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DIARIOSILVIA
VERONESI
E' stato un viaggio
meraviglioso, anche se molto duro e difficile. Penso che La Mongolia sia
una terra di cui non ti innamori subito ma piano piano. Le sonorità così
difficili della sua lingua ti entrano nella pelle come le note della
fragranza di un profumo, le note di testa all'inizio e poi il cuore,
così intenso da diventare una cosa unica
con
la pelle della persona che lo indossa; così la Mongolia e i suoi spazi,
i suoi suoni, i suoi colori, i suoi odori, ti entrano nel cuore piano e
poi non se ne vanno più; restano per sempre lì.
Una terra meravigliosa
dove il simbolo tibetano dell'infinito si declina ovunque, negli spazi
interminabili senza alberi che fanno da specchio ai propri pensieri, nel
"sentire" che si legge negli occhi della gente. E' incredibile come il
viaggio riesca a creare altre dimensioni, altri rapporti umani in uno
spazio temporale che diventa virtuale quando si ritorna nel proprio
paese?
Spazi
quotidiani convissuti tutte le ore del giorno e buona parte della sera
con persone del luogo che improvvisamente si lasciano e probabilmente
non si vedranno mai più? Come i volti ormai familiari della nostra guida
e del nostro autista sempre pronti ad accompagnarci e ad assisterci con
il sorriso. Improvvisamente si parte e i loro volti piano piano sfumano
nel nulla fino a ricordarne vagamente i tratti somatici... come un
mandala tibetano.
Sono rimasta molto
colpita dal Gobi, e dal lago vulcanico Terkhinn Tsagaan nuur. Vorrei
tornare per visitare meglio il Gobi.
Adesso sono tornata a
casa e all'inizio ho fatto fatica a dormire in mezzo ai muri senza
sentire yak ruminanti o il richiamo dei falchi, mi mancano da morire
quegli spazi infiniti, quel vuoto pieno di cose da raccontare.
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