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I
DUE CAVALLI DI GENGIS KHAN***
(Germania-Mongolia 2009, regia di Byambasuren Davaa) la
cantante Urna promette alla nonna in fin di vita di portarle il manico a
testa di cavallo del morin khuur (il violino mongolo) dove sono incise
le parole della canzone Chingisiyn Hoyor Zagal, che danno il titolo
al film. Comincia una ricerca tormentata nei segreti della
Mongolia.
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Rosalba Barbé (mongolia.it):
La
necessità di far rinascere l'antica magia di una cultura che si sta
perdendo |
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BABYLON
A.D.*
(Francia 2008, regia di Mathieu Kassovitz): il mercenario Toorop (Vin
Diesel) deve scortare una ragazza (Melanie Thierry) dotata di
straordinarie capacità preveggenti da un remoto monastero della Mongolia
fino a Manhattan. Sarà un'odissea. Strizza l'occhio a "Blade runner" ma
questa pellicola di Kassovitz è uno "sparatutto" senz'anima.
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Giulia D’Agnolo Vallan (Ciak):
Un pastiche di sci-fi con confusissima riflessione scientifico/religiosa
sul futuro dell'umanità |
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SUR
LA PISTE DU RENNE BLANC***
(Francia
2008, regia di Hamid Sardar): storia d'amore
singolare ambientata
fra gli Tsaatan, gli Uomini renna della Mongolia, sullo sfondo glaciale
della taiga. Il nomade Quizilol è innamorato della bellissima Solongo il
cui padre darà l'assenso al matrimonio solo dopo una "prova di
coraggio". Premio al Festival di
Trento 2009. Guarda il trailer
mongolia.it: Suggestiva ricostruzione romanzata realizzata dalla casa
cinematografica indipendente francese Zed |
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MONGOL***
(Kazakistan-Russia-Germania
2007, regia di Sergej Bodrov): ricostruzione sontuosa e attenta della
vita di Gengis Khan, attraverso sofferenze e trionfi. Candidato
all’Oscar 2008 come miglior film straniero (Bodrov lo aveva già vinto
con “Il prigioniero del Caucaso”), ha un impatto cinematografico
straordinario con scene estremamente realistiche.
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Paolo Mereghetti: Grandi
paesaggi, grandi passioni (e bei costumi), ma che fatica a non
trasmettere l'enfasi epica |
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HYAZGAR***
(Francia-Corea
2007, regia di Zhang Lou): per bloccare l'avanzata del deserto e far
fronte alla solitudine dopo l'abbandono della moglie, il mongolo Hangai
decide di piantare nella sabbia alberi estirpati dalla tempesta. Al
romantico progetto collabora una rifugiata coreana col figlio. Meno
fortunato del "Matrimonio di Tuya" ma altrettanto suggestivo.
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Salvatore Trapasi (Il Giornale): Un altro bel film dalle steppe mongole |
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L'ELETTO*
(Francia
2006, regia di Guillaume Nicloux): thriller coprodotto da Rai Cinema
sullo sfondo della Mongolia più misteriosa ed esoterica. Una donna,
interpretata da Monica Bellucci, adotta un bimbo mongolo che, al
compimento del settimo anno, si rivela dotato di poteri che permettono
di compiere riti di immortalità. Una vecchia idea, ma questa è la
peggiore.
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Flavio Della Rocca:
Ecco che una donna come tante si
trasforma in eroina pur di salvare il proprio 'tesoro' |
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KHADAK***
(Belgio 2006,
regia di Peter Brosens e Jessica Woodworth): è la storia di un
giovane pastore mongolo che ha la capacità di sentire gli animali a
distanze lontanissime. È destinato a diventare sciamano, dopo essere
stato costretto insieme a tutti gli abitanti del villaggio a trasferirsi
in una città mineraria per essere impiegati negli scavi.
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Elisa Giulidori:
Si apre come una favola, a
sottolineare il sapore esotico e fantastico che la Mongolia ha per noi
occidentali |
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IL MATRIMONIO DI TUYA***
(Cina 2006, regia di Wang Quanan, con Yu Nan): la vicenda in verità si
svolge nella Mongolia interna, quella cinese, ma i profondi temi toccati
sono quelli assoluti del contrasto fra modernità e tradizioni. Una
giovane donna vive con il marito paralizzato e due figli. Cercherà un
nuovo sposo che la aiuti a prendersi cura della famiglia.
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Morando Morandini:
Ha due virtù: la leggerezza del tocco
anche nei momenti più gravi e l'affetto per i personaggi |
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IL VOLO DELLA FENICE*
(Usa
2005, regia di John Moore con Dennis Quaid): rifacimento dell’omonima
pellicola di Robert Aldrich del 1965 con James Stewart. Allora l’aereo
precipitava nel Sahara, mentre nella nuova versione finisce nel deserto
del Gobi in Mongolia, che diventa il feroce teatro dei tentativi dei
sopravvissuti di riprendere quota.
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Paolo Mereghetti: Se non mancano momenti di
spettacolarità superficiale, viene meno qualunque suspense |
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IL CANE GIALLO DELLA
MONGOLIA***
(Germania 2005, regia di Byambasuren Davaa): nuovo commovente
capitolo proposto dalla regista mongola, dopo “il cammello che piange”:
una bimba trova un cagnolino in una grotta e lo tiene, contro il volere
del padre che teme possa attrarre i lupi. Quando il cane salverà il
fratellino dagli avvoltoi sarà il benvenuto.
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Marco Massaccesi:
Byambarusen Davaa riesce ad ammaliare
lo spettatore fino all’ultimo fotogramma |
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MONGOLIAN PING PONG***
(Cina
2004, regia di Ning Hao): una pallina da ping pong fa da
detonatore a una storia sognante sospesa tra Mongolia e Cina. Tra
bambini, saggi lama e cavalli al galoppo, il vero protagonista è il
paesaggio mongolo. Richiama il film “The Gods must be crazy” dove una coca
cola piovuta da un aereo genera caos fra i boscimani.
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il trailer
Rita Ferrauto: Più un invito al viaggio che un
film vero e proprio |
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LA STORIA DEL CAMMELLO CHE
PIANGE****
(Germania-Mongolia 2003, regia di Byambasuren Davaa e Luigi
Falorni): nel deserto del Gobi una cammella ripudia il cucciolo nato
albino. Una comunità di nomadi mongoli la convincerà con la musica a
ricomporre la famiglia. Splendido spaccato di vita della steppa, grande
successo internazionale.
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Paolo Mereghetti: Un riuscito e originale esempio
di "documento narrativo" a doppio binario, zoologico e antropologico |
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STATE
OF DOGS***
(Belgio-Mongolia 1998, regia di Peter Brosens e
Dorjkhndyn Turmunkh):
il cane Basaar viene ucciso da un cacciatore alla periferia di
Ulaanbaatar. Il suo destino è di reincarnarsi in un uomo ma lui si
rifiuta. Intanto cerca di proteggere una giovane donna da un pericolo
catastrofico. Produzione belga-mongola con
Brosens che girerà Khadak otto anni dopo.
Cinemambiente:
State of Dogs è una parabola su un
cane randagio mongolo che non vuole diventare uomo |
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MOLOM***
(Francia 1997, regia
di Marie Jaoul De Poncheville): girato a Ulaanbaatar e nei territori
siberiani, è la storia suggestiva di un uomo che diventa una sorta di
sciamano, punto d’incontro fra uomini e dei. Cercherà di dare aiuto e
protezione alle persone che incontra, ma non potrà fare nulla per il
proprio destino.
Mary Ann Brussat: Un capolavoro spirituale, uno di
quei film che ti sa trascinare in luoghi remoti togliendoti il fiato |
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URGA – TERRITORIO D’AMORE**
(Francia-Urss 1991, regia di Nikita Mikhalkov): Leone d’oro al Festival
di Venezia, scippato da Mikhalkov al cinese Zhang Yimou con “Lanterne rosse”. Un
camionista russo finisce in panne nella steppa ed è costretto a
confrontarsi e convivere con una famiglia di nomadi mongoli. Nasce
un’improbabile ma sincera amicizia.
Guarda il trailer
Paolo Mereghetti: Mieloso spirito di fratellanza,
paesaggismo di maniera |
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JOHANNA D’ARC OF MONGOLIA***
(Francia-Germania 1988, regia di Ulrike Ottinger con Ines Sastre):
visionario manifesto del cinema femminista. Un gruppo di amazzoni
mongole blocca il treno della Transmongolica e prende in ostaggio sette
donne europee. Dopo l’iniziale disorientamento, le occidentali si
adegueranno con gioia allo stile di vita delle steppe.
Sheila Benson (LA Times):
Sofisticato, misterioso e delirantemente meraviglioso |
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IO E IL VENTO*****
(Francia
1988, regia di Joris Ivens): è il film-testamento del novantenne regista
olandese Ivens, sublime documentarista. Decide di
piazzarsi nel mezzo del deserto mongolo per filmare… il vento. Un’opera
di lirismo straordinario, che emana pace interiore ma anche gioia e
libertà, che solo il territorio della Mongolia sa offrire.
Guarda la prima
parte del film
Paolo Mereghetti: Un'avventura visiva di estrema
libertà e ricchezza |
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DERSU UZALA*****
(Russia-Giappone
1975 regia di Akira Kurosawa): di mongolo c'è l'ambientazione in una
non precisata taiga e c'è l'attore protagonista, il musicologo mongolo
Munzuk prestato al cinema per questa meravigliosa pellicola di Kurosava,
tratta dal romanzo del cartografo russo Arsenev che descrive la
sua profonda amicizia con Dersu Uzala.
Guarda il trailer
Paolo Mereghetti: Semplice ed emozionante, come
solo i capolavori sanno essere |
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MACISTE CONTRO I MONGOLI e
MACISTE NELL’INFERNO DI GENGIS KHAN*
(Italia 1964, regia di Domenico Paolella): due film girati in un colpo solo e distribuiti
contemporaneamente. Solo il possente Maciste può contrastare le orde di Gengis Khan durante l’invasione della Polonia. La storia ci dice che non
basterà. Guarda la
prima parte del film
Paolo Mereghetti: Sgangherato anche se con una
punta di ironia |
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I MONGOLI*
(Italia-Francia
1960, regia di André de Toth con Jack Palance, Anita Ekberg e Antonella
Lualdi): sceneggiato da Tonino Guerra e diretto principalmente da
Leopoldo Savona e Riccardo Freda, anche se poi la regia sarà accreditata
al supervisore de Toth, narra delle imprese di Ogodei, figlio di Gengis
Khan. Notevole il cast, modesto il risultato.
Paolo Mereghetti: Polpettone storico nella media
dell'epoca, che si segnala solo per l'insolito cast |
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IL CONQUISTATORE*
(Usa
1955, regia di Dick Powell con John Wayne e Susan Hayward): film brutto
e maledetto sulla storia di Gengis Khan. Questo "mattone" fu girato nel deserto dello Utah, probabilmente contaminato da
esperimenti nucleari: tutti i componenti del cast furono colpiti da
tumore, John Wayne compreso, e morirono di lì a poco.
Paolo Mereghetti: Pessimo polpettone
storico-avventuroso |
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DESTINAZIONE MONGOLIA***
(Usa
1953, regia di Robert Wise con Richard Widmark): esordio in technicolor
per Wise che ambienta nel deserto del Gobi un’improbabile storia della
Seconda Guerra Mondiale. Il protagonista è un meteorologo dell’esercito
statunitense che si allea con una comunità di mongoli per fare fronte
comune contro i giapponesi. Divertente.
Paolo Mereghetti: Wise si basa su fatti realmente
accaduti, ma li priva della consueta enfasi epica |
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TEMPESTE SULL’ASIA****
(Urss
1928, regia di V. I. Pudovkin): film epico ambientato nel deserto del Gobi nel 1920. Un cacciatore mongolo, reincarnazione di Gengis Khan,
lotta eroicamente contro le ingiustizie degli invasori. Splendida
fotografia bianco e nero, eccellenti attori e paesaggi maestosi con
indimenticabile bufera di sabbia nel Gobi.
Guarda la fine del
film
Paolo Mereghetti: Un film epico-lirico tanto
discontinuo nella regia quanto appassionante nelle singole sequenze |