PERSONAGGIVON UNGERN-STERNBERG
 

“E ora ti rivelerò chi sono. Intorno al mio nome aleggiano così tanta paura e odio che nessuno potrà mai distinguere nella mia vita il vero dal falso, i fatti davvero accaduti e la leggenda. E tu scriverai di me, ricordando il tuo viaggio in Mongolia e il tuo soggiorno nella yurta del Generale Sanguinario”  Ferdinand Ossendowski – “Beasts, Men and Gods”

 

IL BARONE SANGUINARIO

Chi si presenta così all’attonito scienziato e scrittore polacco Ferdinand Ossendowski è Roman von Ungern-Sternberg. Personaggio meglio noto col soprannome di Bloody Baron, il Barone Sanguinario, nato il 22 gennaio 1886 a Graz, in Austria*, da una famiglia della nobiltà baltica, e imbottito di pallottole da un plotone d’esecuzione bolscevico nel 1921 a Novosibirsk. Quella di von Ungern-Sternberg  è una vita avventurosa  che dà il meglio di sé soprattutto dal marzo all’agosto del 1921, quando il Barone è dittatore della Mongolia. Già prima di allora Roman manifesta manie di grandezza e spirito bellicoso: militare in Siberia, poi, durante la Prima Guerra Mondiale, in Galizia (dove si prende una bella sciabolata in fronte - incidente che forse avrà a che fare con le follie future - e parecchie onorificenze), infine dislocato agli ordini del generale Semenov ai confini orientali dell’impero russo. La rivoluzione bolscevica del 1917 prende Roman in contropiede. Né dalla parte dei rivoluzionari (che gli hanno per giunta trucidato la moglie), né dalla parte dei Bianchi, fautori dello zar, il Barone decide di combattere per se stesso. I contemporanei ricordano di lui, oltre al carattere a dir poco instabile, una testa incredibilmente piccola. Piccola, ma perniciosamente sovraffollata da idee pericolosissime. Una mistura esplosiva di filosofie messianiche e buddismo tantrico nella più deteriore delle sue accezioni.  

 

LA NUOVA SHAMBALA

Roman, studioso del buddismo, vuole infatti creare un ordine militare buddista, composto dall’elite dell’Asia: Cinesi, Mongoli, Tibetani, Afgani, Tatari, Buriati e Kirghizi. Il loro scopo è combattere il marcio Occidente rivoluzionario, regno delle Bestie, e far trionfare Il Bene e la Divinità. A suon di sventramenti, eccidi e bagni di sangue, naturalmente. Roman rafforza le sue idee impugnando come un’ascia il suo albero genealogico, che vanta, a suo dire, Attila, e poi via via lungo il tempo e lungo le guerre, un cavaliere crociato fedele compagno di Riccardo Cuor di Leone, un bellicoso infante che undicenne partecipa alla Crociata dei bambini (e presumibilmente, come buona parte di quei malcapitati pargoli, ci resta secco), un drappello di cavalieri teutonici e l’avo più amato, un alchimista del XVIII secolo, che si conquista l’appellativo di ‘Fratello di Satana’. Buon ultimo di tanta schiatta, Roman si guadagna sul campo il soprannome di Bloody, sanguinario. Nel 1919 la follia mistica di Roman incontra un’altra poderosa follia mistica: quella del Monaco Vendicatore. Si tratta di Dambijantsan, un lama appartenente all’ordine dei Nyngmapa, i berretti rossi, dalla tradizione ben più antica dei Berretti Gialli, la forma di lamaismo dominante. I berretti rossi sono guardati con sospetto per la loro pratica di oscure arti magiche. Dambijantsan per giunta è uno spericolato esploratore degli anfratti più oscuri e truci del tantrismo, e non si fa scrupolo di usare la violenza, tanto da terrorizzare la popolazione mongola fin dai primi del Novecento. Tra le sue passioni, per esempio, c’è quella di estirpare il cuore dei nemici dai loro corpi ancora vivi. L’incontro tra i due pazzerelli è fatale: insieme creano un esercito, la cui uniforme  contempla una giubba rossa con spalline adorne di swastika (il simbolo sanscrita del sole) e le iniziali del Buddha Vivente. Per tenere le truppe in esercizio, Roman applica la legge tantrica del rovescio: imbottire i soldati di alcol, oppio e hashish fino al collasso, di giorno, e fargli smaltire l’indigesto cocktail la notte. Chi al mattino è ancora ubriaco, è passato per le armi. Il Monaco Vendicatore e il Barone danno alla loro impresa (ripulire la Mongolia dai dominatori cinesi, e rintuzzare le mire russe sul paese) una bella pitturata di antichi miti: rispolverano Shambhala e Agharti, i paradisi primordiali dei giusti, luoghi edenici che vogliono riportare in vita grazie allo sterminio di tutti i nemici (cinesi e occidentali). Per questo il barone e il monaco si definiscono guerrieri di Shambhala e perfezionano la loro missione con l’aiuto degli oroscopi.

 

LE PROFEZIE DEI LAMA 

I lama al seguito di Roman riconoscono infatti in lui l’incarnazione del grande guerriero Tamerlano, attingono alla profezia della Pietra Bianca (“… verrà un messia nell’anno del Gallo Bianco, il 1921…”) e suggeriscono al barone di evocare lo spirito di Gengis Khan  e di Mahakala (Il Grande Oscuro, divinità guerriera buddista, protettrice della rivelazione) con spaventosi rituali mistici di cui fa parte l’ingestione dell’Alloghoi KhorKhoi, il verme mongolo della morte. Consci già allora del potere della pubblicità, i lama producono anche cartoline dell’esercito di Shambhala, da distribuire per tutto il paese. Roman va a nozze con questo immaginario, si ricopre letteralmente il corpo di amuleti mongoli e parte per la sua più grande impresa: liberare dalla prigionia cinese Bogd Kahn (Bogdo Geghen, 8° Buddha reincarnato), la principale autorità spirituale e politica della Mongolia. Anche quella di Bogd Khan è una figura affascinante: crudele, audace, ambizioso, con la passione neanche tanto nascosta di avvelenare i propri rivali, così dedito al vizio e all’alcol da diventare cieco negli ultimi anni di vita. Ma soprattutto Bogd Khan è un acerrimo nemico dei conquistatori cinesi, fatto che gli ha conquistato la sempiterna stima dei Mongoli. Bogd decide di servirsi di Roman per riprendere possesso della capitale Urga (oggi Ulan Baatar). Mossa azzeccata: nel gennaio 1921 Roman assedia la capitale, e, dopo numerose sconfitte, mette in atto il colpo di genio. Pazzerello ma non fesso, il Barone ordina infatti ai soldati di accendere tanti fuochi sulle colline che circondano la città, per far credere ai cinesi di essere assediati da un esercito assai numeroso. E i cinesi ci cascano.

 

MONGOLIA LIBERA?

A febbraio la Mongolia è libera dalla dominazione cinese, a marzo è proclamata monarchia indipendente sotto la dittatura del Barone. Che qualcosa di buono a questo punto la fa: porta nella capitale mongola l’elettricità, il telefono e un servizio di mezzi pubblici. Fa edificare ponti, favorisce la nascita di un quotidiano, riapre le scuole, costruisce ospedali e persino una clinica veterinaria.  Azioni magnanime, che stonano con la sua fama di folle spietato, dedito a scuoiamenti e squartamenti, a capo di un esercito di sanguinari e seguito da torme di lupi che si occupano di ripulire i campi di battaglia dopo il suo passaggio. Certo, alla buona fama del barone non hanno giovato la propaganda cinese e quella sovietica, che hanno sempre visto in lui un acerrimo nemico. Per giunta, pare che il Barone fosse sovvenzionato dal Giappone, altra bestia nera dei popoli asiatici e dell’impero sovietico. Il Barone comunque non ispira fiducia neanche ai suoi alleati: Bogd Khan sospetta di lui e ordina ai mongoli del suo esercito di disertare. I sovietici intanto si fanno sotto e danno man forte all’eroe mongolo Suhbaatar (Sukhe-Bator) e alla sua Armata Rivoluzionaria del Popolo Mongolo. Suhbaatar sconfigge Roman, che si dirige verso la Buriazia tentando di entrare nel territorio sovietico. Sono i suoi stessi soldati, annusata l’aria di sconfitta, a consegnarlo nelle mani dell’esercito sovietico il 21 agosto 1921. La fine di Roman è tanto scontata quanto fuori da ogni regola la sua vita: un tribunale militare lo condanna a morte in fretta e furia. E Roman, trascinato a Novosibirsk (e sempre ricoperto dagli amati talismani mongoli), muore impallinato dal plotone d’esecuzione dopo aver inghiottito la Croce di San Giorgio, per non far cadere l’onorificenza degli Zar nelle mani degli esecrati rossi.  

 

DAL TANTRA AI FUMETTI

Sembra che tutto finisca qui. E invece no: ricordiamoci del fascino del tantrismo, e del potere dei miti. Per molti, Roman diventa la reincarnazione di Gengis Khan. Addirittura il XIII Dalai Lama del Tibet, predecessore del Dalai Lama attuale,  dichiara che il Barone è l’incarnazione di Mahakala. E ancora oggi su alcuni siti buddisti i forum pullulano di interrogativi sul vero valore di Roman come uomo e come incarnazione tantrica. Inutile dire che il Dalai Lama attuale, nel corso della sua prima visita in Mongolia, interpellato sull’argomento, ha sorriso ed è andato via adducendo impellenti impegni. Su Roman resta il libro di Ferdinand Ossendowski, “Bestie, uomini e dei. Il mistero del re del mondo” (Edizioni Mediterranee), dedicato all’intreccio di politica, oscuri miti e leggende della Mongolia dei primi del Novecento. E, incredibile, ma vero, anche un libro per bambini, “The Bloody Baron”, di Nick Middleton (edizioni Short Books). Stupisce meno che la figura del Barone abbia ispirato i creatori di un videogame, Iron Storm, che in suo onore hanno inserito nel gioco (un fantasy bellico su un impero russo-mongolo negli anni Sessanta) il personaggio del "Baron Ugenberg", naturalmente un perfetto malvagio. Perfino il celebre fumettista  Hugo Pratt, disegnatore di Corto Maltese, ha dedicato al Barone un ritratto e una scheda. Chissà se Roman ne sarebbe lusingato…  

Rita Ferrauto

 

 

    *Questa sembrano la data e il luogo di nascita più accreditati. Per altre fonti, invece, il Barone è nato il 22 gennaio 1886 nell’isola di Dago, allora russa e oggi estone, o ancora il 29 dicembre 1885 a Graz