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di Federico Pistone Lo sciamanismo è l’anima stessa della Mongolia, la sua dimensione mistica e primitiva. I riti sciamanici, poi diffusi su tutto il pianeta, sono nati nelle foreste siberiane e nella Buriazia mongola. Gengis Khan, che consultava gli sciamani prima di ogni decisione, era convinto di essere stato delegato dal Cielo in persona (Tenger) per dominare tutti i popoli del mondo. Tutti i suoi discorsi e i suoi comandi cominciavano con “Per il volere del Cielo”. Ancora oggi, nella capitale Ulaanbaatar così come nelle più sperdute regioni, lo sciamanismo è praticato in modo diffuso. Nei settant’anni di governo filosovietico, le pratiche erano state vietate in maniera crudele ma dopo il 1990 il fenomeno è riesploso più forte di prima. Oggi i mongoli riescono a conciliare con disinvoltura il culto buddhista lamaista con quello sciamanico: oltre il 90 per cento della popolazione crede in Buddha e negli sciamani. Il territorio mongolo è punteggiato dagli ovoo, altari di pietra e rami che segnano, secondo antiche mappe esoteriche, la presenza degli spiriti. Ogni persona che incontra un ovoo gira tre volte intorno in senso orario e getta un’offerta. Che vale sia in funzione buddhista che sciamanica: un “offri uno ed esaudisci due”. Sullo sciamanismo sono stati scritti meravigliosi studi e cialtronerie inaudite. Ma è la semplicità a caratterizzare il senso stesso di questa pratica pura e drammatica. Ci sono sì implicazioni antropologiche e variazioni sul tema, ma i concetti di partenza sono minimi e non lasciano spazio all’interpretazione, come ci insegna la sciamana Sarangerel nei suoi “Cavalli del vento”. La visione cosmogologica è essenziale. Secondo lo sciamanismo ci sono tre livelli di esistenza, un po’ come nella nostra concezione religiosa: la dimensione terrena, il paradiso e l’inferno, con la possibilità di interagire fra questi tre mondi, compito delegato appunto allo sciamano. Nella vita terrena, l’uomo ha tre anime: una è quella collegata al corpo e quando si distacca provoca la morte. Le altre due regolano come un’altalena l’equilibrio psicofisico, possono abbandonare il corpo e si reincarnano. Se il corpo di chi muore (che ancora oggi viene abbandonato all’aperto dai nomadi) è divorato da animali di terra, come lupi o roditori, l’anima scivolerà nel mondo di sotto, che è buio, con mezzo sole e mezza luna. Il figlio di Tenger, Erleg Khan, deciderà come si reincarnerà, secondo le preghiere rivolte dai parenti del morto. Se il cadavere è invece ghermito dagli uccelli, l’anima è sollevata nel mondo di sopra, illuminato da sette soli, e lì vivrà in pace e letizia, accanto a Etseg Malaan, l’altro figlio di Tenger. Solo gli sciamani possono individuare le porte di accesso del mondo superiore e inferiore per cercare di esaudire le richieste di chi si sottopone al rito. E lo fanno con riti stupefacenti e dopo un percorso personale estremamente sofferto. In questa visione, non è difficile comprendere come certe manifestazioni naturali assumano un significato così intenso per i nomadi della steppa, della taiga e del deserto. Un fulmine è letto come la rabbia del Tenger; un terremoto o un semplice ululato di un lupo significano che nel mondo di sotto c’è qualcosa che non va. Gli animali sono considerati, alla stregua degli uomini, esseri dotati di anima e destinati a reincarnarsi. Per questo i mongoli ne hanno un rispetto quasi sacro, e rivolgono preghiere quando uno di loro muore.
di Federico Pistone (da "Uomini renna" - Edt 2004) “Qui il profumo del vento, il volo degli uccelli, il disegno delle nuvole sono messaggi delle divinità e degli spiriti. Ma tu non lo puoi capire. Per forza, hai una corteccia culturale spessa così”, mi sgrida David. Non so di cosa sta parlando ma da buon ligure certamente non sta sprecando il fiato. Così lo seguo sulla collina fino a una baracca di betulle intrecciate, annunciata dal teschio di una pecora. Ci accoglie Ulzusuren, una bimba di dieci anni con un cappottone color cammello sopra una maglietta blu, stivaletti neri e un foulard rosso a tenere insieme un groppo di capelli color carbone. Ci fa accomodare accanto alla stufa dove è annidata sua nonna Namid, 75 anni, una delle utgan (termine per distinguere le donne sciamano dai colleghi maschi, detti boo) più consultate della Siberia. Riceve una media di sei persone al giorno provenienti da tutti gli aimag, le regioni della Mongolia. Ma anche da Tuva e da Irkutsk. Oggi deve chiedere agli spiriti la guarigione per la figlia di Hurelgaldan, un uomo darkhat venuto da Sevsuul, dall’altra parte dell’Hovsgol, un centinaio di chilometri da Tsagaan Nuur. Namid ha la faccia ripiegata sulle ginocchia in posizione fetale e tiene le mani incrociate sulla testa. E’ già in stato di trance e si sbilancia troppo verso il fuoco, Ulzuseren la afferra appena in tempo. Poi, senza svegliarla, la avvolge in un mantello nero da cui pendono catenelle di metallo, le infila un copricapo con grandi corna e una frangia posticcia che le ricade fin sopra il petto. Intorno al toorba, il gonnellino sciamano, le annoda una cintura con un grande disco d’argento e pesanti trecce di pelle e barba di renna. Le consegna il tradizionale specchietto di metallo da nascondere sotto i vestiti. In una coppa colma di braci ardenti, accanto alla foto della figlia di Hurelgaldan, depone del rosmarino selvatico e bacche di ginepro che cominciano subito a sprigionare un aroma affilato.
La
situazione ristagna. La utgan secondo me sta dormendo della grossa. Sarà
la mia corteccia culturale. All’improvviso emette un lamento quasi
impercettibile che si trasforma in un’interminabile litania cui si
aggrega anche Ulzuseren. Bellatalla mi sussurra, quasi per giustificarsi:
è l’invocazione agli spiriti degli antenati, ci vuole il suo tempo. Il
bisbiglio si modula in un canto armonioso. Namid alza la faccia coperta
dalla frangia e sistema alcune ossa sotto un cumulo di pietre che fa da
altare. Afferra un tamburo largo e piatto con nove minuscole punte. Lo fa
oscillare sul fuoco per purificarlo. Si alza e percuote il tamburo con una
bacchetta di legno imbottita da un malloppo di lana, danzando
freneticamente intorno al fuoco mentre il canto diventa un grido.
Hurelgaldan la fissa a occhi sbarrati. Il profumo delle bacche incendiate
contribuisce a creare una situazione di ipnosi. Cerco di muovermi per
evitare di svenire, vorrei uscire dalla baracca ma sono inchiodato dal
fracasso e dall’odore. La voce della sciamana cambia, diventa più cupa,
sembra appartenere a un ventriloquo oppure a un antenato che l’ha
posseduta. Namid aumenta il ritmo del tamburo e della danza finché
stramazza a terra, senza forze e, sembra, senza vita. Ulzuseren la
soccorre, offrendole una ciotola di vodka che nella tradizione sciamanica
aiuta le preghiere a salire più in alto.
“Ora
comincia il viaggio nel mondo delle anime”, mi avverte David come se
stessimo assistendo a una commedia in due atti. Namid riprende la danza, sempre più approssimativa e selvaggia. Dalla bocca escono sibili, urla e suoni senza melodia. Il corpo compie traiettorie innaturali, sbatte contro tutti gli oggetti della stanza, contro il fuoco, contro di noi, afferra i capelli di Hurelgaldan e lo costringe a una forzata e dolorosa danza grottesca; solleva nove volte le braccia e senza preavviso batte tre potenti colpi di tamburo, come quando si chiude uno spettacolo di fuochi d’artificio. Ritorna nella posizione fetale provocando un silenzio insopportabile. Non so dire quanto tempo sia passato, forse pochi minuti forse un giorno intero. Ulzuseren invita Hurelgaldan ad avvicinarsi alla sciamana che sta sussurrando qualcosa. Lui cerca di afferrare le flebili parole, si inginocchia, abbandona dei soldi accanto all’altare di pietre ed esce senza equilibrio dalla casa, come se camminasse sul ponte di una nave in tempesta. Ma sorride perché sa di avere fatto tutto il possibile per sua figlia.
Il
rito è terminato da un’ora. Namid non è più la sciamana scatenata ma
un’anonima donna anziana che sorride, con timidezza e senza denti.
Risponde alle mie domande come se stesse parlando di un’altra persona.
Come
sei diventata utgan?
“Avevo
diciassette anni e facevo strani sogni. Ma i sogni non bisogna
raccontarli. Quelli cattivi si devono sussurrare nel vento e poi sputare
tre volte perché non accadano. Quelli buoni li tieni per te, per
scaramanzia, altrimenti non si avverano. Ma quella volta non riuscii più
a trattenermi. Li raccontai a mio padre”.
Che
sogni erano?
“Ho
già sbagliato allora a svelarli”.
Giusto.
Quindi?
“Quella
sera sentii il mio corpo che se ne stava andando. Non lo controllavo.
Rimasi immobile nel letto per settimane, sentivo mio padre e i miei
fratelli che si avvicinavano, mi davano da mangiare, mi accarezzavano, ma
io non riuscivo a reagire”.
Cosa
succedeva in tutto questo tempo?
“Il mio spirito volava
lontano, visitava luoghi che non avevo mai visto e che forse non
esistono nemmeno. Attraversavo immense foreste, scavalcavo montagne di
pietra, poi dalla cima prendevo il volo e planavo
accanto allo spirito di mia
madre, che era morta da
due anni”.
Ti
riconosceva?
“Certo,
è stata lei a convocarmi. Mi disse: fra milioni di persone, tu sei stata
scelta per aiutare il mondo. Le anime e le divinità saranno con te, nel
bene e nel male. E’ vero: la mia vita da allora è sempre stata
un’alternanza di estreme gioie e di estremi dolori. Sembra che tutti i
sentimenti del mondo vogliano entrare dentro di me. Gli spiriti mi parlano
continuamente”.
Come?
“Non
come stiamo parlando noi. Mi dicono moltissime cose tutte nello stesso
istante. E subito dopo ho la sensazione che quello che mi hanno rivelato
io lo abbia sempre saputo”.
Per
esempio?
“Per
esempio il canto e la musica per guarire le persone. Se mi chiedi adesso
come si fa, non ho la più pallida idea. Ma se entro in stato di trance,
allora è tutto semplice e naturale”.
Cosa
succede durante il rito?
“Il
fuoco che brucia davanti a me diventa come un sole immenso che entra nei
miei occhi, così riesco a vedere nel buio del futuro. Il cervello
comincia a funzionare a una velocità inaudita, come una renna lanciata
nella taiga. E sento l’anima che si stacca dal corpo”.
E’
doloroso?
“Molto
doloroso. E’ come rimbalzare in continuazione tra quiete e angoscia, tra
cielo e inferi, tra vita e morte”.
Quando
esci dalla trance, come ti senti?
“Stanchissima”.
I
buddisti chiamano lo sciamanismo “la fede nera”.
“I
monaci lamaisti sanno solo parlare della morte, noi ci occupiamo della
vita”.
di Federico Pistone (da "Uomini renna" - Edt 2004)
Gengis
Khan si affidava agli sciamani, consultava boo e utgan prima delle
conquiste e modificava i piani di guerra seguendo le predizioni. Oggi nel
mondo sono dodici milioni i seguaci di religioni di ispirazione sciamanica,
concentrati in Mongolia e Siberia. Nel suo entusiasmante Viaggio
nell’impero dei Mongoli, Guglielmo da Rubruck, il francescano inviato
alla corte del Khan dal re di Francia Luigi IX nel 1253, racconta:
“Alcuni degli sciamani conoscono l’astronomia e predicono le eclissi
di sole e di luna. Durante l’eclissi suonano timpani e altri strumenti
musicali e fanno un gran frastuono. Una volta finita l’eclissi, bevono e
mangiano a piacere facendo grande festa. Gli indovini predicono i giorni
favorevoli e sfavorevoli per le attività da svolgere. Essi purificano
anche tutte le suppellettili dei defunti facendole passare fra i
fuochi”. Guglielmo riferisce di un impero sorprendentemente dinamico e
tollerante. Durante il viaggio verso l’antica capitale Karakorum incontrò
templi buddisti, chiese cristiane nestoriane, moschee e ovunque gli ovoo
sciamanici. Pochi anni prima Giovanni da Pian del Carpine era stato
inviato dal papa per sondare la possibilità di una santa alleanza con
l’impero mongolo per prendere nella morsa il minaccioso impero islamico.
“Se il Papa vuole parlarmi – rispose il Khan – venga qui di
persona”. Dopo 758 anni, nel giugno 2003, Giovanni Paolo II ha accettato
quell’invito un po’ brusco. “Nel
1245 – ha scritto Woytila in una
lettera inviata all’ambasciatore mongolo in Vaticano, Batjargal – il
mio predecessore Innocenzo IV inviò una missione diplomatica al campo del
Khan Batu, gran re del popolo dei Tartari. Nonostante le inevitabili
difficoltà non si è mai interrotto questo dialogo rispettoso, come pure
non è venuta meno l’attenzione lungimirante fra Mongolia e sede
apostolica”. La visita, prevista per l’agosto 2003, è rimasta in
sospeso fino all’ultimo e poi rinviata per le precarie condizioni del
Papa che ha concluso con amarezza: “Evidentemente Dio non vuole”.
Questa frase è stata ripresa dal settimanale UB Post che, in un servizio
del 10 settembre 2003, ne ha stravolto il senso dando una libera, e
sospetta, interpretazione: “Il dio dei cristiani non vuole che il Papa
si rechi nella Mongolia buddista”. “Ovvio, migliaia di Mongoli
avrebbero accolto con ensusiasmo il Pontefice” è convinto Pierre
Kasemuana, padre congolese della missione cattolica di Ulaan Baatar.
“Per questo i monaci, che esercitano un grande potere, hanno tutto
l’interesse di boicottare una visita che rischierebbe di destabilizzare
l’ordine religioso”.
Intanto,
nell’agosto 2003, episodi di intolleranza si sono registrati proprio
nella repubblica di Tuva, all’ombra della montagna sacra di Khairakhan,
consacrata nel 1992 dal Dalai Lama, capo ufficiale del buddismo mongolo.
Proprio qui, in una zona considerata un formidabile catalizzatore di
energia cosmica, si sono dati appuntamento gli sciamani da tutta l’Asia
e anche da Europa e America. E’ stata l’evocazione degli sciamani
defunti a scatenare la reazione dei fedeli buddisti che considerano
sacrileghe le sedute spiritiche e il richiamo delle anime degli antenati.
“Avremmo
anche potuto essere tolleranti, ma quello che ci ha fatto arrabbiare è
stata la scelta di un luogo sacro del buddismo, una vera provocazione”,
ha detto il capo della chiesa lamaista di Tuva che considera lo
sciamanismo solo una tecnica stregonesca.
“Non
volevamo offendere nessuno. Anche per noi quella è una montagna sacra e
quando preghiamo, preghiamo per tutti, buddisti compresi”, ha risposto
la utgan Nadezhda, direttore del centro sciamanico di Tuva.
Il
Ministro regionale degli affari religiosi e della cultura mongola se l’è
cavata con una nota che più diplomatica non si può: “Faremo tutto il
possibile per favorire la coesistenza pacifica tra queste due religioni,
entrambe tutelate come confessioni tradizionali della nostra terra”.
Parole al vento, gli scontri fra sciamani e monaci buddisti sono stati
violenti, con alcuni feriti e con un astio mai così feroce.
di Federico Pistone (da "Uomini renna" - Edt 2004)
Darim,
la sciamana della taiga, è morta a 94 anni e nessuno è stato degno di
sostiuirla. Sua figlia Tsend si è proclamata utgan ma sono in pochi a
riconoscerne l’autorità. Per diventare sciamani occorre un percorso
estremamente sofferto che comincia nell’adolescenza quando si avvertono
percezioni ultraterrene, estasi, sofferenze atroci, crisi di identità, capacità
sensoriali straordinarie. Tsend, 66 anni, dice di avere vissuto le stesse
esperienze della madre Darim e di avere tutti gli attributi sciamanici, compresa
la capacità di far guarire i malati e di portare la fortuna nella taiga. Ma
molti degli Uomini renna la accusano di non aver dimostrato di essere a stretto
contatto con le divinità perché, da quando Darim è morta, le sciagure
sembrano abbattersi in continuazione sulla taiga.
“Sono
successi troppi avvenimenti negativi, tutti insieme. Io non ho potuto risolvere
tutto”, si giustifica Tsend. E’ completamente cieca ma mi guarda fisso negli
occhi.
“Mi
raccomando, prega tutti i giorni. Ricorda che tutto quello che hai intorno è
vivo e divino: questa roccia, questo fiume, quest’albero, questo cavallo”,
dice indicando con precisione tutti gli elementi nominati, come se li vedesse
nitidamente.
Bat
è l’intellettuale degli Uomini renna. Schermato da un paio di occhiali
enormi, rimediati alla croce rossa di Tsagaan Nuur (“la lente destra è
perfetta, quella sinistra un po’ fortina”), è sempre sui libri a studiare
quando non è nella foresta a selezionare piante e bacche.
“Non
è una sciamana”, dice riferendosi a Tsend. “Non ha saputo difenderci dalla
malasorte e dalle malattie. Per curare mia moglie Niam Suren ho dovuto studiare
tutte le proprietà delle erbe della taiga per preparare infusi e medicine”.
Srotola
un telo dove ha raccolto una gran quantità di erica azzurra e muschio.
“Questo dovrebbe guarire Niam Suren. Soffre tanto, la testa le scoppia. Ora
andiamo nella foresta dalla sciamana, quella vera”.
Ci
inerpichiamo su una parete di sassi fino a infilarci in una fitta selva di
abeti. Bat cammina come se davanti si aprisse un sentiero tracciato ma io vedo
solo una teoria disordinata di alberi.
“Ecco,
questa è Darim. Io vengo sempre da lei a pregare per Niam Suren”.
Un
fagotto di stracci senza più colore è quello che resta della sciamana. Il
cadavere era stato affidato agli animali e i suoi vestiti, fermati da una
roccia, contrassegnano questo angolo sacro della foresta. Bat si inchina e
deposita i doni: un pezzo di carne, una bottiglietta di latte fermentato e un
pezzo di cuoio bianco.
“Solo
offerte chiare. Niente rosso o nero, i colori del sangue e della morte”.
Poi
prega. Ma non è una preghiera già pronta. E’ una conversazione spontanea e
appassionata con lo spirito della sciamana e con gli antenati. Come se fossero lì,
e rispondessero pure.
“Ecco,
adesso vi ho raggiunto. Dovete guarire Niam Suren. Lei è buona, con la natura,
con gli dei, con la famiglia. Ditemi quello che devo fare, lo farò. Devo
raccogliere altre erbe? Devo fare altre offerte? Devo pregare di più? Devo
morire al suo posto? L’importante è che lei viva”. Bat benedice la terra e lo seguo in silenzio ritornando dallo stesso sentiero immaginario.
di Federico Pistone (da "Uomini renna" - Edt 2004)
Gli
sciamani sono considerati un’emanazione divina da almeno un millennio. Ma solo
nei territori siberiani, soprattutto alle pendici dei monti Sayan dove vivono
gli Uomini renna, il loro potere si è perfino rafforzato, resistendo alle
incursioni zariste, avviate dalla metà del XVII secolo, e alle più recenti
distruzioni perpetrate dai monaci lamaisti prima e dal governo stalinista a
partire dal 1930. Una tradizione conservata, come rivelano Anna Saudin e
Costanzo Allione nel loro studio sullo sciamanismo siberiano, grazie alle
condizioni di isolamento di questo territorio: terra inospitale, clima rigido e
condizioni di vita estremamente dure. Con l’introduzione della perestrojka in
Unione Sovietica, lo sciamanismo è stato riscoperto e riconosciuto come
manifestazione culturale, con il conseguente fenomeno dei ciarlatani. Si calcola
che oggi siano più di mille le persone che praticano presunti riti sciamanici
nei territori siberiani della Mongolia, proprio come negli anni Trenta prima
dell’intervento sovietico. Molte associazioni sono nate nei territori intorno
alla taiga, divenuta vera e propria meta di pellegrinaggi. Nadia Stepanova,
presidentessa degli sciamani buriati, racconta: “Per anni ho dovuto quasi
vergognarmi di essere una utgan, ero braccata e minacciata di morte, come se
fossi una strega da bruciare. Ora che essere sciamani non è più reato, la
gente è tornata a rispettarmi e a consultarmi. Le divinità mi hanno dato un
dono del cielo che io devo consegnare sulla terra. Avrei voluto fare una vita
normale, ma ero stata prescelta. Un giorno sentii una voce: se non accetti di
diventare sciamana verrai travolta da un carro blu. Un istante dopo comparve dal
nulla un camion che puntò dritto verso di me,
schivandomi all’ultimo istante
prima di scomparire. Tornai a casa mezza morta di paura e accettai
l’incarico”.
Lungo
gli itinerari battuti dagli Tsaatan, c’è una vallata che secondo gli sciamani
è maledetta da un antico sortilegio: una donna bella e perfida, posseduta dagli
spiriti maligni, impedisce ad altre donne di attraversare queste montagne.
Quelle che ci provano, vengono investite da una scarica di sassi sul volto.
“Una volta passai di lì - racconta Ai-Tchourek Ojun, presidentessa
dell’associazione sciamanica di Tuva, in questa testimonianza raccolta da
Saudin e Allione - pensando che, come sciamana, avrei potuto addolcire quella
presenza malvagia. Ma appena uscii dalla macchina si alzò un vento così forte
che le pietre mi colpirono in faccia. Tornai indietro e pregai come non avevo
mai fatto, lasciando monete, tabacco e pezze bianche al primo ovoo che
incontrai”. SCIAMANISMO E SACRO di David Bellatalla e Dino De Toffol Chi è lo sciamano, questa strana figura che incute tanto rispetto e timore? Nella letteratura occidentale il termine sciamano è sempre stato di genere maschile, come se il ruolo dello sciamano fosse legato all'uomo e solo a lui riservato. In realtà l'essere sciamano è prerogativa maggiore della figura femminile. Lo sciamano è fondamentalmente un anello di collegamento tra la vita terrena e il mondo degli spiriti, tramite la sua esperienza estatica durante il rituale. Il suo ruolo e la sua funzione principale sono quelle di ottenere risultati concreti, di aiuto per gli uomini, attraverso un complesso cerimoniale che pone lo sciamano costantemente di fronte all'esperienza della "trance". Lo sciamano riveste quindi una serie di ruoli che, in termini occidentali, potremmo così riassumere: MEDICO: lo sciamano compie diagnosi attraverso il contatto con gli spiriti e cerca la guarigione del paziente attraverso interventi diretti sull'interessato PSICOLOGO: attraverso i rituali, la liturgia e il dialogo lo sciamano svolge un'azione diretta sulla psiche del paziente SACERDOTE: lo sciamano svolge i compiti relativi all'officio dei sacrifici e nei riti inerenti al pensiero religioso e al sacro DIVINATORE: attraverso il contatto con gli spiriti, nell'esperienza estatica, lo sciamano acquisisce indicazioni su avvenimenti e luoghi al di fuori dello stato ordinario di coscienza PSICOPOMPO: lo sciamano è colui che accompagna l'anima del defunto nel viaggio verso il regno dei morti. (a destra, uno sciamano mongolo, foto di David Bellatalla)
13 marzo 2006 - La magia dello sciamanismo in Mongolia viene rievocata (purtroppo) in un nuovo libro: si intitola "Il cammino della sciamana" (Piemme, 2006: 216 pagine 14,50 euro) di Corine Sombrun , quarantenne pianista parigina e reporter per la Bbc. L'opera originale, intitolata "Mon initiation chez les chamanes", risale al 2004 ma solo di recente è stata tradotta e commercializzata in Italia. Niente di nuovo sul fronte, come spesso capita quando gli occidentali decidono (non è obbligatorio!) di raccontare una realtà così remota per la nostra cultura. Con quelle implacabili descrizioni di stupore ebete e di farsesca partecipazione: "Il ritmo ora c'è, e mi guida, mi porta con sé, nel mio interno. Si apre un universo, come quando spunta il sole. Scivolo, con la testa nel tamburo. Viaggio. Giro nella spirale del suono. Nel buio. E la varco. La porta del suono. Silenzio". E' la conferma che i viaggiatori occidentali non sanno più capire né tantomeno raccontare l'oriente, devono inventare tutto, esagerare, con la speranza che qualcuno ci caschi. Almeno Marco Polo lo faceva con stile ed estrema cultura. Le cose migliori ce le hanno raccontate due francescani, l'umbro Giovanni di Pian del Carpine nella sua Historia Mongalorum e il fiammingo Guglielmo di Rubruc nel Viaggio nell'impero dei Mongoli. In quest'opera, datata 1255, si parla già di sciamani (cham). Scrive Guglielmo: "Alcuni degli indovini invocano i demoni, riuniscono di notte a casa loro coloro che vogliono avere responsi da un demone e mettono della carne cotta al centro della casa. Il cham che invoca i demoni comincia a recitare le proprie formule e ha un timpano che batte con forza a terra. Alla fine comincia a delirare e si fa legare; a quel punto nell'oscurità arriva il demone, il cham gli dà la carne da mangiare e il demone dà i responsi". Un racconto asciutto ed emozionante, vergato con un anticipo di 750 anni rispetto ai vezzi insulsi della pianista parigina. |