ULAANBAATAR Foto di Federico Pistone. Cliccare sull'icona per ingrandire l'immagine Vai a GUIDA ALLA CITTA' Abitanti: 1.300.000. Superficie: 4.704 kmq. Densità: 240 ab/kmq Temperatura: media -2,9°, media gennaio -26,1, media luglio 17
Oggi la città ha gli stessi
abitanti di Milano e con un ritmo vertiginoso di crescita, tra nomadi che si
affollano con le gher ai margini della fascia urbana e uomini d’affari stranieri
pronti a cogliere le opportunità che la giovane economia mongola può offrire,
soprattutto nel campo minerario. Ogni estate sempre si vedono sempre più turisti
che a Ulaanbaatar di solito dedicano giusto il tempo per organizzare spedizioni
nella steppa e nel deserto, rinunciando a scoprire la magia di una città
seducente ma non facile da conquistare. Le reazione dei viaggiatori provenienti
dall’aeroporto Gengis Khan possono essere delle più svariate. Chi la pensa come
la scrittrice Emanuela Audisio che definisce Ulaanbaatar una città orribile,
“peggio di Kiev”, chi invece se ne innamora a prima vista, come la giornalista
televisiva Mimosa Martini. La verità è che UB, come la chiamano per comodità i
turisti e da qualche anno anche i mongoli, è una città strana, singolare,
moderna di aspetto e antica d’anima, freddissima d’inverno eppure sempre così
accogliente e familiare, intasata da un traffico che gira intorno a se stesso ma
sempre pronta a offrire scorci e opportunità degne di una grande capitale. Con
il vantaggio di avere intorno il silenzio del vento e della natura più intatta
per migliaia di chilometri in ogni direzione. Ulaanbaatar: l’incontro degli opposti di Paola Frattola Gebhardt (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2008) Per la maggior parte dei viaggiatori che visitano la Mongolia, Ulaanbaatar è una tappa obbligata per organizzare il viaggio, per riprendersi dalle fatiche e per godere, in un albergo o in un ristorante più vicini agli standard internazionali, di qualche agio dopo i giorni di vita spartana nel country-side. Ma Ulaanbaatar è una città internazionale, vivace, ricca di eventi, dove il passato millenario ed il futuro ormai presente del paese si incontrano: una città da scoprire. Gli stranieri che abitano qui, dopo i primi tempi di assestamento, iniziano ad amarla. Perché ad Ulaanbaatar tutto sembra diventare possibile. Qui ci si sente fuori dal mondo e nel contempo proprio al centro del mondo, un luogo dove tutto può accadere e dove accade proprio di tutto. La città s’è ingrandita vertiginosamente a partire dall’anno 2000 ed oggi ormai la metà della popolazione residente in Mongolia abita qui. Enormi quartieri periferici, veri slums, dove le jurte cedono sempre più il posto a piccole baracche o fatiscenti edifici privi di canalizzazione, si estendono sulle colline intorno alla città. Un giro panoramico da nord a sud ci sa raccontare innumerevoli storie di tutti i giorni, storie comuni e storie d’ordinaria follia. Ai palazzi nuovissimi, agli uffici sontuosi, alle innumerevoli università, alla gente d’ affari che parla tre o quattro lingue diverse succedono i bambini che vanno a prendere l ‘acqua col carretto, le ragazze eleganti che escono dalla jurta per andare chissà dove, le nonne che portano stanche l’ultimo nato sulle spalle, l’uomo in costume tradizionale, ubriaco, disteso sul bordo della strada. Sono tutti aspetti della stessa realtà, di questa città dove migliaia di destini si incontrano. Qui la vita può ancora cambiare dall’oggi al domani. Ora è iniziata la grande corsa all’ oro. La Mongolia è ricca, ricchissima, ed il bambino col carretto si chiede se gliene arriverà un pezzetto anche a lui, di questa enorme ricchezza. Vale la pena entrare nei quartieri, fermarsi ad osservare. Capire è forse impossibile, bisogna però saper ascoltare senza arroganza, saper vedere senza pregiudizi e forse questi opposti ci riveleranno qualcosa di essenziale. Già la piazza Sukhbaatar, il centro della città, è un incredibile miscuglio di stili, con edifici di stampo classicista, affiancati ad altri di stampo sovietico, tetti e giardini orientali, strutture moderne o modernissime e testimonianze d’orgogli nazionali. Ulaanbaatar, la città degli estremi: l’occidente e l’oriente sembrano incontrarsi proprio qui. Questo avviene in un esemplare clima di tolleranza, perché la popolazione mongola ha uno spirito innato per la libertà e lascia spazio ad altre opinioni, altre idee. Qui anche i credi religiosi convivono uno accanto all’altro e non di rado sull’altare di una jurta si può trovare l’immagine di una Madonna o un crocifisso. E anche dalla piazza Sukhbaatar basta alzare lo sguardo per ritrovare le montagne, vicinissime, che fanno da sfondo a palazzi e grattacieli. Si può cominciare la giornata lasciandosi incantare dai canti dei monaci in uno dei templi buddisti della città. Poi, dopo una bella colazione (opulenta all’americana oppure veloce alla francese) ci si può immergere nel passato artistico (Museo di Zanabazar), religioso (Palazzo d’Inverno, Tempio di Choijilin Lama) storico (Museo di Storia) o preistorico (Museo di Scienze Naturali) del paese. Per la pausa pranzo, come per la cena, la scelta è ampia. Il clima internazionale si riflette anche sul panorama gastronomico: Giappone e Corea, Italia e Francia, Cina, Tailandia e India, Francia, Germania e USA s’affiancano a specialità nazionali. East meets west anche a tavola. E se la qualità dei ristoranti non è da tre stelle, i prezzi ragionevoli dovrebbero risarcire dalle eventuali delusioni. Anche se Ulaanbaatar non è certamente la capitale dello shopping, si possono fare ottimi acquisti mirati come capi di abbigliamento in cachemire, coperte, oggetti in feltro e in pelle. Anche l’editoria offre oggi una scelta di volumi interessanti sulla Mongolia, anche per i lettori più piccoli. E perché no? Magari si potrebbe pensare anche all’acquisto di un’opera d’arte. In questo paese che ama ogni forma artistica, le gallerie d’arte non mancano. Se si è alla ricerca di un quadro, è consigliabile visitare anche la casa degli artisti, un edificio che accoglie gli studi di pittori, dove gli artisti si incontrano tra loro e dove si possono eventualmente contattare, per conoscere e comprare le loro opere. Quando si è stanchi del traffico, dei rumori e della folla, in una decina di minuti in macchina si può raggiungere il fiume Tuul. E all’improvviso si ricrea l’ incanto, la magia dell’infinito, della natura, del primordiale: l’incontro degli opposti. Il programma culturale che la capitale ha da offrire è forse inaspettato. Balli e canti folcloristici, concerti di musica classica e di muuriin huur, balletti classici e moderni e persino rappresentazioni d’opera lirica sono ad Ulaanbaatar all’ordine del giorno. I mongoli amano andare a teatro. Le sale sono spesso piene e gli artisti sono tenuti in grande considerazione. Alla sera, quando le luci si accendono, la vita notturna della capitale si presenta in tutto il suo sfavillio. Discoteche, bar e night club proliferano in città. Ma gli spostamenti notturni, in special modo per gli stranieri, possono essere rischiosi. È meglio non sottovalutare questo aspetto, muoversi in gruppo, evitare passeggiate ed usare solo taxi con licenza regolare. Insomma, a Ulaanbaatar non manca nulla, c’è persino un club di tifosi dell’Inter (e se l’idea non vi aggrada, potreste provare a fondarne un altro!). Ulaanbaatar non è tanto una città da vedere, ma da vivere, una città dai mille volti, che vale la pena scoprire. Volete provarci anche voi?
La redazione di mongolia.it ha assegnato alle località stellette di
interesse: ULAANBAATAR SPIRITUALE GHESAR* (monastero) Fa parte del monastero di Gandan ma è leggermente discosto verso nord est e separato dai templi principali da una strada trafficata, la Khuvisgalchdyn gudamj. E’ dedicato al mitico re tibetano Ghesar ed è una deliziosa struttura in stile cinese molto frequentata dai fedeli mongoli che qui possono comprare delle benedizioni e delle erbe “miracolose”. L’ingresso, dalle 9 a mezzogiorno, è gratuito anche per gli stranieri.
BAKULA RENBUCHI (tempio) A chiudere il triangolo con Gandan e Ghesar, sorge questo tempio simbolo della cooperazione religiosa fra Mongolia e India. Fondato nel 1999 dall’ambasciatore indiano Bakula Renbuchi, reincarnazione di un lama del Ladakh, ospita un centro di medicina buddhista e testimonianze dell’antica scrittura uigura. All’interno di uno stupa sono conservate le ceneri di Bakula.
CHOIJIN LAMA*** (tempio) Torniamo in centro città: dando le spalle alla piazza principale, percorriamo cento metri e sulla sinistra, inconfondibile, si apre un complesso di templi rossi con il tetto verde: è il monastero-museo di Choijin (pronuncia Cioigin, è un alto grado gerarchico dei monaci) Lama, aperto tutti i giorni d’estate dalle 10 alle 17 e con orario più incerto nel resto dell’anno. Qui visse il fratello minore del Bogd Khan dal 1908, Luvsan Haidav, potente monaco lama. Il monastero fu poi chiuso nel 1938 e trasformato in museo nel 1942, evitando così la distruzione. Oggi non si svolgono più riti religiosi ma una visita ai cinque templi è obbligatoria sia per la bellezza della struttura esterna, impreziosita da dipinti dedicati al Buddha, sia per i capolavori contenuti. Il primo padiglione (Maharaja) è protetto da quattro minacciosi guardiani e porta al tempio principale, detto anche “della passione”. Qui si ammirano una statua di Buddha, i resti mummificati di Baldanchoinbol, tutore del Bogd Khan, antichi libri di preghiera, maschere Tsam, splendidi thanka e, in mezzo alla sala, il trono. Si prosegue nel tempio di Zuu, dedicato al Buddha Sakyamuni. Il tempio di Yadam è solitamente chiuso ai visitatori e contiene tesori d’arte religiosa fra cui una statua di Sitasamvara scolpita da Zanabazar. L’ultimo tempio, di Amgalan, è ricco di oggetti preziosi fra cui molte opere dello stesso Zanabazar.
Dopo il ponte sul fiume Selbe potete già distinguere le sagome del Palazzo d’inverno dove per vent’anni visse il Bogd Khan (foto a destra, di Federico Pistone), personaggio singolare che per primo governò la Mongolia dopo l’indipendenza del 1921. Il suo vero nome è forse il più lungo della storia, 44 lettere: Agvaanluvsanchoooyjindanzanvaanchigbalsambuu. Era a metà strada fra un santo, reincarnazione di Zanabazar, e un condottiero senza scrupoli: nel 1872 si impadronì del potere e nel 1911 viene proclamato Bogd Khan e posto al vertice del movimento di indipendenza mongolo sui manchu prima di essere eletto a capo del Governo Popolare della Mongolia senza però nessun potere effettivo. Muore nel 1924 tra alcolismo e scandali sessuali. Il suo spirito eccentrico lo si intuisce dall’inquietante esposizione nel palazzo di una quantità esagerata di animali rari imbalsamati e di una gher rivestita con le pelli di 150 leopardi delle nevi che, anche grazie a questo signore, oggi sono quasi estinti. Il complesso del Palazzo, ristrutturato alla fine del 2007, è gradevolissimo con una serie di stanze affondate nel verde. I gestori vi seguiranno con le chiavi aprendo le varie sale di volta in volta e richiudendole appena ne uscirete. Troverete aperto il complesso di solito dalle 9.30 alle 16.30 (gli orari però sono piuttosto elastici: attenzione perché resta chiuso, misteriosamente, il mercoledì e il giovedì). L’ingresso del Palazzo del Bogd Khan, diventato museo dal 1961, è un sontuoso portone di legno realizzato senza l’utilizzo di nessun chiodo ma con 108 incastri, numero sacro per il buddhismo. Ma i visitatori entrano da una porticina laterale, alla cui destra si apre il vero e proprio Palazzo d’inverno, un edificio bianco arredato da sfarzosi doni portati al padrone di casa da autorità straniere, come un paio di stivali d’oro massiccio offerti dallo zar di Russia, gioielli, magnifici vestiti e mobili d’epoca. Al piano superiore si trova una decina di sale: si possono ammirare il trono e altre poltrone di pregio, una notevole collezione di thanka, da non perdere, la parrucca e i gioielli della regina, una catena di teschi in avorio, una pelliccia del sovrano confezionato con 80 pelli di volpe oltre a una giacca che è costata il sacrificio di 600 zibellini, il documento originale della dichiarazione d’indipendenza dalla Cina e, paradossalmente, alcuni vasi cinesi. Proseguendo nel cortile del Palazzo si può passeggiare fra i vari templi e padiglioni, che conservano autentici gioielli di arte e religione, fra cui capolavori di Zanabazar, il più grande artista mongolo vissuto nel Seicento. Di fronte alla residenza del Bogd Khan si trova il Tempio di Maharajas che custodisce strumenti musicali, pitture e oggetti religiosi; più avanti il Tempio degli Apostoli (detto Naidan) con due tempietti laterali addobbati da pitture buddhiste e, in fondo, il tempio principale, chiamato Nogoon laviran: questo era il luogo riservato al Bogd Khan per le sue preghiere. E’ arricchito da sculture di artisti mongoli e tibetani del Settecento e dell’Ottocento.
DAMBADARJAA (monastero) Anche se resta poco dell’originale di fine Settecento, è interessante una breve escursione a nord della città per ammirare questo monastero costruito dall’imperatore manchu che accoglieva circa 1.200 monaci. Nel 1937 è stato trasformato in ospedale ma conserva ancora alcuni dei 30 templi originali.
DASH CHOILON (monastero) Attraversando la piazza principale da via Sukhbaatar e proseguendo mezzo chilometro a nord est, si incontra il Dash Choilon, un monastero ricostruito nel 1991 all’interno di tre strutture che ricordano delle enormi gher, ereditate dal circo di stato. Un centinaio di monaci vivono qui ma, contrariamente a Gandan e ad altri monasteri mongoli, sono “berretti rossi”, concorrenti dei “berretti gialli” legati al Dalai Lama. Aperto dalle 10 a mezzogiorno, con possibilità di assistere, discretamente, alle funzioni religiose.
OTOCHMAARAMBA (monastero) Proseguendo un chilometro a nordest rispetto al Dash Choilin (siamo già nella polverosa periferia della capitale, oltre la “tangenziale” dell’Ikh toiruu nel distretto Bayanzurk), c’è l’Otochmaarambam. Come monastero non offre molto di interessante ma, sulla base delle tradizioni conservate dai monaci, ospita la sede del Mamba Datsan, clinica di medicina buddhista. E’ aperta dalle 9 a mezzogiorno.
I MUSEI DI ULAANBAATAR Aperto dalle 10 alle 16.30 da martedì a sabato (ma gli orari sono piuttosto elastici), chiuso domenica e lunedì. Si trova appena a sinistra rispetto al Parlamento nella piazza principale: è una struttura grigia e squadrata ma dentro custodisce dei veri gioielli della storia mongola, dalle origini fino agli usi e costumi quotidiani, passando attraverso le reliquie del grande impero di Gengis Khan. Primo piano: antiche pitture, petroglifi (incisioni su pietra), steli e altri oggetti risalenti al periodo unno e uiguro. Secondo piano: splendida collezione di costumi di tutte le etnie mongole con corredo di cappelli e ornamenti. Terzo piano: è il più entusiasmante. Si possono rivivere le gesta epiche di Gengis Khan e dei guerrieri mongoli attraverso armature antiche perfettamente conservate, armi e altri strumenti bellici, selle, ma anche una gher completa, strumenti musicali e il carteggio originale del 1246 tra papa Innocenzo IV e il khan Guyuk, con tanto di sigillo imperiale. Ci sono anche oggetti religiosi, come l’inquietante corno Ganlin realizzato con femori umani e utilizzato dai monaci per chiamare i fedeli alla preghiera e allontanare gli spiriti maligni. Il sito Internet ufficiale è www.nationalmuseum.mn
Poche decine di metri più a nord rispetto al Museo nazionale della storia mongola, si incontra un ampio edificio candido a tre piani che ospita l’emozionante Museo di storia naturale, un vero e proprio balzo nella preistoria. Senza troppi fronzoli estetici, sono esposti alcuni scheletri integrali di dinosauri rinvenuti nel deserto del Gobi negli anni Venti dal paleontologo Ray Chapman Andrews. Tra questi, un Saurolophus, bestione con il becco d'anatra che raggiungeva 8 metri di altezza cibandosi di sola erba, ma si resta a bocca aperta di fronte al cugino asiatico del tirannosauro, 12 metri in lunghezza e 5 in altezza: è il Tarbosauro, vorace divoratore di carogne chiamato Tarbosaurus. Ci sono anche fossili, ossa e uova di dinosauro, meteoriti. Al secondo piano, il museo del cammello.
Se arrivate al Parlamento in piazza Sukhebaatar, imboccate la strada subito a sinistra (la Khudaldaany gudamj) e percorretela per circa cinquecento metri. Sulla destra troverete un civettuolo edificio verde acqua che ospita la più bella galleria d’arte della Mongolia dedicatA a Zanabazar (1635-1724), il Leonardo da Vinci delle steppe. Ristrutturato in occasione degli 800 anni dell’Impero nel 2006, è aperto ogni giorno dalle 9 alle 18. Fondato nel 1966, raccoglie testimonianze antiche, oltre diecimila opere d’arte, molte delle quali provenienti da monasteri distrutti dalle purghe sovietiche e soprattutto la migliore produzione delle raffinatissime sculture di Zanabazar. Il museo è diviso in varie sezioni. Arte antica: sono esposte sculture in roccia del neolitico fino al periodo turco del VII secolo. Zanabazar: i capolavori dell’artista sono concentrati in questa sala, la più suggestiva del museo. Oltre alle sue meravigliose statue buddhiste in bronzo, si possono ammirare dipinti, molti dei quali sono stati realizzati dai suoi allievi che hanno ritratto Zanabazar come un dio. Thanka e mandala: migliaia di meravigliosi arazzi sacri di ogni dimensione, secondo la tradizione tibetana, sono esposti in diverse sale. Oggetti rituali: tutta l’arte buddhista in questo padiglione che comprende costumi e maschere Tsam, oltre a una bellissima esposizione di oggetti religiosi. Galleria Sharav: i dipinti del pittore Marzan Sharav (1869-1939) diventati ormai patrimonio tradizionale mongolo. I due più famosi sono “La festa dell’airag” e soprattutto “Un giorno in Mongolia” che descrive come in un mosaico tutte le attività classiche che si svolgono nella comunità, alcune anche piuttosto forti o scabrose. Pitture moderne: collezione di quadri dal XIX secolo a oggi, realizzati con tecniche tradizionali, su legno, fino ad arrivare alle più recenti tendenze artistiche. All’interno dl museo c’è anche una sala dedicata alle mostre temporanee, che ospita soprattutto i pittori giovani ed emergenti. Il museo di belle arti Zanabazar si può anche visitare su Internet all’indirizzo: www.zanabazarmuseum.org
MUSEO DELLE VITTIME DELL’OPPRESSIONE POLITICA* Cinquecento metri dalla piazza principale, dandole le spalle, si trova una casa di legno a due piani che custodisce gli orrori delle persecuzioni sovietiche dal 1930 al 1952. Ventottomila mongoli, soprattutto monaci, intellettuali e scienziati ma anche donne e bambini, morirono in nome del comunismo. La loro memoria è nei documenti, nelle fotografie e nei nomi incisi sulle pareti di questo museo triste ma molto interessante, oltre che doveroso. Il museo è dedicato al premier Genden, assassinato a Mosca dal Kgb per aver rifiutato gli ordini di Stalin che trovò invece un partner prezioso in Choibalsan. La figlia di Genden nel 1996 mise a disposizione questa casa per trasformarla in un museo della memoria. E’ aperto da lunedì a venerdì dalle 10 alle 16.30 e il sabato dalle 13 alle 14.30. Vedi anche sezione CHOIBALSAN
MUSEO INTERNAZIONALE DELL’INTELLETTO* Un paio di chilometri a est della piazza Sukhbaatar, non lontano dal palazzo dei lottatori, sorge questo delizioso appassionante museo ingiustamente snobbato dai tour classici della città: è un vero e proprio elogio all’intelletto umano attraverso 11.000 oggetti provenienti da tutti i paesi del mondo. Sono esposti (ma in molti casi si possono anche maneggiare) migliaia di puzzle di ogni dimensione e difficoltà, giochi che sembrano magie ma che si basano su illusioni ottiche, inerzia, equilibrio, gravità, migliaia di bambole proveniente da cento Paesi, alcune antichissime. E poi c’è una scacchiera gigantesca (oltre 7 metri per lato), dove sono rappresentati personagi epici come Gengis Khan e la principessa Mandhukai, e una scacchiera minuscola, di dieci centimetri per lato e con pezzi intagliati nel legno alti 4 millimetri. Aperto ogni giorno dalle 10 alle 18.
MUSEO DI ULAANBAATAR Un chilometro e mezzo da piazza Sukhbaatar, percorrendo il viale della Pace in direzione opposta a Gandan, si raggiunge il museo cittadino di Ulaanbaatar, davanti all’ambasciata inglese e di fianco al palazzetto dei lottatori. Questa casetta bianca a un solo piano, aperta d’estate dalle 9 alle 16, chiusa sabato e domenica racconta la storia della capitale dalla sua fondazione nel 1639 ai giorni nostri attraverso documenti rari, illustrazioni e foto d’epoca. C’è anche una bizzarra veduta di Ulaanbaatar incisa su una zanna di elefante e opere intagliate sul legno dell’artista mongolo Natsagdorj, a cui pure è dedicato un piccolo museo autonomo vicino alla biblioteca nazionale sul viale Gengis Khan.
MUSEO MILITARE Alla periferia est della città, qualche chilometro dal centro, un edificio che assomiglia a una nave ed è annunciato da pezzi di artiglieria e carri armati parcheggiati di fronte. All’interno si possono visitare due sezioni distinte: il padiglione orientale propone reperti dall’età della pietra fino al XIX secolo, in quello occidentale c’è la storia bellica più recente, dalla rivoluzione del 1921 alla Seconda guerra mondiale, con armi, bandiere, uniformi e pitture. Il museo è aperto d’estate, tranne martedì e mercoledì, dalle 10 alle 17.
DOVE
MANGIARE, BERE E DORMIRE A ULAANBAATAR
SHOPPING A ULAANBAATAR Fare shopping a Ulaanbaatar sembra una follia e fino a pochi anni fa lo era veramente. Negozi nascosti negli scantinati più improbabili, banconi deserti, pochi oggetti di pura sopravvivenza, mercati polverosi popolati da rigattieri e artigiani di fortuna, alimenti essenziali e assenza totale di frutta, verdura, pasta, vino e altri prodotti che per noi sono primari. Fare due compere era un’impresa, ma era anche più avventuroso e affascinante, oltre che molto economico. Oggi è tutta un’altra cosa: la capitale si è emancipata, è diventata una città a livello occidentale anche nella disponibilità delle merci. Negozi scintillanti e supermarket aprono (e chiudono) ovunque, la libera concorrenza è diventata quasi frenetica e purtroppo non mancano episodi, a noi tristemente noti da tempo, di pizzi e minacce mafiose. Anche i prezzi stanno schizzando verso i livelli occidentali, soprattutto quando la clientela è potenzialmente costituita da stranieri. Restano però alcuni angoli intonsi, mercati polverosi e affollatissimi, dove con 500 tugrug puoi comprare un vestito, dove puoi trovare arredamento originale per le gher o abiti tradizionali a cifre irrisorie, dove con un dollaro ti compri anche due chili di carne, dove vedi sbucare dalle bancarelle passaporti di gente defunta, antichi dipinti religiosi, medaglie del periodo sovietico, statuette di Buddha, gioielli in argento e corallo, scacchi intagliati nel legno. Insomma, un vero incanto per i viaggiatori che desiderano comprare oggetti autentici. Attenzione però: i reperti antichi e religiosi non possono essere esportati. Anche se vi fanno l’occhiolino e li immaginate già sul vostro scaffale d’onore, lasciateli dove stanno. Per portarli in Italia bisogna prima passare dalla Sovrintendenza delle Belle Arti ma l’iter è talmente lungo e complicato (fortunatamente per i mongoli) che non riusciresti a svolgere le pratiche in tempi utili. Se cercate di arrotolare con nonchalance la merce dentro i pantaloni nella valigia, non pensate di farla franca. All’aeroporto Gengis Khan sarete puntualmente chiamati all’altoparlante, convocati dall’ufficio di polizia al piano interrato e invitati ad aprire la valigia. Gli oggetti saranno requisiti. C’è la possibilità di esportare solo oggetti comprati in negozi autorizzati che vi rilasceranno un regolare certificato: ovviamente i prezzi sono enormemente più alti, ma spesso valgono comunque la pena. Antiquari affidabili si trovano all’interno dei musei ma ne sono sorti molti sul viale della Pace e nella strada a nord dello State Department Store. Ci sono anche dei deliziosi negozietti lungo la strada che porta a Gandan, ma evitate le tentazioni di chi vi porterà nella propria gher a farvi ammirare un vero e proprio museo, uova di dinosauro comprese. E’ un’esperienza divertente ma la merce è quasi sempre fasulla. Un’altra avvertenza per i mercati all’aperto: con la frequentazione sempre più assidua di turisti disinvolti, il rischio di furti e aggressioni è aumentato negli ultimi tempi. Serve solo il buon senso, per la vostra incolumità e per la dignità dei mongoli: evitare quindi di sfoggiare la vostra presunta ricchezza, macchine fotografiche, gioielli e non dimenticate che, se voi state cercando un souvenir da portare a casa, gli altri clienti stanno cercando di raccattare due cose per sopravvivere. Gli orari e i giorni di apertura dei mercati sono piuttosto elastici e cambiano anche a seconda della stagione: generalmente restano aperti dalle 10 alle 20 tutti i giorni. Nei negozi più evoluti si può comprare con dollari statunitensi, altrimenti tenetevi una scorta di tugrug. L’euro comincia timidamente a essere accettato ma solo in pochi locali.
Gli abitanti di Ulaanbaatar lo chiamo Ikh delguur, grande negozio, ed è la mecca del consumismo mongolo (foto a destra, di Federico Pistone). Sulla facciata la scritta è in inglese “State department store”, a ribadire le velleità di questo punto di riferimento che fino a pochi anni fa era destinato soprattutto agli stranieri ma che ora è il punto di riferimento (e di incontro) per tutti i mongoli. E’ un edificio di cinque piani sul viale della Pace, a metà strada fra la piazza e Gandan, a un passo da tutte le attrattive e i locali. Ogni giorno, dalle 9 del mattino alle otto di sera (la domenica l’apertura è dalle 10 alle 18) c’è un frenetico viavai di persone che salgono e scendono le scale del palazzo. A pian terreno c’è il reparto alimentare, sempre molto affollato, dove troverete tutto: dai prodotti mongoli (compreso latte di cammello e yogurt di giumenta) a quelli internazionali: vino bulgaro, pasta italiana, frutta e verdura cinesi, formaggio, perfino i dolci. Nei piani superiori, si trovano i settori casalinghi, hi-fi, fotografia, abbigliamento, campeggio: tutti ottimi prodotti a prezzi quasi europei, a volte anche superiori come nel caso di televisori, computer di alcune edizioni di cd musicali. Ma è il quinto e ultimo piano che è il più ambito dai turisti, tanto che è stato applicato un tornello per accedere e controllare il flusso dei clienti. Qui si può davvero trovare di tutto, dalle orribili riproduzioni di gher a splendide bamboline in feltro, da discutibili borsette in pelo di volpe ad autentici strumenti musicali tradizionali, e ancora dipinti, antiquariato, mappe, cd, libri, gioielli, scacchi, perfino archi e frecce come quelli di Gengis Khan e i costumi originali dei lottatori. I prezzi sono abbastanza elevati ma non proibitivi e la comodità è quella di trovare tutto in un posto solo. Dal 2009 è stata avviata un'opera di profonda ristrutturazione di questo piano.
Entrare in questo “mercato nero”, che i mongoli chiamano anche semplicemente Zakh (mercato) o Schin Zakh (mercato nuovo), è come vivere un film. Per arrivarci occorre prendere un’auto e dirigersi in dieci minuti verso la zona orientale, a est del fiume Selbe. La confusione che regna ogni giorno è impressionante: quasi duecentomila persone frequentano quotidianamente questa immensa cittadella del commercio ambulante, aperta tutti i giorni ma che raggiunge il massimo delle esposizioni nel fine settimana. Si paga un obolo per entrare e poi ci lascia afferrare dal fascino delle migliaia di bancarelle che propongono di tutto, a prezzi stracciati. Per spezzare il ritmo all’interno del Narantuul market si può anche mangiare in qualche semplice ristorantino. Alcuni venditori propongono oggetti che fanno gola ai turisti ma vanno assolutamente evitati gli oggetti antichi e religiosi. L’accorgimento di essere prudenti per evitare borseggi, in questo mercato va ancor più raccomandato. E’ imminente l’apertura di un mercato attiguo che si chiamerà Dunjingarav.
MERCURY E’ un grande e piacevole mercato alimentare, dove si può trovare anche altra merce varia. Per arrivarci, dare la spalle allo State department store e percorrere la via che porta al circo di stato, riconoscibile per la sua grande cupola ellittica blu. In fondo alla strada, piegate a destra e vi troverete al Mercury, aperto tutto l’anno. Ideale per chi vuole comprare carne, verdure e altri cibi a prezzi molto convenienti. Ci sono anche alimenti pregiati, come gamberi, granchi e caviali, ma attenzione alla data di scadenza. Accanto, si trova il Dalai eej, un altro mecato alimentare specializzato in vini e liquori. Fa parte della catena Minii delguur (il mio negozio) che ha aperto numerosi punti vendita a Ulaanbaatar e in altre città della Mongolia.
GOBI Privatizzata nel 2007, la fabbrica Gobi è il
punto di riferimento principale per la lavorazione, la produzione e la vendita
del pregiato cashmere mongolo. E’ possibile visitare la struttura e acquistare
direttamente la merce. I prodotti migliori sono le coperte di cashmere (al 100
per cento o al 90 per cento), coperte di cammello, maglioni, sciarpe, guanti e
altri oggetti. I prezzi sono discreti, certamente convenienti rispetto a quelli
italiani, ma non aspettatevi la liquidazione. Per conoscere gli altri mercati e punti vendita principali, scrivete a info@mongolia.it oppure consultate la guida "Mongolia" di Federico Pistone (Polaris)
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