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IL CANTO DEI NOMADI E DEI GUERRIERI di Rita Ferrauto per mongolia.it Rock e tradizione
Morin khuur, il violino della steppa di Lkhagvasuren Tserensodnom
NATI CON IL CAVALLO E LA MUSICA di Giorgio Blasco* Uno degli aspetti più significativi nella vita e nella tradizione dei mongoli è costituito sicuramente dalla loro intima simbiosi con la musica, che essi cominciano ad ascoltare ed amare sin da piccoli, quando cioè, prima ancora che a camminare, imparano già ad andare a cavallo e a cantare. Popolo nomade per tradizione atavica, i Mongoli non ci hanno lasciato città, palazzi, templi o monumenti, tutte quelle cose del passato, cioè, che potessero testimoniare e documentare lo sviluppo della loro tradizione artistica attraverso i secoli. Tutto ciò che per loro poteva assumere un valore o un significato doveva essere per forza di cose agevolmente trasportabile su di un carro o a dorso di cammello, come usano fare tuttora i pastori nomadi. Diverso è invece il discorso per tutto quello che è ricollegabile con la memoria e la tradizione orale, che tratta della storia, delle leggende, della vita e della natura, come avviene per la poesia e in particolare per la musica e il canto nei loro molteplici aspetti che, a differenza delle costruzioni fisse, hanno accompagnato sempre ed ovunque le giornate dei cavalieri mongoli.
Il canto, per avvicinarsi alla natura e agli dei Sin dalle origini, il canto è sempre stato considerato dai Mongoli come uno strumento di comunicazione, una forma importante di linguaggio, un mezzo d’espressione a disposizione di tutti, e così pure gli strumenti, al pari della voce, sono intesi in senso figurato come mezzi di trasporto, quasi delle cavalcature, servendosi dei quali è possibile trasmettere messaggi ai propri simili, alle divinità, alla natura. Pertanto, tutti devono poter dimostrare, specie nelle feste, di saper cantare o suonare, pena un rimprovero o una punizione, ad esempio una bacchettata o la deglutizione di una enorme tazza di airag. Nonostante l’esistenza di vari strumenti dalle antiche origini, è pur sempre il canto quello che rappresenta meglio la musica della Mongolia. Un aspetto caratteristico della musica nazionale della Mongolia, sin dai tempi di Gengis Khan, è costituito dal fatto che essa, proprio in quanto tradizionale, non è stata soggetta nei secoli ad alcuna forma di scrittura fissa, per cui non esiste in pratica nessun documento cui fare riferimento materiale e che possa essere di qualche utilità a tentativi di ricerca o di definizione.
Le prime testimonianze La prima pubblicazione, non propriamente di musica, bensì di trascrizioni con metodi occidentali di alcune esecuzioni di musica mongola, fu curata da G. Gmelin, protagonista di una spedizione in Siberia tra il 1735 e il 1745, mentre le prime raccolte di musiche e di testi di canzoni significative risalgono a non più di un secolo fa, soltanto ai primi del Novecento. Di un certo interesse anche i “Diciotto canti e poemi mongoli” raccolti dalla principessa Nirgidma de Torhout (Torgout) e trascritti da Madame Humbert-Sauvageot, con notazioni musicali, testi mongoli, commentari e traduzioni, che furono pubblicati nel 1937, a cura della Librairie Orientaliste Paul Geuthner di Parigi per la Bibliotheque Musicale du Musée Guimet. La principessa mongola, che ricordava di aver udito questi canti nella propria patria durante l’infanzia, in particolare canti Kalmuki tramandati oralmente, propri della zona della Mongolia occidentale detta appunto Torgout, in seguito aveva voluto farli conoscere in Francia, curandone la pubblicazione dei testi nella grafia mongola e corredandoli di traduzione in francese, di commenti e spiegazioni, dei corrispettivi temi musicali, delle indicazioni sullo stile vocale, gli ornamenti, i modi ed i ritmi, in un certo senso quasi una moderna stele di Rosetta. Tra i vari canti della raccolta mi piace ricordare i due intitolati rispettivamente “Ballade du Roi Jéhanger” e “Galdanma”.
Se volessimo fare un paragone elementare con i sistemi della nostra musica, potremmo dire che i Mongoli usano come base i suoni dei tasti neri del pianoforte, intesi come bemolle e senza la terza, cui eventualmente vengono poi aggiunti gli altri suoni intermedi, non regolati però da vincolanti intervalli semitonici. Appartiene infatti alla normale prassi esecutiva della loro musica nazionale, cantata e suonata, tanto da diventarne una regola, il largo uso di quarti di tono, portamenti, glissandi, appoggiature, tremolli e trilli, che legano tra di loro in modo sempre diverso le note delle melodie. La musica dei Mongoli, a differenza di quella occidentale, più che sull’armonia è basata, come anche in Cina, essenzialmente sulla linearità della melodia e dello sviluppo della frase musicale; un po’, tanto per rendere l’idea, come avviene nel jazz. Un altro aspetto importante è costituito dal fatto che la parte vocale e quella affidata agli strumenti conservano autonomamente entrambe la medesima dignità esecutiva. Un’altra particolarità costante della musica della Mongolia è data dalla tensione e dal ritmo, sempre presenti, anche quando ci possono sembrare apparentemente assopiti, e che riscontriamo puntualmente in ogni brano, indifferentemente se a carattere allegro o cantabile. Come negli “adagio” dei concerti di Vivaldi, così anche le melodie delle arie mongole, pure nei momenti di sognante abbandono, sembrano voler tendere costantemente al successivo “allegro” liberatorio che però, nel nostro caso, non sempre è destinato ad arrivare. Riguardo il ritmo musicale, per i Mongoli esso molte volte deriva non tanto da un’esigenza costruttiva puramente musicale, oppure dal particolare sentimento che vogliono esprimere, quanto piuttosto dall’adeguamento a quello dell’andatura naturale degli animali da loro usati come mezzi di trasporto durante i lunghi spostamenti, soprattutto il cavallo, quindi in genere un’andatura comoda, non necessariamente lenta, detta zhoroo.
Tra le varie forme di canzone, intese nel senso più ampio di musica cantata, possiamo distinguere perlomeno tre generi fondamentali, ciascuno con caratteristiche differenti: il genere epico, la canzone vera e propria e quelle che, più che canzoni, definiremmo come tecniche vocali particolari. I testi delle canzoni sono costruiti in pieno rispetto delle regole proprie della poesia, con rime, assonanze e allitterazioni. I versi sono ordinati secondo corrispondenze prefissate, spesso a gruppi e a strofe, con uso frequente del ritornello. E’ anche largamente adottato il ricorso a lettere o sillabe prive di significato, che servono ad equilibrare il ritmo, la metrica della frase e dei versi, agevolando in tale modo lo sviluppo parallelo della linea melodica, in genere collegata all’aspetto fonetica del testo.
Genere epico. Il cosiddetto genere epico non è una caratteristica musicale propria della Mongolia, ma in generale si collega piuttosto alla tradizione delle steppe dell’Asia centrale. Lo ritroviamo comunque presente in tutta la Mongolia con il nome generico di ulger o di tuul (nella parte occidentale). I testi, a volte lunghissimi, sono cantati su melodie e ritmi liberi, decisi dagli stessi esecutori, come ai tempi dei bardi (cantori) erranti, in base all’argomento narrato, mentre le parti musicali, a volte intercalate ad altre recitate, possono essere accompagnate o meno da uno strumento. Attualmente si conosce circa un centinaio di canti epici, qualcuno con un’estensione di oltre ventimila versi.
Canzone lunga e canzone corta. In Mongolia possiamo distinguere essenzialmente tra due forme di canzone: quella denominata urtyn duu o canzone lunga e bogino duu o canzone corta. La canzone lunga è caratterizzata da una fitta serie di ornamenti che punteggiano costantemente tutto l’arco dell’esecuzione. La canzone lunga viene sostenuta a piena voce, generalmente da un unico esecutore, su un’estensione di oltre tre ottave, con passaggi dall’impostazione di gola al falsetto e con largo uso di portamenti e di trilli. L’urtyb duu incarna lo spirito stesso della Mongolia, l’estensione delle sue pianure ed i sentimenti che convivono con la natura circostante, in un’atmosfera solenne a largo respiro.
Il canto armonico. Un discorso a parte va riservato al genere detto hoomiy o canto armonico (letteralmente canto, o musica di gola) che però sarebbe più corretto chiamare tecnica vocale piuttosto che canzone. Esso si ispira all’imitazione dei suoni della natura, del vento, gli uccelli, i fiumi. Ci sono varie tecniche di hoomiy che usano, oltre alla gola, anche il naso, il torace e l’addome.
Canti persuasivi (per il bestiame). Tra le forme musicali in uso da sempre presso i popoli nomadi, come anche quello mongolo, ritroviamo i richiami rivolti al bestiame, specialmente quelli finalizzati a persuadere gli animali a ubbidire o a compiere determinate azioni importanti per la loro sopravvivenza.
Canti sciamanici. Lo sciamanesimo è un fenomeno che ha trovato diffusione in tutto il mondo, dall’Asia all’Africa, all’America, in epoche diverse ed in forme varie, anche se in pratica il fine che si prefigge di raggiungere è il medesimo, ma soprattutto in Asia, dove è ancora possibile rinvenirne alcune manifestaizoni in Siberia e nella stessa Mongolia. Il tamburo (khets) può rappresentare di volta in volta una cavalcatura oppure un battello, mentre il mazzuolo simboleggia una frusta per incitare il mezzo di trasporto oppure un aspersorio. Se, raramente, dovesse mancare il tamburo, esso viene sostituito in ogni caso da un altro strumento musicale.
Strumenti a corda. Morin Khuur: in mongolo la parola morin significa cavallo. Infatti è proprio il riccio a forma di testa di cavallo la caratteristica che permette di individuare immediatamente lo strumento tra altri. Khuur è invece la parola usata per indicare genericamente gli strumenti a corda. Tutt’oggi il morin khuur, chiamato anche khiluur, è considerato il principale strumento nazionale della Mongolia, sempre presente in tutte le cerimonie e in ogni momento della vita quotidiana, usato solisticamente, in complesso e come insostituibile sostegno della voce nell’urtyn duu, la forma più famosa della canzone mongola. La sua forma, che ricorda vagamente una viola da gamba, presenta una cassa armonica trapezoidale, intagliata nella superficie superiore con due effe e viene tenuta tra le ginocchia dell’esecutore. Normalmente il morin khuur è dotato di due corde, una più grossa per le note basse, l’altra sottile per quelle alte, che non vengono premute dalle dita sulla lunga tastiera come avviene per i nostri strumenti a corda, ma sono invece tirate o spinte di lato dalle dita dell’esecutore, per aumentarne o diminuirne la lunghezza e la tensione, al fine di ottenere intervalli ben distinti, i quarti di tono e i portamenti. Ikh Khuur (contrabbasso). Strumento ad estensione più bassa di quella del morin khuur, con una cassa armonica proporzionalmente più ampia. Huu-Chir. Rappresenta quello che nella musica occidentale è il violino. Yatga. Appartiene a quella vasta famiglia di strumentali orientali denominati anche salteri “a tavola”, in quanto a fare da cassa di risonanza è appunto una lunga tavola rettangolare. La yatga, in genere suonata dalle donne, viene usata sia solisticamente che in formazioni miste. Yoo-Chin. Può essere definito un salterio a percussione. Tobs khuur e Shanz. Sono gli strumenti mongoli che potremmo definire liuti. Hanno una piccola cassa armonica, rotondeggiante o quadrangolare ed arrotondata agli angoli, a fondo piatto, spesso con entrambi i lati ricoperti di pelle (serpente) e con un manico largo, che viene tenuto in posizione obliqua verso l’alto.
Strumenti a fiato. Limbe. Dopo il morin khuur, una posizione di assoluto rilievo nella tradizione mongola viene ricoperta dal limbe, il flauto traverso. Normalmente il limbe viene suonato dagli uomini. La tecnica usata per suonare non è semplice, in particolare per quanto riguarda la respirazione. Gli esecutori mongoli adottano la cosiddetta “respirazione circolare”, che essi chiamano bituu am’sgalakh (respiro cieco), attraverso la quale riescono a soffiare nello strumento e contemporaneamente a inspirare nuova aria, con quello che potremmo definire un “effetto zampogna”, approfittando, per farlo, di determinati momenti della frase musicale, ma senza per questo interrompere la continuità del suono e della melodia che stanno eseguendo. Tsuur. E’ il flauto dritto, costituito in legno, spesso di larice, nella cui parte inferiore vengono praticati tre fori per le dita. Altri due fori si trovano alle estremità, uno per soffiarci dentro, l’altro per ottenere il suono più basso. Bishur. Può essere considerato il corrispettivo del nostro oboe. Il bishur è costituito da un tubo conico sottile ed è dotato di sette fori. Ever buree. Riferendoci all’orchestra moderna, corrisponderebbe al nostro clarinetto. Si tratta di uno strumento ad ancia semplice, applicata a un bocchino tramite una fasciatura. Rapal. La tromba mongola d’ottone è chiamata rapal, un nome di probabile origine onomatopeica. Di forma conica, lo strumento è costituito da due o tre tubi metallici di diametro crescente, inseriti l’uno nell’altro e tenuti insieme da fasce o ghiere ed è dotata di un’ampia campana. Ganlin, gandan, dun. La tromba corta mongola corrisponde pienamente alle varianti tibetane dello stesso strumento, che in genere viene usato durante i rituali buddhisti lamaisti, anche quelli funebri e di solito suonato in coppia con un altro dello stesso tipo. La sua forma è leggermente arcuata e originariamente veniva ricavata da femori umani. Buri. Della tromba in ottone esiste una versione particolare, sempre dritta e conica, forgiata in rame rosso e della lunghezza di quasi cinque metri.
Percussioni. Rnga. Si tratta anche in questo caso di strumenti di derivazione cinese o tibetana. Tra questi, il grande tamburo orizzontale (in tibetano: rnga) a due pelli contrapposte, rigonfio al centro e sospeso a un apposito telaio, normalmente collocato all’interno dei monasteri. Viene percosso con due bacchette diritte. Damaru. Questo tamburo viene detto a clessidra in quanto è composto da due semisfere contrapposte e congiunte, normalmente in legno, che deriva la sua forma particolare dal fatto che in origine veniva costruito con la calotta di due teschi umani. Quando lo strumento viene agitato, servendosi di un’impugnatura di pelle o di stoffa decorata, le piccole sfere colpiscono alternativamente le pelli tese sulle due calotte. Khets. Costituito da una membrana di pelle, tesa su di un telaio circolare in legno sottile, non tanto profondo, in moda da poter essere agevolmente impugnato dalla mano sinistra dell’esecutore, spesso è dotato di sonagli metallici fissati al bordo del telaio. Tsan. Sono strumenti a percussione in metallo (bronzo), corrispondenti praticamente ai nostri piatti. Gong. Viene usato singolarmente, ma anche in serie, a costituire una sorta di carillon. E’ costituito da un grande disco metallico sospeso, di spessore variabile, originato dal risultato di uno strenuo e lunghissimo martellamento del medesimo. Aman Khuur. Accanto agli strumenti più importanti, in Mongolia ne troviamo di minori, come ad esempio le nacchere e, curiosamente, lo scacciapensieri o aman khur (lamella a bocca), di uso prevalentemente sciamanico.
*con autorizzazione dell'autore Giorgio Blasco, tratto dal volume "La musica di Gengis Khan", Campanotto Editore, 16 euro la documentazione più completa attualmente in circolazione sul tema della musica tradizionale mongola.
Giorgio Blasco (nella foto insieme all'artista mongola Solongo), nato a Trieste nel 1947, è musicista e affermato flautista. Dal 1986 al 1997 è stato direttore del Conservatorio Statale di musica "G. Tartini" di Trieste, dove attualmente insegna. Primo musicista italiano inviato in forma ufficiale in Mongolia, dove si dedica da anni all'approfondimento e alla promozione della cultura, della musica e delle tradizioni di quell'area centroasiatica di cui oggi Blasco è considerato il massimo esperto italiano. Il suo sito è www.giorgioblasco.com
L'UOMO
CHE SUSSURRAVA ALLE PECORE di Kennet
Erwin "Bennet" Konesni (musicologo americano) Immaginate
di essere un pastore mongolo a cavallo del suo cammello, pronto a
condurre il gregge su un nuovo pascolo. Siamo in aprile – il tempo
dell’agnellatura nella steppa – e vi accorgete che una delle
pecore è sdraiata a un centinaio di metri dal gruppo, vicino a un
mucchio di erba secca. Accanto a lei c’è un agnello appena nato.
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musiciste e contorsioniste dalla Mongolia 22 maggio Dalle steppe della Mongolia a Genova, arrivano le Hulan (foto a destra). Venerdì 29 e sabato 30 maggio l'Andersen festival di Sestri Levante accoglie queste musiciste raffinate e contorsioniste straordinarie, vere proprie star in patria, aprono a Sestri Levante il loro tour europeo con un concerto-spettacolo che presenta una visione al femminile dell’arte, della cultura, della musica e della spiritualità del loro paese). Hulan è una formazione composta da otto artiste: quattro musiciste (tre yatag più un morin khuur), una cantante, una ballerina e due contorsioniste, tutte soliste del Mongolian State Morin Khuur Ensemble e del Circo nazionale di Mongolia. Vedi sezione Contorsioniste
19 maggio 2009 Lei è una delle più famose cantanti mongole. Si chiama Ariunaa Tumur e, in attesa di vederla esibire nei teatri italiani, sabato 23 maggio sarà in Svizzera, nella Sala Centrale Madeleine di Ginevra. Il concerto, della durata di tre ore, comincerà alle 20 ed è organizzato dall'Associazione per gli scambi commerciali e culturali Mongolia-Svizzera. Per informazioni e prenotazioni: mzoz_geneve@yahoo.fr.
la musica delle steppe conquisterà Vasto 24 gennaio 2008 La musica più suggestiva della Mongolia va in scena al Teatro Rossetti di Vasto (Chieti) il 27 gennaio alle ore 17 con un concerto degli Hosoo Transmongolia. Si tratta di uno dei gruppi più prestigiosi nel panorama culturale mongolo. Propongono canzoni tradizionali con il khoomii (canto di gola) accompagnato dagli strumenti della steppa, come il morin khuur, il violino con il manico a forma di cavallo. Nella nuova guida della Polaris sulla Mongolia, scritta da Federico Pistone e che sarà in libreria in primavera, trova spazio l'intervista esclusiva di Massimo Baraldi www.massimobaraldi.it al leader degli Hosoo Transmongolia, a conferma dell'importanza di questo ensemble musicale che tornerà in Italia a maggio, quando si esibirà sui palcoscenici bergamaschi.
Dangaa Khosbayar, in arte Hosoo, ha 35 anni ed è uno degli artisti più singolari e popolari della musica mongola. Nel 1995 ha vinto il concorso come miglior cantante della Mongolia. E' il leader degli Hosoo Transmongolia, cinque musicisti tra i 19 e i 35 anni che, partendo dalle più radicate tradizioni della musica popolare mongola (in particolare dal canto di gola), propongono canzoni di vera magia, al confine fra l'arte sperimentale, il jazz e le antiche melodie dei nomadi della steppa. Lo scrittore comasco Massimo Baraldi ha intervistato recentemente Hosoo, riuscendo a cogliere l'essenza di questa arte così remota e coinvolgente nello stesso tempo e offrendoci il lato più sincero del grande musicista. Parlando della musica e delle sue tradizioni, Khosbayar afferma: "Abbiamo il nomadismo nel sangue! Per questo, tra i nostri più grandi valori, c’è quello del “ritorno al luogo d’origine“. In Mongolia si dice che, se uno non rivede almeno una volta al mese il posto dov’è nato, è una persona malata". Per leggere l'intervista integrale di Baraldi a Hosoo cliccare su questo indirizzo: http://www.massimobaraldi.it/cosa/interviste.html . Per ascoltare un assaggio delle meravigliose canzoni di Hosoo dall'ultimo cd Gesang des Himmels (2005) basta cliccare qui (il sito ufficiale è www.hosoo.de) e scegliere il brano disponibile: canzoni di Hosoo.
E la polizia irrompe durante un concerto 29 novembre 2004 - Si chiamano Hurd e sono il più popolare gruppo musicale della Mongolia. Il loro stile si rifà al rap di Eminem, con ritmi sincopati e testi dissacratori. In una recente tournée in Cina hanno ottenuto un successo clamoroso che ha messo in allarme le autorità di Pechino per l'atteggiamento provocatorio del complesso mongolo. Durante un concerto la polizia cinese ha circondato il palazzetto provocando una reazione dei fan degli Hurd: quattro arresti, concerto sospeso e duemila spettatori costretti a tornare a casa. Due chat in lingua mongola dedicate al gruppo rap sono state chiuse dalle autorità cinesi che hanno inibito gli Hurd a fare ritorno sul territorio cinese. Nella foto, il complesso mongolo degli Hurd. Vedi anche Rassegna Stampa con articolo dell'Herald Tribune |