Storia segreta dei Mongoli  

 

(pagine scelte)

 di Anonimo del XIII secolo

 

La nascita di Gengis Khan

Mentre Yesugai-Bagatur sbaragliava i Tatari che avevano come capo Temujin-Uge e Qori-Buqa, e Hoelun-ujin, incinta, si trovava a Deligun-Buldag del fiume Onon, precisamente allora nacque Cinggis-qagan. Al momento del parto egli nacque tenendo in mano un grumo di sangue rappreso che assomigliava a un aliosso. E si disse: "E' nato mentre veniva catturato Temujin-Uge dei Tatari", e fu così che gli si pose il nome di Temujin (...).

 

L'infanzia di Temujin

Quando Temujin ebbe nove anni Yesugai-Bagatur decise di trovargli una fidanzata presso gli zii materni

E là si diresse insieme al figlio Temujin. Strada facendo incontrò un Onggirad di nome Dei-Secen. “Dove ti stai dirigendo, compare Yesugai?” gli chiese Dei-Secen. “Vado a a chiedere una fidanzata per questo mio figlio ai suoi zii materni, della tribù Olqonogud”. Dei-Secen disse allora: “Tuo figlio ha lo sguardo di fuoco e il volto come l’alba.

 

Il matrimonio

“Vieni dunque da me, compagno Yesugai. Mia figlia è solo una fanciulla ma vale la pena vederla”. Così Dei-Secen accompagnò a casa Yesugai e gli sorresse il gomito mentre scendeva da cavallo. Yesugai guardò la figlia di Dei-Secen: aveva il viso come l’alba e gli occhi di fuoco. Quella bambina gli rimase nell’anima. Aveva dicei anni, un anno più di Temujin. Si chiamava Boorte. Pernottarono. L’indomani egli chiese la bambina in sposa per suo figlio Temujin. Allora Dei-Secen disse: “E’ un onore concedere un favore dopo lunghe trattative, ma non sempre è disonore concederlo dopo una sola parola. Non è destino di questa ragazza invecchiare nella casa paterna. Acconsento a dare mia figlia. Lasciami il tuo figlioletto come genero e come fidanzato”. Quando ebbero concluso l’affare, Yesugai disse: “Ha una gran paura dei cani, il mio piccolo. Proteggilo dai cani, compagno”. Così dicendo Yesugai gli regalò il suo stallone, lasciò Temujin e partì.

 

La morte del padre

Strada facendo, nella steppa di Sira-keer, Yesugai incontrò dei Tatari che banchettavano. Decise di fermarsi con loro al festino, perché aveva molta sete. I Tatari lo riconobbero e di nascosto gli versarono del veleno nel cibo e nelle bevande. Yesugai ripartì ma presto si sentì male e dopo tre giorni, giunto a casa, si ammalò gravemente. Disse allora: “Sto male. C’è qualcuno dei miei cari qui vicino?”. Gli dissero che poco lontano si trovava suo fratello minore Munglig. Dopo averlo fatto chiamare, Yesugai gli disse: “Munglig, fratello mio: i Tatari mi hanno avvelenato quando mi sono fermato con loro, dopo che avevo sistemato il mio Temujin. Prenditi cura dei miei figlioletti e dei fratelli minori che rimangono abbandonati, della vedova e della cognata. Riportami presto il mio Temujin”. E morì.

Eseguendo fedelmente la volontà di Yesugai, Munglig andò da Dei-Secen e gli disse: “Mio fratello maggiore Yesugai soffre molto nell’animo e ha nostalgia di Temujin. Sono venuto a prenderlo. Dei-Secen rispose: “Se il compare si affligge tanto per il suo ragazzino, vada pure, si vedano, e poi torni presto qui”. Allora Munglig portò Temujin a casa.

 

L’agguato

Begter custodiva nove fulvi cavalli castrati sulla collina. Temujin gli si avvicinò furtivamente alle spalle, Qasar gli si appostò davanti. Quando gli furono vicini, tendendo l’arco, Begter rivolse a loro queste parole: “Avete voi pensato come potremmo vendicare le offese che ci hanno inflitto i fratelli Tayiciud? Perché mi guardate come se fossi per voi un ciglio nell’occhio o una spina fra i denti? A cosa servono questi ragionamenti se non abbiamo altri amici che le nostre ombre, se non possiamo schioccare altra frusta che una coda di cavallo? Non distruggete il nostro focolare, non uccidete Belgutai!”. Terminato di parlare si accoccolò docilmente. Ma Temujin e Qasar lo trafissero con le frecce scoccate da molto vicino, da dietro e da davanti, e se ne andarono.

 

Il segno del cielo

Temujin passò tre notti nella taiga prima di decidere di allontanarsi. Prese il suo cavallo per la briglia e partì. A un tratto la sella scivolò giù dalla groppa del cavallo. Guardò bene e si accorse che la cinghia del sottopancia e il pettorale erano ben tesi. Pensò che era un incidente misterioso. “Sicuramente, pensò, è il cielo stesso che mi trattiene”. Voltò indietro e passò nella foresta altri tre giorni e altre tre notti. Aveva nuovamente deciso di uscire quando vide, proprio nel punto in cui sarebbe passato, un masso bianco, grande come una tenda da campo, che gli sbarrava il passo. “Non è forse chiaro che il cielo stesso mi trattiene?”. Così trascorse altri nove giorni nella foresta senza cibo.

 

La preghiera

Tenujin ordinò a Belgutai, Boorcu e Jelme di seguire per tre giorni e tre notti i Merkit. Lui stesso, dopo aver atteso che i Merkit si addentrassero nella steppa, scese dal Burqan e colpendosi il petto disse. “Grazie a madre Qoagcin, il cui udito è tale che si trasforma il talpa e la cui vista è tale che si trasforma in puzzola; io, cercando salvezza del mio greve corpo con la fuga, su di un goffo cavallo, passando guadi da bestie, riposando in capanne di frasche di salice, sono salito sul monte Burqan”. Così dicendo rivolse il viso al sole, si appese la cintura al collo e il berretto al braccio con una cordicella e, denudandosi il petto, s’inchinò nove volte dinanzi al sole facendo una preghiera con l’aspersione.

 

Temujin diventa Gengis Khan

Dopo essersi consigliati fra di loro, Altan, Qucar, Saca-Beki e tutti gli altri dissero a Temujin: “Abbiamo deciso di elevarti a Khan. Quando Temujin sarà Khan, noi agiremo così: inseguendo il nemico con il reparto d’avanguardia, gli porteremo le più belle vergini e mogli, jurte, palazzi, schiavi, splendidi cavalli. Quando cacceremo belve montane te ne daremo la metà, senza sventrarle. Anche l’animale singolo lo divideremo a metà precisa dopo avergli tolto le zampe. Nei giorni di combattimento, se dovessimo violare il tuo comando, allontanaci dai nostri accampamenti, dalle nostre mogli e donne, spargi a terra le nostre teste nere di schiavi. Nei giorni di pace, se dovessimo violare la tua pace, separaci dai nostri schiavi, dalle nostre mogli e dai figli, gettaci nella terra senza dio”. Fu questo il loro giuramento. Nominarono Temujin Gengis Khan, signore degli oceani, e lo posero come Khan al di sopra di loro.

 

La battaglia

La mattina il nostro esercito si mise in cammino e, preso contatto con l’avversario, iniziò la battaglia a Koiten. I due eserciti si respingevano a vicenda, ora salendo sulle montagne, ora scendendo nella valle. Risultò che Buyirug e Quduqu erano capaci di provocare il maltempo con stregonerie. Essi compirono i sortilegi ma il maltempo agì a rovescio e l’esercito di Jamuqa fu colpito da un acquazzone e da un uragano. Gli uomini cominciarono a inciampare, a scivolare e a sprofondare nelle forre. Scapparono di qua e di là dicendo: “Si vede che abbiamo provocato la collera del Cielo”.

 

La ferita

In questo combattimento Cinggis-qan fu ferito all’arteria del collo. Era impossibile fermare il sangue. Gengis Khan era scosso dalla febbre. Con il tramonto si erano accampati in vista del nemico, sul luogo della battaglia. Jelme succhiava continuamente il sangue che si andava rapprendendo. Era seduto con la bocca insanguinata presso il ferito e non si fidava di nessuno abbastanza per farsi sostituire. Quando aveva la bocca piena, o sputava il sangue o lo inghiottiva. (…) Allora Gengis Khan gli disse: “Che cosa potrei dire adesso? Una volta, quando i Merkit piombarono su di noi circondarono per ben tre volte il Burqan, tu mi salvasti una prima volta la vita. Ora me l’hai di nuovo salvata succhiando il sangue rappreso e ancora, quando ero tormentato dalla febbre e dalla sete, tu, incurante del pericolo per la tua vita, in un baleno penetrasti nel campo nemico e dissetandomi rendesti a me la vita. Possano rimanere sempre nell’anima questi tuoi tre meriti”. Così disse Gengis Khan.

 

Il nemico pentito

Gengis Khan disse: “Durante il combattimento a Koiten, quando respingendoci a vicenda,ci raggruppavamo, le frecce nemiche volavano sopra di noi. Chi colpì allora tra le vertebre, al collo, il mio cavallo da battaglia dal mantello color lupino? La freccia era partita dalla montagna”. A tali parole Jebe rispose così: “Lo feci io dalla montagna. Se il Khan comandasse di mettermi a morte, di me rimarrebbe una chiazza umida, grande come il palmo di una mano. Ma se il Khan mostrasse clemenza, io lo servirei così: attraverserei acque melmose, all’ordine ‘avanti’ spezzerei anche le pietre e all’ordine ‘ritirata’ stritolerei qualunque roccia”. Allora Gengis Khan disse: “Il vero nemico tiene sempre segreti il suo delitto e le sue ostilità. Egli trattiene la sua lingua. Ma che dire di costui? Egli non solo non nasconde il danno che ha fatto, ma addirittura si accusa in pieno. E’ degno d’essere un compagno. Si chiamava Jirgogadai ma noi lo chiameremo Jebe, perché ha colpito la mia Jebel dal bianco muso. Ebbebe, Jebe, combatterai ancora con la lancia. Chiamati Jebe d’ora in poi e rimani accanto a me”. Così Jebe passò dai Tayiciud ai nostri ed entrò a far parte della scorta di Gengis Khan.

 

La sentenza

Terminate le esecuzioni dei capi e la raccolta dei prigionieri Tatari, Gengis Khan radunò in una jurta appartata il gran consiglio di famiglia per decidere in segreto cosa fare dei Tatari prigionieri. Al consiglio parlarono e decisero così: “I Tatari sono da tempi immemorabili assassini dei nostri avi e padri. Distruggiamoli dunque, uccidendo tutti i maschi la cui statura supera l’altezza dell’assale di un carro, rendiamo il dovuto e vendichiamo i padri e gli avi. Distruggiamoli fino all’ultimo, e i bambini piccoli rimasti, quelli più bassi dell’assale di un carro, e le donne, facciamoli schiavi e disperdiamoli in luoghi diversi”.

 

La morte di Gengis Khan

Dalle nevose montagne di Casutu, Gengis Khan mosse verso la città di Uraqai e l’assediò. Dopo di che intraprese l’assedio  di Dormegai; qui gli si presentò Burqan, chiedendo udienza. Prima di presentarsi a Gengis Khan, Burqan aveva scelto, per farne dono al sovrano, oggetti di nove misure e colori, nel numero di nove, come ad esempio: oro, argento, vasellame, giovani, fanciulle, cavalli e cammelli e, come dono principale, una tenda d’oro. Avendogli permesso di presentarsi, il sovranno accolse Bulqan nell’andito davanti alla porta. Ma durante questa udienza Gengis Khan si sentì male. Il terzo giorno dopo l’udienza, Gengis Khan comandò: “Iluqu Burqan sia chiamato Sidurgu l’Onesto. Gengis Khan ordina di accompagnare Iluqu all’altro mondo. E ordina sia accompagnato all’altro mondo personalmente da Tolun-Cerbi”. Quando Toulun-Cerbi riferì al sovrano di aver ucciso Iluqu, Gengis Khan comandò: “Mentre muovevo contro il popolo Tanggud per chiedergli conto e strada facendo mi fermai a cacciare i cavalli selvatici ad Arbuqa, nessun altro che Tolun-Cerbi consigliò di lasciarmi prima guarire. Tanto si preoccupava della mia salute. Oggi l’Eterno Cielo ha moltiplicato le mie forze e ha consegnato nelle mie mani una amico che mi aveva avvelenato con le sue parole. Ci siamo vendicati. Prenda dunque per sé Tolun quella tenda da campagna e tutto quanto aveva portato qui Iluqu”.

 

Scritto durante la permanenza della corte a Doloan-Boldag del Kodee di Kerulen, fra Silgin e Ceg, nel settimo mese dell’anno del Topo (1240), durante il grande Quriltai che vi fu tenuto.

 

Rielaborazione di Federico Pistone dalla traduzione originale di Maria Olsuifieva per la casa editrice TEA