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TRADIZIONI

NAADAM

LA FESTA RUBATA AI MONGOLI

di Federico Pistone (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris 2008)
 

La parola Naadam significa “giochi” ma la denominazione completa è Eriin Gurvan Naadam, “i tre giochi degli uomini”: si confrontano infatti lottatori, cavalieri e arcieri in una giostra senza tempo. I mongoli si battono in queste tre specialità da oltre tremila anni ma da otto secoli il Naadam è la rievocazione delle gesta di Gengis Khan, orgoglio inossidabile di questo Paese, prima padrone di due continenti e poi vittima di invasioni e umiliazioni. Ancora oggi è l’occasione per fare festa e riscoprire l’unità nazionale, anche se i turisti stanno togliendo sempre più spazio ai titolari delle celebrazioni. Negli ultimi anni i mongoli si stanno abituando a vedere frotte di stranieri accalcarsi con le macchine fotografiche per vivere e immortalare qualcosa che probabilmente non capiranno mai fino in fondo. E che, tutto sommato, per un occhio occidentale a volte sconfina nel noioso, com’è altrettanto incomprensibile e irritante per un mongolo la visione del Palio di Siena, con quei cavalli che non partono mai e che sono costretti a un percorso forzato e pericolosissimo. Invece per i mongoli questi giorni significano libertà e orgoglio. Dal 1921 il Naadam assume anche il valore celebrativo per la liberazione dai cinesi ma sotto il dominio stalinista ogni riferimento a Gengis Khan era rigidamente proibito. Solo nel luglio 1990, scrollato di dosso anche il peso sovietico, si rivedono le icone del grande condottiero. “Due uomini, in fondo al corteo, avanzavano lentamente reggendo l’immagine, sino allora vietata perché considerata simbolo imperialista, di Gengis Khan, l’antico eroe nazionale”. Così Roberto Ive racconta il ritorno del vero Naadam nel suo “Mongolia, la storia le storie” (ed. Bonanno). “Alla quiete momentanea, frutto della meraviglia e anche di un po’ di timore, seguì l’entusiasmo di un popolo che mischiò lacrime di commozione ad applausi di gioia”.  Ormai il Naadam fa parte di tutti i programmi di viaggio nel mese di luglio. Addirittura molti viaggiatori adeguano la partenza per la Mongolia per poter assistere a quella che con estrema fantasia è stata definita l’olimpiade della steppa.
Non che il Naadam sia trascurabile, al contrario. Il fascino però si avverte più nell’atmosfera che si carica di passione e di tensione nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti l’evento: Ulaanbaatar viene lentamente circondata dalle gher dei nomadi provenienti da tutto il Paese, dopo giorni e giorni a cavallo. Infatti il vero spettacolo, per chi vuole cercarlo, è alla periferia della capitale, trasformata per qualche giorno in un enorme accampamento. Nelle strade di Ub, tra mongoli vestiti con i costumi tradizionali e i turisti sempre più numerosi, si vedono sfilare nomadi che, in groppa ai loro cavalli, hanno finalmente la possibilità di visitare la “grande città”.  La celebrazione vera e propria ha inizio nella piazza principale di Ulaanbaatar dove l’esercito schierato fa da cornice ai discorsi delle autorità e del presidente della Repubblica. Il pubblico e gli atleti si trasferiscono allo stadio principale dove comincia una lunga e principesca sfilata che rievoca le gesta di Gengis Khan. Si comincia con la lotta, davanti a decine di migliaia di spettatori composti: cinquecento molossi, agghindati con una giacca (zodog) che copre solo spalle e braccia, attillati pantaloncini in seta (shudag) e ai piedi i tradizionali stivali di cuoio (gutal), si sfidano in rapidi match a eliminazione diretta. Vince chi costringe l’avversario a toccare terra almeno con un ginocchio. Il trionfatore volteggia come uno sparviero sopra il rivale appena battuto. L’ultimo a resistere, dopo tre giorni di lotte trasmesse anche in diretta tv, è il vincitore del Naadam, l’uomo più forte della Mongolia. Chi si aggiudica almeno due titoli nazionali viene acclamato come Titano. Nella storia del Naadam si contano dieci Titani. La seconda prova è quella del tiro con l’arco, a cui prendono parte anche giovanissimi e anziani, tutti bardati secondo l’antica tradizione guerriera. I concorrenti devono centrare dei barattoli posti a 50 o 75 metri a seconda della categoria mentre i compagni di clan li sostengono con canti ossessivi di incoraggiamento. Infine, la corsa dei cavalli che si svolge su una piana stepposa in un’area verso l’aeroporto. Protagonisti sono i bambini, da 5 a 12 anni, che lanciano i cavalli in una sfiancante gara di 15 e 30 chilometri. Per partecipare al Naadam sarebbe opportuno prenotare in anticipo i biglietti per lo stadio, attraverso organizzatori locali, mentre si può assistere liberamente alle prove di tiro con l’arco e, in modo un po’ più avventuroso, alle corse dei cavalli.

 

USUKH BAYAR, L'UOMO PIU' FORTE DELLA MONGOLIA

Intervista di Federico Pistone
(da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris 2008)
 

A Ulaanbaatar va in giro guardando tutti dall’alto in basso. Ma non tanto per il metro e 97 di statura su cui distribuire 140 chili di muscoli. Usukh Bayar ha infatti vinto tre edizioni del Naadam e, a 30 anni, è considerato l’uomo più forte della Mongolia. I bambini, ma non solo loro, lo fermano per chiedergli un autografo o solo per toccargli un lembo dell’elegante giacca scura. Lui, capelli a spazzola e sorriso abbozzato, accontenta tutti, consapevole di essere un semidio. La gara di lotta del Naadam puoi vincerla una volta e ti prendi il titolo di leone; se riesci due volte sei un “avarga”. Ma alla terza volta si entra nella leggenda e il titolo assomiglia a quello di Gengis Khan: campione degli Oceani.

Una bella responsabilità, mister Bayar…

«No, un onore. E cerco di meritarmelo, non solo durante i combattimenti ma anche nella vita di tutti i giorni».

Con la sua splendida famiglia.

«Sì, mi piace lottare ma i momenti migliori li passo a casa, con mia moglie e i miei tre figli».

Di cui due maschi: diventeranno campioni di lotta?

«Tutti i mongoli vorrebbero che i propri figli diventassero forti e vincenti. Io di più».

Che cosa significa la lotta per un mongolo?

«Molto. È una tradizione nata 1300 anni fa e assume significati simbolici profondi, difficilmente comprensibili per uno straniero».

Semplificando?

«È la voglia di prevalere sul tuo nemico ma con lealtà. Però, quando un lottatore vince il duello, passa sopra l’avversario mimando un’aquila sulla preda».

Un’umiliazione.

«No, fa parte della sfida. Se sei più forte vinci, sei un’aquila. Se perdi accetti di essere la preda. Senza ipocrisia».

Per diventare campioni del Naadam bisogna davvero essere come Sansone, di origine divina?

«Quella lasciamola a Gengis Khan. Per noi sono più importanti passione, forza e spirito di sacrificio. Due duri allenamenti al giorno di tre ore ciascuno, una dieta rigorosa a base di prodotti naturali. E poi molto autocontrollo».

E se un campione del Naadam decide di sfidare un campione di lotta libera, chi vince?

«L’ho fatto e proprio in Italia. Ai campionati del mondo. C’erano concorrenti da 90 paesi del mondo e ho perso».

È stato eliminato subito?

«No, sono arrivato in finale e ho conquistato la medaglia d’argento. Ho perso».

LE TRE SPECIALITA' DEL NAADAM

La lotta. Oltre cinquecento colossi si sfidano a eliminazione diretta in rapidissimi scontri più tattici che violenti. Il vincitore volteggia come uno sparviero sopra il rivale battuto. Non è segno di umiliazione, solo la composta esultanza per avere dimostrato la superiorità fisica in un duello leale. Non ci sono categorie: i pesi "massimi" sfidano quelli "leggeri" e non sempre hanno la meglio. Vince chi fa toccare terra all'avversario almeno con un ginocchio. I lottatori indossano i tradizionali stivali di cuoio (gutal), una giacca che copre solo spalle e braccia (Zodog) e dei pantaloncini di seta molto attillati (shudag). Chi vince cinque incontri conquista il titolo di Falcone, poi quello di Elefante e di Leone (nove vittorie). Chi si aggiudica almeno due titoli nazionali viene acclamato come Titano. Attualmente esistono 10 Titani, 34 Leoni, 56 Elefanti e un centinaio di Falconi.

Il tiro con l'arco. Altrettanto spettacolari le gare di tiro con l'arco soprattutto quando a scoccare la freccia sono giovanissimi arcieri bardati secondo la tradizione guerriera. I concorrenti del Naadam devono centrare dei barattoli posti a circa 75 metri (per i più giovani le distanze si accorciano a circa 50 metri), accompagnati dai canti ossessivi dei sostenitori. La tradizione vuole che Djuci-Qasar, uno dei fratelli minori di Gengis Khan, lanciò una freccia a 500 metri di distanza a dimostrazione della leggendaria abilità dei Mongoli, straordinari guerrieri e cacciatori. La gara si svolge nel totale silenzio ed è praticamente impossibile capire lo svolgimento della competizione, chi ha vinto e chi ha perso. Ma il fascino resta immutato. L'arco è realizzato in legno di larice, le frecce sono in salice.

La corsa dei cavalli. Stupefacente lo spettacolo della corsa dei cavalli: per la gente mongola l'essere investiti dalla polvere è segno di fortuna così le migliaia di spettatori assiepati lungo il percorso si lasciano avvolgere dalla cortina di terra sollevata dai destrieri lanciati al galoppo. I cavalieri sono come angeli senza sesso né età (dai sei anni in su). I premi vanno ai primi cinque primi classificati ma i veri festeggiati sono i cavalli che, al traguardo, vengono aspersi di liquore e ribattezzati "i cinque dell'airag" (il latte di giumenta fermentato). Diventeranno l'ispirazione per poesie e canti appassionati.
 

 

Come partecipare al Naadam. Diversi Naadam si svolgono sul territorio mongolo, ma il principale è quello di Ulaanbaatar, presa d'assedio nei giorni della competizione da un numero impressionante di famiglie che allestiscono ai margini della capitale una sorta di città mobile, un immenso accampamento di persone, gher, cavalli, capi di bestiame. Per assistere al Naadam da spettatori, conviene prenotare i biglietti con largo anticipo. Se poi si vuole fotografare da vicino tutti gli eventi, occorre farsi rilasciare un permesso speciale a pagamento (ne vale la pena). Scrivendo a info@mongolia.it è possibile ottenere permessi e biglietti, senza rischiare la beffa di dover rinunciare a uno degli spettacoli più entusiasmanti del mondo.

 

ALTRE FOTO DAL NAADAM di Federico Pistone



Viaggio nelle altre Olimpiadi quando i Giochi sono la vita
di Emanuela Audisio (da "Repubblica")

 

ULANBAATAR - C'era una volta, vi avranno detto. Se venite nella steppa c'è ancora. L'Olimpiade. Semplice, umile, grande. Quella dove si arriva a cavallo, dove ci si lava nel fiume, dove si attraversa a piedi la ferrovia transmongolica, che dalla Russia va fino in Cina, dove le donne, con lunghi abiti di seta, borsetta e orecchini, tirano con l'arco.
Dove si lotta non su tappeti sintetici, ma su prati di camomilla, origano, cardo selvatico e cavallette, con le frecce di legno di salice e di penne di avvoltoio, dove il cielo è blu, senza scritte pubblicitarie, dove i lottatori dopo aver scaraventato a terra l'avversario non si mettono la tuta dello sponsor, ma una veste di pelle di daino sulle mutande colorate.
E' il Naadam, la festa con cui la Mongolia celebra la sua indipendenza (1921), che rimanda a un tempo lontano in cui un uomo si trovò ad affrontare un mostro a cinque teste. Alla fine il mostro fu sconfitto nella lotta, nella corsa a cavallo, nel tiro.
Il Naadam è la seconda Olimpiade più antica del mondo, dura tre giorni. E' un modo vecchio di giocare ai giochi, di radunarsi, di fare sport. Senza metaldetector, stress, security. Senza parole inglesi. Senza Casa Italia, meglio i baracchini con spiedini di montone e anguria. Tra un mese ci sarà Atene, capitale della Grecia: blindata, sponsorizzata, cloroformizzata. Molto internazionale. Oggi c'è Ulaanbaatar, capitale della Mongolia: aperta, autentica, ubriaca.
Atmosfera da incrocio del mondo, da circo allegro. Sembra che oggi tutti i due milioni e mezzo di mongoli siano accorsi qui. Nello stadio per entrare bisogna spingere, fuori ci sono anche i bagarini.
Per la gara di tiro con l'arco arrivano intere famiglie: mamma, bambino, bambina, papà. Vestiti di arancione e di azzurro, con il del, l'abito tradizionale e i gutul, gli stivali facili da infilare, senza differenza tra il destro e il sinistro, la punta è all'insù per motivi religiosi, così si uccidono meno insetti. I bersagli sono degli anelli colorati posti a 75 metri per gli uomini e 60 per le donne. Ad Atene gli archi saranno in fibra di carbonio, qui sono in strati di corno e di corteccia. Gli uomini si mettono in fila, tirano uno dopo l'altro, i più bravi sul cappello hanno una punta d'argento. Molti parlano al cellulare.
Tseveen ha 80 anni, una moglie e tre figli, di mestiere ha fatto l'uomo che sussurrava ai cavalli, quello che domava gli animali più ribelli. E' alto, grosso, imponente. E' vestito di verde, con tre medaglie sul petto, e una specie di cravatta di raso rossa che scende dal cappello. Con un laccio di pelle si lega la manica in modo che non penda, ha due fessure da lupo al posto degli occhi, forse la miopia, tende l'arco fin sopra la guancia e tira verso il cielo.
In un altro posto gli griderebbero "nonno, vattene a casa", qui davanti a lui tutti si inchinano. Gli si può parlare sul campo di gara. A cosa pensa quando tira? "Ascolto il vento, la sua direzione". Il buddismo aiuta la concentrazione? "Non c'è dio nelle frecce, inutile scomodarlo per la mira, meglio mettere in azione la propria forza". Baggio è servito.
Ah, c'è anche la musica. Altri arcieri intonano nenie, mentre aspettano il loro turno. I giudici dall'altra parte del campo corrono a scansarsi davanti alla pioggia di frecce. E' un miracolo che non vengano infilzati. Esprimono il loro giudizio sul tiro alzando le braccia e emettendo un grido tradizionale. A vederseli davanti, questa fila di arcieri, dagli zigomi alti, dagli abiti colorati, dallo sguardo guerriero, si capisce lo sgomento che provarono gli europei per la prima volta davanti ai mongoli. Dietro il braccio che impugna l'arco c'è molto più di una tecnica, come vedere una zingara ballare davanti al fuoco.
Un'altra prova olimpica è la lotta. Non c'è limite di peso, né di durata di tempo. Certe sofisticherie in Mongolia non vengono apprezzate. Più grossi si è, meglio è. Se si ha curiosità sui propri chili, ci si può sempre pesare da un vecchietto fuori dallo stadio, che per un cent vi farà salire sulla sua bilancia. Dice un detto locale: "Se hai paura non farlo, se lo fai non avere paura". La lotta è fatta di prese, e se il tuo uomo non molla puoi stargli avvinghiato anche quattro ore. Che fretta c'è? Non vai mica fuori orario. Qui non comanda la tv, ma la fatica che ci vuole per ribaltare l'avversario.
La corsa dei cavalli sembra un film di John Ford. Ci si sposta sulla steppa appena fuori Ulaanbaatar. Cavalli dappertutto: a destra, a sinistra, sulle colline, in pianura. Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina, cantava De Gregori. Qui ci stanno quasi mille animali, lanciati al galoppo. La Mongolia ha 30 milioni di bestie, in media ogni abitante ne ha dodici. Gengis Khan conquistò il mondo senza mai scendere da cavallo e l'unica volta che fu costretto a farlo, per una caduta, morì. Anche gli spettatori sono arrivati non su quattro ruote ma su quattro zampe. La razza mongola è un incrocio tra i mustang e i berberi, sono animali piccoli, ma veloci.
Tutta la steppa oggi è il campo di gara. Scordatevi tribune e mixedzone. Tra escrementi, liquidi, bave gialle, chiappe sudate, si è spinti, stretti, calpestati da file di animali. Quando all'improvviso in fondo alle valle, tra le montagne, si leva una colonna di polvere. La corsa è partita. Venticinque chilometri più in là. C'è tempo e spazio per le scorrettezze.
Dopo meno di un'ora l'aria cambia, il rumore del temporale lontano si fa più vicino, la terra comincia a vibrare, i puledri degli spettatori s'innervosiscono, fremono, si agitano. Molti scappano, piombano sulla folla, c'è una fuggi fuggi generale. La corsa sta arrivando. Non c'è né annuncio né telecronaca. Il primo cavallo arriva solo, senza nessuno in groppa. Ma il regolamento non è quello del Palio di Siena, qui il cavallo scosso non vale. In sella bambini e bambine di sei-sette anni. Qui è la vita dura che ti laurea fantino, il dover guardare la bestie, non la lezioni ai Jockey Club. Gli altri della famiglia si precipitano a togliere il sudore del cavallo con un raschietto fatto col becco di un pellicano.
Nemehbaatar viene da una provincia lontana. Il suo nome significa "più di un eroe", ha 25 anni, gliene date il doppio. Possiede più di cento cavalli, è arrivato nella capitale con i suoi due figli, e ora tornerà a casa. Il gioco del pallone non gli interessa, nemmeno ai suoi bambini, che preferiscono la lotta e tirare calci negli stinchi.
Ad Atene nella mensa olimpica ci saranno i cibi con le indicazioni delle calorie, qui da un bidone di alluminio escono pezzi di capra, cotti con pietre arroventate e da una pentola lo stufato di montone, con grossi pezzi di grasso. Nella ciotola ci si passa l'airag, latte di cavalla fermentato, che può arrivare a dodici gradi di volume alcolico. Nemehbaatar ci metterà più di cinque giorni per tornare a casa. A cavallo, si capisce. A lui non interessa il villaggio olimpico. In viaggio monterà la gher, la tenda mongola, da secoli dimora di tutti i nomadi: uno scheletro di tronchi di betulla ricoperto da feltro e pelli. Nemehbaatar è scettico. Su Atene, sui Giochi dove alla fine non si gioca, su chi non ama i cavalli. Chiede: "Sai cavalcare?". Un po'. "Sai sgozzare una pecora?". No. "Voi europei siete proprio inutili".
Il Naadam oggi è tutto quello che abbiamo perso. Atene tra un mese ci dirà se vale la pena di avere nostalgia. E d'inseguire Nemehbaatar. A cavallo.

Naadam: Usukh Bayar entra nella leggenda

Per la quarta volta trionfa nella gara di lotta

12 luglio 2009 Il primo verdetto del Naadam è il successo di Usukh Bayar nella gara di lotta. E' un risultato incredibile perché il grande lottatore mongolo taglia così il traguardo delle 4 vittorie complessive in altrettante edizione della manifestazione, la più importante nel calendario mongolo. Usukh Bayar, 31 anni (foto a destra da sonin.mn), ha avuto la meglio su un lotto di 512 lottatori e si conferma così l'uomo più forte del Paese. Federico Pistone lo ha incontrato. Ecco un estratto dell'intervista pubblicata sul libro "Mongolia" (editrice Polaris).
 

UN TITANO A SPASSO PER ULAANBAATAR
A Ulaanbaatar va in giro guardando tutti dall’alto in basso. Ma non tanto per il metro e 97 di statura su cui distribuire 140 chili di muscoli. Usukh Bayar ha infatti vinto quattro edizioni del Naadam e, a 31 anni, è considerato l’uomo più forte della Mongolia. I bambini, ma non solo loro, lo fermano per chiedergli un autografo o solo per toccargli un lembo dell’elegante giacca scura. Lui, capelli a spazzola e sorriso abbozzato, accontenta tutti, consapevole di essere un semidio.
Una bella responsabilità, mister Bayar…

«No, un onore. E cerco di meritarmelo, non solo durante i combattimenti ma anche nella vita di tutti i giorni».
Con la sua splendida famiglia.
«Sì, mi piace lottare ma i momenti migliori li passo a casa, con mia moglie e i miei tre figli».
Di cui due maschi: diventeranno campioni di lotta?
«Tutti i mongoli vorrebbero che i propri figli diventassero forti e vincenti. Io di più».
Che cosa significa la lotta per un mongolo?
«Molto. È una tradizione nata migliaia di anni fa e assume significati simbolici profondi, difficilmente comprensibili per uno straniero».

Semplificando?
«È la voglia di prevalere sul tuo nemico ma con lealtà. Però, quando un lottatore vince il duello, passa sopra l’avversario mimando un’aquila sulla preda».
Un’umiliazione.
«No, fa parte della sfida. Se sei più forte vinci, sei un’aquila. Se perdi accetti di essere la preda. Senza ipocrisia».
Per diventare campioni del Naadam bisogna davvero essere di origine divina?
«Quella lasciamola a Gengis Khan. Per noi sono più importanti passione, forza e spirito di sacrificio. Due duri allenamenti al giorno di tre ore ciascuno, una dieta rigorosa a base di prodotti naturali. E poi molto autocontrollo».
E se un campione del Naadam decide di sfidare un campione di lotta libera, chi vince?
«L’ho fatto e proprio in Italia. Ai campionati del mondo. C’erano concorrenti da 90 paesi del mondo e ho perso».
È stato eliminato subito?
«No, sono arrivato in finale e ho conquistato la medaglia d’argento. Ho perso».

 

Via al Naadam: tre giorni di festa
per la Mongolia ricordando Gengis Khan

11 luglio 2009 Dall'11 al 13 luglio la Mongolia rivive una festa che ha ormai tremila anni ma da otto secoli rappresenta la rievocazione delle gesta di Gengis Khan. Ecco, nel racconto di Federico Pistone da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" (Polaris 2008) la descrizione delle tre competizioni. "Si comincia con la lotta, davanti a decine di migliaia di spettatori composti: cinquecento molossi, agghindati con una giacca (zodog) che copre solo spalle e braccia, attillati pantaloncini in seta (shudag) e ai piedi i tradizionali stivali di cuoio (gutal), si sfidano in rapidi match a eliminazione diretta. Vince chi costringe l’avversario a toccare terra almeno con un ginocchio. Il trionfatore volteggia come uno sparviero sopra il rivale appena battuto. L’ultimo a resistere, dopo tre giorni di lotte trasmesse anche in diretta tv, è il vincitore del Naadam, l’uomo più forte della Mongolia. Chi si aggiudica almeno due titoli nazionali viene acclamato come Titano. Nella storia del Naadam si contano dieci Titani. La seconda prova è quella del tiro con l’arco, a cui prendono parte anche giovanissimi e anziani, tutti bardati secondo l’antica tradizione guerriera. I concorrenti devono centrare dei barattoli posti a 50 o 75 metri a seconda della categoria mentre i compagni di clan li sostengono con canti ossessivi di incoraggiamento. Infine, la corsa dei cavalli che si svolge su una piana stepposa in un’area verso l’aeroporto. Protagonisti sono i bambini, da 5 a 12 anni, che lanciano i cavalli in una sfiancante gara di 15 e 30 chilometri". Per leggere l'intero articolo e altri dettagli sulla manifestazione vai alla sezione Naadam. Nella foto, giovane vincitore di una gara di cavalli (foto Federico Pistone)
 

Via al Naadam, e in Mongolia

ritorna il mito di Gengis Khan

10 luglio 2006 - Una festa fra orgoglio e nostalgia, quella che va in scena dall'11 luglio a Ulaanbaatar: il Naadam è la più emozionante e sentita festa della Mongolia, il ritorno al mito di Gengis Khan attraverso celebrazioni sontuose e gare di lotta, corsa di cavalli e tiro con l'arco. Quest'anno la manifestazione assume un significato ancora più rilevante perché cade nell'800° anniversario della fondazione dell'impero mongolo. Nella foto, un cavaliere si riposa dopo la galoppata del Naadam festeggiato in anteprima ad Arvaikheer, 400 chilometri a ovest della capitale (foto Reuters pubblicata da Corriere.it).