Il professor Hu

di Federico Pistone

 

Altre facce bianche. Sarà meglio sporgermi dalla finestra del laboratorio, altrimenti quei due stranieri continueranno a girare a vuoto per il villaggio. Eccomi signori, sono il professor Hu: il medico taoista, l’amico di Chatwin. So che state cercando me. Tutte le guide della Cina consigliano di non perdere una visita al vecchio professor Hu, al polveroso professor Hu, al miracoloso professor Hu. Miracoloso non so, vecchio e polveroso sicuramente. Questa ingarbugliata barba bianca ha più di ottant’anni, credo di averla appiccicata al mento da quando sono nato, qui a Baisha, villaggio cinese dello Yunnan protetto dalla montagna del drago di giada. I miei nonni avevano un terreno e papà ci andava a fare raccolto tenendomi sulla schiena. Sentivo le sue mani frugare e l’odore di torba veniva su mescolandosi al profumo dell’aglio. La sua pelle si bagnava di sudore a tal punto che io non riuscivo più a stare in equilibrio e scivolavo fino a sparire nei cespugli di foglie larghe. Alla fine della giornata lo aiutavo a trasportare la gerla gonfia, tenendola per un manico. Poi il nonno si metteva comodo al tavolo, prendeva a una a una le teste d’aglio accarezzandole con le sue dita grosse e delicate: quelle più molli finivano in una scodella da mescolare insieme al cibo dei maiali, quelle sode venivano appoggiate su uno strofinaccio e usate dalla nonna per le minestre. Poi c’erano i pezzi speciali, i più gonfi e duri, che finivano su un tagliere di pietra pronti per essere battuti e sminuzzati con un pestello di marmo. Nonno mi spiegava che quella polvere d’aglio, mescolata alle foglie di rododendro e assenzio, guariva dalle malattie dell’inverno, dalla malaria e dai disturbi delle donne. Ne tenevamo un cartoccio nella credenza, con il resto riempivamo boccette da vendere di sabato al mercato di Lijang. Mi laureai in medicina ma il vero dottore era il nonno, che mi suggeriva le ricette naturali per i pazienti. Io gli dicevo la malattia e lui preparava il sacchetto con le erbe. Poi nel 1970 il terremoto fece venir giù tutto e con i soldi dello Stato costruirono palazzi e strade cancellando la campagna. Mamma e papà andarono a vivere dagli zii di Guangzhou, io restai a Baisha con il nonno. Un giorno si ammalò e io gli preparai un infuso di aglio e ninfea. Ma lui rifiutò di prenderlo: non si guarisce dalla vecchiaia, mi disse lasciandomi in eredità un sorriso e tutta la sua saggezza. Quel seme ora è piantato nel mio orto. Vengono da tutto il mondo, anche personaggi famosi. Soffrono di insonnia, di emicrania, molti hanno il cancro. Prendono la mia polvere e dopo un po’ guariscono. Dicono che io sia un mago, ma dentro quelle erbe triturate c’è solo l’anima della terra. Non chiedo soldi. La mia ricchezza sono le migliaia di lettere che arrivano da tutto il mondo, in tutte quelle lingue, che ora conosco. Bruce non mi scrive più da quasi vent’anni. Lui è il mio migliore amico. Mi manca. Non mi sono mai mosso dal villaggio, ma è ora che vada a trovarlo.

 

                                                                                testo e foto di Federico Pistone