolge il Paese per sette mesi all'anno, con punte di 50 gradi sotto zero e l'aggravante del vento siberiano. Escono in piccoli branchi per racimolare parvenze di cibo e indumenti raccattati tra cumuli di spazzatura; nella stagione estiva, assediano i turisti e li sfiniscono fino a ottenere una moneta. Dietro questi bambini c'è una storia familiare comune e disperata: padre alcolizzato e violento, madre in fabbrica o in ufficio a inseguire la sopravvivenza. Ma gli stipendi non bastano più. Da quando l'Unione Sovietica si è sfaldata, nel 1990, la Mongolia è stata abbandonata a se stessa e la sua economia è precipitata in una voragine.
"I mongoli - dice Tsetserleg, giovane impiegata al grande supermercato statale - sono guerrieri nel sangue. Ma la guerra non c'è e i nostri uomini sanno solo rintanarsi in casa a bere e ad aspettare i soldi". Così a volte c'è bisogno anche di loro, di quei cuccioli d'uomo mandati allo sbaraglio della città. Alcuni tornano a casa alla sera e rischiano botte da orbi se non consegnano un gruzzolo sufficiente. Altri, la maggior parte, se ne sono andati per sempre e la loro casa è un tombino.
"Sono seimila, forse addirittura diecimila - afferma Maria Gabriella De Vita, rappresentante dell'Unicef in Mongolia - i bambini di strada di Ulaan Baatar. È un fenomeno in sconvolgente aumento e ormai quasi fuori controllo. Questi bambini non hanno più nulla, vivono di stenti e di carità e muoiono piegati dalla fame, dal freddo e dalle malattie".

Una presenza di fede e azione

Per un anno Bartaldag ha vissuto questo incubo, ma ora è ospite in uno dei centri della missione cattolica, quello delle suore di Madre Teresa, alla periferia di Ulaan Baatar, non lontano dal percorso dove ogni anno, a luglio, migliaia di mongoli si sfidano a cavallo nella sontuosa cerimonia del Naadam. La presenza dei cattolici in Mongolia è numericamente esigua (un centinaio, secondo un recente sondaggio, su tre milioni di abitanti) ma preziosa e molto apprezzata anche dai buddhisti lamaisti, il 90 per cento della popolazione. Perché c'è un obiettivo che unisce le due fedi: dare un futuro alla Mongolia, cominciando dai suoi abitanti più giovani.
Una trentina di missionari hanno ridato speranza a centinaia di bambini abbandonati: insegnano loro a leggere e scrivere ma anche a cucire, cucinare e coltivare l'orto. Soprattutto insegnano loro il decoro, la solidarietà, la speranza. Sul territorio mongolo operano altri quattro campi che fanno capo alla Catholic Church Mission di Ulaan Baatar. La sede è nel quartiere di Bayanzurkh, affacciata a un mercato dove la gente scivola silenziosa fra le bancarelle. L'odore acre della carne di pecora si insinua fino agli uffici del primo piano, dove i padri missionari preparano le strategie di questa durissima guerra contro la povertà e l'ignoranza. Presto, nel 2003, nascerà un'altra missione cattolica. "C'è molto da lavorare qui in Mongolia - dice il padre congolese Pierre Kasemuana - e la tolleranza tra cattolici e buddhisti è fondamentale per ottenere risultati concreti".
Anche il Papa ha più volte espresso il desiderio di visitare la Mongolia. "Sembra incredibile - rivela Kasemuana - ma Giovanni Paolo II è amato profondamente dai mongoli, una popolazione così lontana e quasi totalmente buddhista. Una sua visita rischierebbe però di destabilizzare la situazione religiosa, perciò viene sistematicamente rimandata".

Cercando un'identità

Secondo i parametri dell'Unesco, più di un terzo della popolazione mongola è "povera" mentre un quinto è "molto povera". La siccità estiva e il grande gelo invernale rappresentano una trappola mortale per il bestiame (soprattutto pecore e yak), principale sostentamento dell'economia rurale: nel periodo fra ottobre e febbraio 2002 oltre un milione di animali è rimasto ucciso dallo zud, il fenomeno di congelamento del terreno che non consente di raggiungere l'erba da brucare. Ai nomadi non resta che dirigersi verso la capitale ma come per Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure raccontato dal regista Kurosawa, la vita in città è come un suicidio per chi ha da sempre solo i ritmi della natura come riferimento.
La Mongolia sta cercando una nuova identità. Anzi, vorrebbe ritrovare il suo antico orgoglio, quello che nel XII secolo aveva mosso Gengis Khan fino a riunire il più esteso impero della storia, dalla Cina all'Ungheria. I vecchi restano disperatamente ancorati a tradizioni millenarie, anche se a Ulaan Baatar si assiste a un vertiginoso cambiamento di rotta. I giovani sono stati contagiati dalle tentazioni consumistiche importate dal Giappone, dalla Corea e dall'Occidente: girano con occhiali da sole, capelli tinti di biondo, scarpe griffate e t-shirt con scritte in inglese. E anche la prostituzione sta assumendo contorni preoccupanti, in misura direttamente proporzionale all'aumento del turismo: le autorità sanitarie hanno rilevato un solo caso di Aids fino al 1999, ma già in questi ultimi tre anni il contagio sembra avere colpito almeno un centinaio di ragazze.
La capitale mongola sta perdendo inesorabilmente la sua anima immacolata. Alcuni gesti sopravvivono per svelare lo spirito di questo popolo: un leggero urto accidentale su un bus viene immediatamente espiato con un "segno della pace", una stretta di mano fra due sconosciuti a sottolineare una solidarietà antica e indissolubile. O quando viene offerto del cibo con il braccio destro appoggiato alla mano opposta o nella benedizione del cielo, della terra e degli antenati prima di sorseggiare una bevanda alcolica.
Nell'immensa piazza Sukhbaatar, dedicata all'eroe che guidò la Mongolia all'indipendenza dai cinesi nel 1929, si mescolano per magia le tiepide brezze del Gobi e la glaciale corrente polare. Qui tutti si danno appuntamento: lussuosi fuoristrada giapponesi, carretti stipati di povere cose, cavalli, venditori di miglio, ubriachi che sbandano, monaci fasciati da tuniche arancioni, vecchi militari piegati dal peso delle medaglie, pittori di acquarelli che evocano antiche battaglie, studenti in grembiule beige e azzurro, donne e uomini infagottati dal tradizionale del, il pastrano chiuso da sgargianti fasce di seta, e ai piedi i gutul, gli stivali di cuoio morbido concepiti con la punta in su perché nella steppa non possano causare ferite alla terra e ai piccoli animali che la popolano.
Basta salire sulla collina dove sorge Gandan, uno dei pochi monasteri sopravvissuti alla distruzione operata dal governo filosovietico, per liberare lo sguardo dentro lo spirito antico e intatto della Mongolia: verso le montagne dell'Altai a occidente, il Kenthii a oriente, il Gobi a sud e la Siberia a nord, migliaia di chilometri popolati solo dal vento e dalle candide gher che cesellano un paesaggio di silenzio verde. E, sopra, quel cielo altissimo, "spalancato", come lo definisce Barzini jr nella sua Evasione in Mongolia, "pieno di luce, che non ti senti oppresso a starci sotto, ma libero". È dentro le gher, queste case eternamente in movimento, che la Mongolia offre la sua faccia generosa e sorridente. È nei gesti solenni dei nomadi, nell'offerta di una tazza di tè salato, di un boccone di formaggio secco di yak o di un sorso di latte di cavalla fermentato. In questa semplicità senza spazio né tempo regna la gioia dello spirito, a pochi chilometri ma agli antipodi dallo sguardo spaurito di Bartaldag e dei suoi amici che vivono sottoterra. (settembre 2002)