A cura di Mara
Tamburino per mongolia.it
(Allactaga Elater) - Daviaa alagdaaga Un minuscolo roditore che detiene
qualche primato: è il più piccolo della sua specie e ha un record di
velocità di oltre 48Km all'ora. Compie grandi balzi sulle zampette
posteriori, che sono quattro volte più lunghe di quelle anteriori.
Globalmente non è una specie minacciata, ma in Mongolia è raro: circa il 42%
degli esemplari di topo delle piramidi vive in aree protette. Non si conosce
l'esatta entità della popolazione, ma alcuni topolini sono stati avvistati
lungo il fiume Bodonch e nella località Khonin Usnii,
entrambe si trovano nel deserto Govi Dzungarian, nella zona B del
deserto, a protezione integrale. Una possibile minaccia è rappresentata dal
drenaggio delle risorse idriche e dalle perduranti siccità dovute
essenzialmente ai cambiamenti climatici in corso.
GERBOA TRE DITA
(Stylodipus Sungorus) Dzungarian daakai E' un altro minuscolo roditore molto particolare, dalle zampe anteriori cortissime e posteriori molto lunghe, con una strana caratteristica : ha solo tre dita. Purtroppo è in pericolo globale di estinzione, poiché vive quasi esclusivamente in Mongolia, ai confini con la Cina, nella zona del deserto Govi Dzungarian. Non sono noti i dati sulla popolazione di questo piccolo mammifero che come il Topo delle Piramidi è in pericolo a causa della mancanza d'acqua. Anche dopo accurate ricerche non siamo riusciti a reperire una foto del Gerboa tre dita, un invito (e una sfida...) per i futuri viaggiatori.
(Euchoreutes
Naso) Sooton alagdai
Il Gerboa dalle lunghe
orecchie possiede, in rapporto alla sua
corporatura, le orecchie più lunghe
del regno animale (35% più lunghe
della testa) e naturalmente un udito
finissimo: gli serve per cacciare i
piccoli insetti che rappresentano il 95%
della sua dieta. E' considerato molto
raro e divide il suo habitat con gli
altri tipi di gerboa, criceti e gerbilli
nel deserto Trans Altai Govi e
nella zona Zam Bilkhiin Gobi. Non
si conoscono dati precisi sulla
consistenza delle popolazioni, che
probabilmente vivono anche nel nord
della Mongolia interna (Cina).
Nel mese di Dicembre 2007 una notizia
clamorosa ha fatto il giro del mondo,
anche la tv italiana ne ha parlato. Un
gruppo di ricercatori della ZSL
(Società Zoologica di Londra), ha filmato per la prima volta un
Gerboa dalle grandi orecchie. Questa
bizzarra creatura salta come un canguro,
possiede orecchie
(Meriones
Tamariscinus) Sukhain Chicuul
Ancora un
piccolo roditore elencato come raro
nel Red Book sulla fauna della Mongolia.
Ha un aspetto snello e la pelliccia più
folta sul dorso, ed è stato introdotto
in occidente come animale da compagnia;
in cattività può vivere fino a 4 anni.
Ha una particolarità curiosa: se
minacciato la coda si stacca come quella
di una lucertola, disorientando il
predatore. Vive nelle zone prosciugate
dei fiumi Bodonch e Bulga nel deserto
Govi Dzungarian, come
pure nella parte nord-occidentale dei
rilievi Aj Bogd, nel deserto Govi Trans Altai, tutte zone semi
desertiche o steppe con vegetazione
sparsa, oppure scava tane nelle basse
dune dove vegetano cespugli di Tamerici
eurasiatiche. In Mongolia esiste la
sottospecie m.t. jaxtartensis, ma
attualmente non sono disponibili dati
sulla consistenza delle popolazioni di
entrambe le specie che corrono lo stesso
pericolo degli altri roditori presenti
in quei particolari e fragilissimi
habitat. Alcuni ricercatori dell'Alabama
(USA) stanno effettuando un esperimento
molto interessante con i Gerbilli
mongoli in cattività: hanno scoperto che
questo animaletto impara presto a
distinguere gruppi di vocali emesse
dalla voce umana. Questi studi servono a
comprendere la differenziazione uditiva,
cioè il come i bambini apprendono
i vari suoni prima che questi diventino
parole con significato compiuto.
(Uncia Uncia)
Tsoohor
Irves II
Leopardo delle nevi è un meraviglioso e timido
felino, perfettamente adattato a vivere a grandi
altitudini (in Mongolia fino a 4.200 metri) ma
purtroppo sempre più raro e vulnerabile.
Trascorre un lungo letargo in inverno e
partorisce in tarda primavera, fino a quattro
cuccioli alla volta. La causa del suo declino è
da imputarsi principalmente allo sterminio
sistematico di cui è stato vittima in passato,
ma anche alla caccia illegale e spietata
cui è ancora soggetto, con il commercio di frodo
della sua preziosa pelliccia, della carne che ha
presunte proprietà taumaturgiche e persino delle
ossa, impiegate dalla medicina tradizionale
cinese come sostituto delle ossa di tigre. Nel
palazzo d’inverno del Bogd Khan si può visitare
una gher realizzata con centinaia di pelli di
leopardo delle nevi, cucite insieme.
(Hequus Hemionis)
Hulan L'asino
selvatico o Emione, che un tempo colonizzava gran
parte del continente asiatico fino alla penisola
arabica , ora è quasi ovunque estinto nella
sua forma originaria. Nel sud della Mongolia
vive oltre l'85%.di tutti gli esemplari "puri"
esistenti al mondo, principalmente nelle aree a
protezione totale del Grande Gobi e nei deserti
Dzungarian Govi e Trans Altai Govi. E' un
animale ormai raro, dalle zampe snelle, grande
testa, lunghe orecchie e mantello dai bellissimi
colori che variano nelle due distinte sottospecie.
L'esistenza dell'emione è strettamente legata alla
presenza di acqua nel territorio dove vive: per
trovare l'elemento vitale questo mammifero assai
intelligente è in grado di scavare buche profonde
più di 60 cm nel letto dei fiumi in secca,
un'attitudine ben conosciuta e sfruttata dai pastori
nomadi che, seguendo le sue tracce, sono in grado di
dissetare il bestiame; durante l'inverno l'emione
ricava il prezioso liquido mangiando la neve. La
caccia all'Emione è proibita dal governo mongolo fin
dal 1953 ma purtroppo il bracconaggio, alimentato
dal traffico illegale di carne e pelli con la vicina
Cina, è ancora stimato in circa 3.000 esemplari
uccisi ogni anno.
Anche l'incremento rapido delle estrazioni minerarie
che ha fatto sorgere strade e nodi ferroviari prima
inesistenti, come pure la costruzione della ferrovia
UlaanBaatar-Pechino, stanno causando una pericolosa
frammentazione del suo habitat. Nel 2003 la
popolazione stimata di asini selvatici era di circa
20.000 esemplari, sono ora in corso
rilevamenti più accurati con la collaborazione di
Istituti di ricerca internazionali. (foto di
M. Stubbe) (Camelus
Bactrianus Ferus)Havtgai Temee
E' il
grande Re del Gobi, quasi certamente una
specie distinta dal cammello battriano
domestico, poiché fra quest'ultimo e il suo
progenitore selvatico esistono numerose
differenze morfologiche. Il cammello selvatico è
più alto e slanciato, ha un maggior volume
dell'encefalo e diversa forma del cranio. Questo
straordinario animale è uno fra i più forti
mammiferi del mondo, capace di sopportare
escursioni termiche estreme che vanno dai -
40°C ai + 40°C. In alcune aree carenti di
acqua dolce, il cammello selvatico si è
addirittura adattato a bere acqua salata e gli
scienziati non sono ancora riusciti a capire
come faccia ad espellere l'eccesso di sale. E'
elencato come molto raro dalla legge
mongola sulla fauna e fin dal 1930 ne è proibita
la caccia; tutti gli esemplari esistenti in
Mongolia vivono in zone protette nel deserto Trans Altai Govi, dalle zone precollinari
nella catena montuosa di Edren fino alla
zona di Shiveet Ulaan, dai monti Hukh
Tomortei fino ai confini con la Cina.
Proprio in Cina, nel Gashun Gobi (Lop Nur), che
per 45 anni è stata la zona d'elezione per i
test nucleari cinesi, il cammello selvatico non
solo è sopravvissuto agli effetti delle
radiazioni, ma è persino riuscito a riprodursi
naturalmente.
Attualmente in Mongolia sono presenti circa 500 cammelli selvatici, e il pericolo
maggiore per questo incredibile mammifero è dato
dall'ibridazione con i cammelli domestici;
questa pratica è molto seguita dagli allevatori,
anche se non se ne comprendono i motivi. Altro
motivo di preoccupazione per la sorte futura del
cammello battriano selvatico è la predazione dei
giovani esemplari ad opera dei lupi, e il
cianuro di potassio usato illegalmente dai
cercatori d'oro anche nelle aree di protezione,
un veleno che avvelena mortalmente le falde
acquifere. (foto
di
D.Enkbileg)
(Ovis ammon) Argali khony, Arkhar
L'Argali,
famoso per il bellissimo palco di corna che porta
regalmente sul capo (arrivano a oltre 150 cm) è la
pecora di montagna più grande del mondo.
Purtroppo queste due caratteristiche lo hanno da
sempre sottoposto a intensa caccia da parte
dell'uomo. In Mongolia, dove esistono due
sottospecie endemiche, la caccia all'Argali è stata
proibita fin dal 1953, salvo una quota di animali da
abbattere a pagamento, concessa annualmente dallo
Stato allo scopo di raccogliere fondi per la
salvaguardia di questo splendido animale. La
caccia illegale, sovente ad opera delle guardie di
frontiera, ha ridotto del 72% il numero di Argali
negli ultimi 26 anni. Sono in corso diverse
iniziative, anche a livello internazionale, per
modificare questo trend negativo. Gli Argali, nel
periodo invernale, migrano dalle zone d'alta
montagna fino alle pianure e sono presenti tutto
l'anno nei rilievi più bassi del deserto del Gobi.
Si riuniscono in grandi branchi fino a un centinaio
di individui, la stagione degli amori inizia a metà
Settembre e termina all'inizio di Ottobre, con gli
agnellini - uno o due per ciascuna madre - che
nascono in Aprile o Maggio. La distribuzione
territoriale è piuttosto ampia, si possono osservare
negli habitat montani dell'Altai, nel Govi Altai,
nel deserto Govi Dzungarian, nel deserto Trans Altai
Govi e nell'Alashan Govi. Circa il 14% della
specie vive in aree protette. Il numero totale di
Argali presenti attualmente in Mongolia è stimato
fra i 13.000 e i 15.000 capi. (foto di R.
Reading) (Procapra
Gutturosa) Tsagaan
zeer Lo
Zeren è un'antilope di medie dimensioni, endemica delle steppe e regioni semi-desertiche
della Mongolia, dove si stima viva il 92/96%
della popolazione globale di questa specie.
E' protetta dalle leggi statali e la caccia è
regolamentata, ma solo l'8% vive in zone
protette. Nel 1995 è stato proibito l'uso di
veicoli a motore per inseguire questa
particolare velocissima gazzella, ai
trasgressori che catturano illegalmente lo Zeren
viene comminata una multa fino a 40 dollari
USA. Il mantello dello Zeren è particolarmente
bello, bruno lucente con toni rosacei, più
chiaro nei mesi invernali, una caratteristica
particolare è la macchia bianca a forma di
cuore sulla parte posteriore; solo i maschi
possiedono corte corna a forma di lira. Durante
la stagione degli amori ai maschi si gonfia la
regione del collo, una specie di "pomo d'adamo"
che serve da richiamo per le femmine. Lo Zeren è
un grande migratore, si trasferisce in massa -
enormi gruppi che possono contare migliaia di
capi - alla ricerca dei pascoli; attualmente è
stanziato nelle parte centro-meridionale della
Mongolia, in particolare nelle zone del Govi,
steppa Halh, e nella Valle dei Laghi.
Di recente è stato avvistato nella provincia di
Domod e nella zona montagnosa del Hentii. Proprio a causa delle grandi
migrazioni che compie, è difficile stabilire
l'effettiva consistenza della popolazione di
questa preziosa gazzella; dati recenti oscillano
da un minimo di 180.000 a un massimo di
2.670.000 esemplari. Sono in corso
censimenti più accurati.
(foto di
B.Lhkagvasuren) (Saiga Tatarica)
Taatar Bokhon
L'antilope Saiga è un curioso
mammifero della famiglia dei bovidi, il suo
naso con il caratteristico prolungamento simile
alla proboscide del tapiro è il risultato di un
millenario adattamento alle polverose e severe
condizioni dell'habitat in cui vive: escursioni
termiche che vanno dai -50°C ai + 50°C nel Deserto del Gobi. Si ritiene che la funzione di
questo organo così particolare sia quella di
scaldare l'aria dei gelidi inverni mongoli durante
la respirazione, riducendo nel contempo la perdita
di liquidi nei mesi più caldi. Questo mammifero è in
grave pericolo di estinzione, in Mongolia
circa il 24% della specie - endemica - vive in zone
protette. Alla fine del 2007 un sistema ad alta
tecnologia - speciali collari contenenti
trasmettitori GPS - è stato adottato su una decina
di esemplari, lo scopo è di monitorarne gli
spostamenti e comprenderne le abitudini in modo da
promuovere un adeguato programma di conservazione.
La maggior parte della popolazione di antilopi Saiga
è stanziata in un'area ristretta divisa fra la
Riserva naturale Sharga negli Altai e la
grande depressioni dei laghi, più a nord, nella Riserva naturale di Mankhan. Si stima che
l'attuale numero di antilopi, della sottospecie
unica esistente in Mongolia, sia di soli 1.500/2.000 esemplari.
Moschus Moschiferus - Badanga Huder
Il
cervo muschiato indossa una folta pelliccia di
colore bruno con macchie bianche. Non possiede
corna ma è adornato di lunghi canini che
possono crescere fino a 10 cm di lunghezza, un
po' meno negli esemplari femmina, nei periodi di
carenza di cibo si nutre di muschio e licheni.
La ghiandola posta nella zona genitale dei
maschi secerne il preziosissimo "muschio",
ingrediente base per l'industria profumiera e
per numerosi rimedi usati nella medicina
tradizionale.
Ciascun maschio in tutta la sua vita produce solo 25 grammi di
muschio, ma i cacciatori di frodo uccidono
indiscriminatamente maschi, femmine e piccoli
per impossessarsi dell'essenza; si stima che per
ogni ghiandola di muschio acquisita, vengano
abbattuti quattro o cinque cervi. E' questo
il principale motivo del declino rapido della
specie, insieme al restringersi dell'habitat
naturale (grandi foreste di conifere e larici) a
causa degli incendi e delle attività umane. Per
preservare questo splendido mammifero e altri
animali in pericolo, la Mongolia ha istituito
diverse zone di protezione : i Parchi Nazionali
Horgo Terkhiin Tsagaan Nur (sulle
montagne dell'Hangai), Hovsgool Nuur, Korkhi
Terelj, e le aree di protezione totale
Khan Uul e Khan Hentii. Negli
anni 1980/1986 il cervo muschiato aveva una
popolazione di circa 44.000 individui,
ora si stima che la densità abitativa sia scesa
a meno di 0,2 esemplari per km2. E'
auspicabile uno sforzo congiunto fra le tre
nazioni - Mongolia, Russia, Cina - per portare a
termine un censimento su basi scientifiche.
Un'ultima curiosità: non è ancora stata risolta
l'attribuzione tassonomica del cervo muschiato,
alcuni scienziati ritengono appartenga alla
famiglia dei Moschidae, altri alla
famiglia dei Cervidae. (foto di R. Reading)
In Mongolia
esistono due sottospecie di Alce, il grande cervide
che può raggiungere il ragguardevole peso di 650
kg. Della prima - Alces Cameloides - esiste una
piccolissima popolazione di una settantina di
esemplari nell'area di protezione totale Nomrog,
nella catena montuosa di Ikh Hyangan. La
seconda sottospecie - Alces pfizenmayeri - è più
abbondante e popola le grandi foreste del nord, in
particolare le montagne dell'Hentii e gli
spazi lungo i fiumi Onon ed Herlen, dove si
nutre anche di piante acquatiche. Questo bellissimo
animale è capace di coprire enormi distanze, fino a
2.000, in cerca di cibo. Entrambe le specie sono
sottoposte a una forte pressione venatoria per i
trofei di caccia (palchi di corna) e per la carne,
specialmente dopo il declino degli altri grandi
mammiferi. Anche la perdita di spazi e
l'inquinamento delle acque dovuto al grande sviluppo
della ricerca mineraria concorrono al decrescere
delle popolazioni di Alce in Mongolia. Un dato
abbastanza impressionante: fra il 1926 e il 1985 un
milione e mezzo di tonnellate di palchi sono state
esportate in Russia. L'ultimo censimento è stato
fatto nel 1989, con una popolazione stimata di poco
più di 14.000 esemplari. (foto di
B.Lhkagvasuren)
(Martes zibellina) Oin Bulga La splendida fitta pelliccia invernale dello
Zibellino è - per sua disgrazia - famosa in
tutto il mondo. In Mongolia non è in pericolo di
estinzione, tanto che la caccia, totalmente
proibita dal 1953 al 2000, ora è permessa dal 21
ottobre al 16 febbraio, comunque circa il 20%
degli esemplari vive in zone protette. Due
le sottospecie presenti in Mongolia: la
M.z.Princeps, che abita le foreste di larici e
pini nelle regioni montagnose del nord, Hentii e
Daguur e la M.z.Averini,
presente nella catena degli Altai. Lo zibellino
è un carnivoro, abilissimo cacciatore dalle
abitudini notturne; fissa la propria dimora
in cavità del terreno, anfratti naturali fra le
rocce oppure nelle cavità degli alberi. Nel
corso degli incendi naturali che percorrono le
foreste i cuccioli sono particolarmente
vulnerabili in primavera, quando non escono
ancora dalle tane e possono rimanere
intrappolati dal fuoco. Non esistono censimenti
recenti della popolazione di zibellini in
Mongolia. Gli ultimi dati risalgono agli anni
'70, quando la densità abitativa nella zona del
Hentii era stimata essere all'incirca di 10.000 esemplari, vale a dire 11,7 individui
ogni 1.000 ettari. (foto di V. Medvedev)
(Otocolobus manul)
Manul
Il Manul è un piccolo gatto selvatico
un tempo diffuso dalle sponde del Mar Caspio
fino al Tibet ed alla Mongolia. Vive ad alte
quote (fino a 4.000 mt) in zone fredde,
aride e sassose e nelle steppe dell'Asia
Centrale. E' una specie quasi estinta
a causa del bracconaggio intensivo
subito negli anni passati per appropriarsi
della sua straordinaria pelliccia, la più
lunga e folta del regno dei felini;
alcuni pensano che le razze a pelo lungo di
gatto domestico derivino dal Manul, ma non è
un dato accertato scientificamente. Di
abitudini crepuscolari, pesa dai 2 ai 4,5
Kg. ed ha altre caratteristiche uniche:
pupille che contraendosi restano subrotonde,
zampe corte e testa molto appiattita con
piccole orecchie basse sui lati del cranio,
forse una strategia per mimetizzarsi fra la
bassa vegetazione, quando caccia i piccoli
mammiferi e gli uccelli che costituiscono la
sua dieta. Il colore della pelliccia è
grigio-rossastro, con striature su muso e
coda e la punta del pelo bianca, il che gli
conferisce un bizzarro aspetto "congelato".
In Mongolia, fra il 2005 e il 2007, sono
stati condotti accurati studi a mezzo di
radio-collare applicato su 27 gatti adulti
(12 maschi e 15 femmine), con l'obiettivo di
comprendere le abitudini e salvaguardare
questa splendida specie che è strettamente protetta dalle leggi sulla
caccia in Mongolia (ultimamente anche in
Cina). Il risultato delle ricerche è stato
presentato nella primavera 2007 da un gruppo
di scienziati riunitisi per l'occasione
nella capitale Ulaan Baatar. Il Manul è
ormai rarissimo, uno studio dell'IUCN
(Organizzazione mondiale per la salvaguardia
della natura) riporta la cifra di soli
117 esemplari in tutto il mondo, dei
quali 48 vivono negli Stati Uniti. (foto
da www.nikonclub.com)
L'alleanza fra i
nomadi e il cane è antichissima, molte pitture
rupestri dimostrano che nell'Asia Centrale i
pastori lo usavano per cacciare e sorvegliare le
greggi. Nelle sepolture degli Unni sono
stati rinvenuti oggetti raffiguranti la caccia
con i cani, oppure cani cremati insieme al
padrone nei riti funebri. Antiche fonti storiche
cinesi descrivono i cani degli Unni come "Grandi
cani molto feroci, con gambe forti e torace
largo" e questa razza non ha quasi subito
variazioni da allora.
Per i sempre più numerosi innamorati della Mongolia, pubblichiamo in
italiano un estratto del volume, che comunque può
essere consultato per intero (in inglese) all’indirizzo
http://www.regionalredlist.com/, insieme all’analogo interessante
libro che tratta della salvaguardia delle specie ittiche (Mongolian
Fishes).
Il
rapporto fra i Mongoli e il mondo animale è strettissimo e legato a vincoli
sacri e ancestrali. Il rispetto per l'ambiente e soprattutto per gli esseri
viventi che lo popolano è uno dei punti fermi della tradizione di questa terra.
Basta pensare agli stivali tipici, i gutul, con le punte in su per non
ferire i piccoli animali del terreno; o alle preghiere che vengono
recitate dopo l'uccisione di una preda o la morte per vecchiaia o malattia di un
elemento del gregge; e ai metodi indolori che vengono praticati quando un
animale deve essere sacrificato. Per una tradizione antichissima, i Mongoli
venerano cinque animali sacri: il cavallo, il
I bambini mongoli imparano a montare i cavalli subito dopo aver imparato a camminare e anche il più "cittadino" dei mongoli è in grado di cavalcare. Quando parliamo di "cavallo", ci ricorda Giancarlo Ventura di Soyombo, ci riferiamo all'Equus caballus, il cavallo domestico ma in Mongolia ancora esiste il cavallo originario: si tratta dell'Equus ferus przewalskii (dal nome dello scienziato e viaggiatore di origine polacca Przewalski - si pronuncia Shuvalski - al servizio dello zar che lo scoprì e lo descrisse nel XIX secolo), conosciuto in Mongolia con il nome di Takhi (spirito). In epoca antica i takhi dovevano essere molto numerosi: si dice che perfino Gengis Khan fu disarcionato dal suo cavallo impaurito dal passaggio di un takhi. Ma già pochi secoli più tardi dovevano essere diventati abbastanza rari se, come raccontano le cronache, uno di essi nel 1630 fu l'oggetto di un prezioso regalo fatto all'imperatore di Manciuria. Il colpo di grazia all'esistenza del takhi in Mongolia fu l'indiscriminata caccia all'animale organizzata dagli zoo occidentali: per procurarsi gli esemplari, si dava la caccia preferibilmente ai puledri, meno veloci nella corsa, che in larghissima parte morivano durante il periglioso viaggio in Europa o in America. Il takhi assomiglia più a una zebra che a un cavallo: collo massiccio e non molto lungo, zampe corte, criniera breve e ispida, manto color sabbia che si scurisce nei mesi invernali, non più di 140 centimetri al garrese. Geneticamente il takhi possiede 66 cromosomi contro i 64 del cavallo comune. Gli ultimi esemplari di questa specie furono visti nel 1960 nel deserto del Gobi. Il programma di reintroduzione non è stato così semplice perché si era persa la conoscenza di quale fosse il loro reale habitat. Alcuni studiosi dicevano che il loro luogo d'origine fosse il Gobi e che gli esemplari visti nella steppa si fossero spostati per motivi accidentali; altri erano convinti dell'esatto contrario. A queste diatribe tra scienziati, si aggiunsero gli interessi privati di alcuni gruppi occidentali i quali, sia per ingraziarsi il Governo mongolo sia per ragioni di prestigio, volevano affrettare, senza la dovuta preparazione, il ritorno dell'animale in Mongolia. Il takhi è molto importante nell'immaginario dei Mongoli che erroneamente credono fosse la montatura delle orde di Gengis Khan. Anche per questo gli hanno dato il nome "takhi", lo spirito della Mongolia.
UN PARADISO A RISCHIO
Dopo l’uscita del Red List UICN
(Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), l’universalmente
noto e benemerito libro che raccoglie i dati sulle specie in via di
estinzione, la ZSL (Società Zoologica di Londra) ha
recentemente pubblicato un dettagliato volume contenente l’elenco dei
mammiferi a rischio nella Repubblica di Mongolia. Il volume indica la
strada da intraprendere per arrestare il rapido e pericoloso declino di
molte specie. Lo studio, finanziato dalla World Bank nell’ambito del
Progetto Banca Dati della Biodiversità in Mongolia, ha coinvolto insieme
alla ZSL di Londra: l’Università Nazionale, l’Accademia delle Scienze e
il Ministero Ambiente e Natura della Mongolia, oltre all’UICN e ad altri
numerosi organismi regionali e internazionali.
Allo stato attuale delle ricerche, ben 21 specie risultano in pericolo di estinzione; la maggior parte è rappresentata da ungulati e carnivori che hanno subìto uno sfruttamento eccessivo, mentre per altri piccoli mammiferi, ad esempio i pipistrelli, i dati scarseggiano. Ciò non implica che questi ultimi siano a minor rischio, bensì che è necessario estendere la conoscenza delle popolazioni dei piccoli mammiferi nelle aree non ancora sufficientemente studiate. Scopo di questo volume è portare all’attenzione dei politici, degli ecologisti e del governo le azioni da intraprendere perché in futuro le popolazioni di mammiferi in Mongolia siano ancora vitali. Per alcune specie elencate in questo volume sono già state avviate misure speciali, il nostro lavoro non intende sostituirle, bensì accompagnarle e fornire alcuni suggerimenti.
Il futuro della preziosa biodiversità dei mammiferi in Mongolia dipende dal grado di coinvolgimento della popolazione mongola - e della comunità mondiale - nell’opera di salvaguardia degli animali che attualmente si trovano in grave pericolo di estinzione.
Lo scorso mese di Dicembre è apparso un articolo su BBC News, a firma Rob Norris: la Società Zoologica di Londra in un suo rapporto lancia un allarme sui gravi pericoli che minacciano la fauna selvatica in Mongolia, a causa della caccia di frodo e del commercio illegale. Negli ultimi 18 anni alcune specie sono diminuite del 92% e i cervi rossi, i cammelli selvatici, l’orso del Gobi stanno svanendo dalle steppe mongole. Molti problemi sono iniziati con il collasso del sistema comunista, la cui fine ha lasciato pesanti problemi di disoccupazione, con il risultato di un massiccio incremento della caccia illegale. Anche le leggi che regolavano caccia e commercio di selvatici sono diventate più permissive, mentre armi e veicoli sono molto più reperibili di un tempo. La Società Zoologica di Londra ha iniziato a lavorare con alcuni conservazionisti mongoli, nel tentativo di capovolgere l’attuale andamento negativo. Forte del fatto che 10 anni or sono gli ultimi esemplari del capostipite di tutti i cavalli, il Prezwalski, erano stati dichiarati estinti, eppure una lungimirante campagna di reintroduzione ha fatto sì che oltre 250 Takhi, come li chiamano i mongoli, ora galoppino nuovamente in libertà nelle immense steppe del Paese. Per leggere l’articolo originale clicca qui: http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/6172207.stm
Alcuni animali della Mongolia, come il leopardo delle nevi, sono oramai sull’orlo dell’estinzione a causa di caccia e commercio illegali. L’antilope saiga, il cammello selvatico, l’orso del Gobi sono in grave pericolo, insieme ad altri mammiferi e ad 11 specie di pesci, secondo la lista rossa relativa agli animali della Mongolia. Ci sono meno di 50 orsi del Gobi, circa 460 cammelli e un numero di leopardi delle nevi stimato in circa 1000 esemplari, nel territorio stretto fra Cina e Russia dove 2.800.000 persone esercitano ancora la pastorizia nomade. Anche le marmotte, una volta numerosissime, si sono ridotte di oltre il 75% negli ultimi 12 mesi, a causa della caccia sconsiderata. “Provate ad immaginare che il Parco Nazionale del Serengeti venga ripulito da ogni forma di vita senza che nessuno presti la minima attenzione a ciò che accade! E’ più o meno ciò che sta succedendo ora in Mongolia, in maniera troppo rapida e in un periodo di tempo troppo breve” - ha dichiarato Mr.Baillie, della Società Zoologica di Londra, durante la conferenza stampa che presentava i risultati di uno studio approfondito. “E’ indispensabile emanare delle leggi che proteggano le specie minacciate di estinzione, vigilare affinchè vengano osservate. Diversamente da altre aree del mondo, dove la scomparsa degli animali è dovuta al degrado dell’habitat, in Mongolia il pericolo più grave è rappresentato dalla caccia.” Patricia Reaney Per leggere l’articolo originale clicca qui: http://www.planetark.com/dailynewsstory.cfm/newsid/39432/newsDate/12-Dec-2006/story.htm
Scrive Kathryn Ree – Reuters: L’Africa, da sempre meta privilegiata per chi esercita la caccia grossa, sta perdendo terreno a favore di nuove esotiche frontiere. Secondo un’agenzia del Montana specializzata in viaggi di caccia “Russia e Mongolia sono molto richiesti, negli ultimi 10 anni. La Russia perché è stata chiusa agli stranieri per 70 anni, mentre in Mongolia i cacciatori cercano il senso dell’avventura, è un Paese rimasto pressochè identico dai tempi di Gengis Khan” Fra le 20.000 persone presenti al 35° convegno Safari Club International tenutosi recentemente a Reno, tutti cacciatori entusiasticamente riuniti per conoscere le nuove zone di caccia in offerta, un settantaduenne del Nevada raccontava sognante che lo scorso anno ha cacciato orsi in Russia, “Non puoi mangiare l’orso perché pieno di parassiti, ma a me interessa portarmi a casa la sua pelle” – ha detto. I difensori dei diritti animali commentano tristemente questa tendenza: “E’ completamente sbagliato; una capra di montagna soffre esattamente come soffre un elefante. E’ una disgrazia che queste persone che impiegano una tale quantità di soldi per ammazzare un animale non si rendano conto di quanto sarebbe più giusto spendere per viaggiare, osservare gli animali vivi e magari donare qualche spicciolo per aiutarne la protezione” Per leggere l’articolo originale clicca qui: http://www.enn.com/today.html?id=12105&ref=rss
UN PASSATEMPO BARBARO E COSTOSO La caccia è affare per ricchi. Esistono molti (troppi) siti web nei quali vengono offerte spedizioni di caccia in Mongolia. Non ne riportiamo qui gli indirizzi, per gli amanti della natura, in particolare di quella affascinante e ancora quasi intatta della Mongolia, sarebbe un elenco desolante, ma segnaliamo qualche cifra, con un ultima triste osservazione: alcuni degli animali dichiarati come prede sicure nella pubblicità dei siti di caccia appaiono nell’elenco U.I.C.N. delle specie in pericolo di estinzione.
ECCO IL TRISTE, GROTTESCO, CRIMINALE TARIFFARIO 7/4 giorni di caccia allo Stambecco del Gobi Euro 3,200.00 Abbattimento di lupo Euro 500.00 Abbattimento di gazzella coda bianca (Gobi) Euro 350.00 Abbattimento di Altai Ibex Euro 1,500.00 12/10 giorni di caccia all’Altai Argali USD 43,000.00 12/10 giorni di caccia al Khangai Argali USD 36,800.00 12/10 giorni di caccia allo Stambecco del Gobi e al capriolo siberiano Euro 6,200.00 12/ 10 giorni di caccia ai lupi e al capriolo siberiano Euro 5,900.00 12/10 giorni di caccia agli stambecchi di Altai e di Gobi Euro 6,800.00 Giornata supplementare di caccia ai galli forcelli Euro 350.00 Caccia all’ORSO 7 giorni 1550.0 $ - 2770.0 $
E per finire una "buona notizia": da alcuni giorni su uno dei siti che fin dalla nascita della Repubblica Mongola si occupano di organizzazione viaggi (e purtroppo anche di caccia), con sede a UlaanBaatar, è apparso il seguente avviso che fa ben sperare:
"For conservation of Mongolia's wildlife,
WE ARE NO LONGER OFFERING our hunting tours for some rare species like Argali,
Ibex, Deer, Elk, Bear, Gazelles and Roe Deer".
WWW.MONGOLIA.IT SOSTIENE LE CAMPAGNE ANTICACCIA, SENSIBILIZZA LE AUTORITA' MONGOLE PER LA SALVAGUARDIA DELLE SPECIE ANIMALI E PROPONE NELLA SEZIONE PARTI CON Noi VIAGGI ECOTURISTICI NEL PIENO RISPETTO DELL'AMBIENTE
amico della natura e della
Mongolia
era una battuta di caccia organizzata da autorità russe 14 maggio 2009 Il nostro sito mongolia.it aveva già segnalato e denunciato l'episodio avvenuto il 9 gennaio 2009 (vedi Forum MongolFiera) sulle montagna dell'Altai dove 4 persone morirono in un incidente di elicottero. La verità era stata inizialmente occultata ma poi la dinamica dell'accaduto è emersa in tutta la sua drammaticità. A bordo del velivolo c'erano alti rappresentanti del governo russo che stavano partecipando a una battuta di caccia, sparando a specie rare e protette comodamente accomodati sui sedili dell'elicottero. Gli animali avvistati sulla neve vengono braccati dall'elicottero e abbattuti da breve distanza. Una pratica criminale e vietatissima dalle leggi locali, anche perché a causa della caccia molte specie faunistiche sono ormai sull'orlo dell'estinzione (basti pensare al meraviglioso leopardo delle nevi ridotto ormai a pochissimi esemplari). A quattro mesi dall'incidente, l'inchiesta ufficiale ha confermato i nostri (facili) sospetti. Il fenomeno del bracconaggio in Siberia e in Mongolia è a livelli di emergenza, anche se le prede ormai sono quasi scomparse. Al di là della questione morale (ammazzare per divertimento un essere vivente è comunque un'atrocità), va segnalata la situazione ormai insostenibile a cui un paradiso come la Mongolia sta andando incontro a causa delle battute di caccia organizzate soprattutto dagli occidentali, italiani compresi. Nella foto, un cacciatore con l'elicottero va a raccogliere una preda appena abbattuta: una pratica abominevole.
In Mongolia per ogni nomade ci sono 25 animali 15 aprile 2009 Diciotto milioni di animali nasceranno quest'anno in Mongolia per popolare le greggi dei nomadi. I nuovi arrivi saranno così ripartiti: 18.000 cammelli, 631.000 puledri, 971.000 mucche, 8 milioni di pecore e 8 milioni di capre. Attualmente quasi 42 milioni e mezzo di animali fanno parte del patrimonio dei pastori nomadi della Mongolia, con un rapporto di circa 1 uomo per 25 animali, senza considerare la fauna selvatica. Nella foto a sinistra scattata da Federico Pistone, una famiglia di nomadi della Mongolia Centrale con la loro abbondante mandria di ovini. Per ingrandirla, cliccare sull'immagine.
28 marzo 2009 Anche mongolia.it piange la morte di Emilio Nessi (foto a destra), 59 anni, giornalista del Corriere della Sera, grande amico degli animali, della natura allo stato puro e quindi anche della Mongolia. Collaborava anche alla redazione del nostro sito, come consulente su flora e fauna ed era molto conosciuto dal grande pubblico per le sue partecipazioni a programmi della Rai e di La7. Memorabili le sue battaglie a difesa degli animali, in particolare contro il bracconaggio, la caccia indiscriminata, il contrabbando del bestiame e il maltrattamento in generale. Ciao Emilio e grazie di tutto.
le antilopi saiga dall'estinzione
Novembre
2006 - Collari
con trasmettitori satellitari Gps per salvare la saiga, l'ormai rara antilope
della Mongolia. Ne sono stati applicati a otto esemplari per comprenderne le
abitudini e promuovere di conseguenza programmi di salvaguardia, a fronte di
uno spopolamento impressionante: nel 1990 se ne contava un milione di
esemplari mentre un recente censimento ha stimato che sono solo 15.000 le
antilopi ancora esistenti, di cui molto poche quelle di sesso maschile. Le
cause dello sterminio sono da ricondurre all'incondizionata caccia da parte
dei bracconieri spinti soprattutto dalla sciagurata richiesta del mercato
cinese delle corna, utilizzate per ipotetiche misture afrodisiache. La
Wildlife Conservation Society mongola, in collaborazione con National
Geographic Society hanno lanciato l'sos inaugurando lo studio tecnologico
degli animali e una più attenta protezione della specie. La "saiga
tatarica" (questo il nome scientifico) è una piccola antilope, pesa
circa 25 chili, ed è caratterizzata da un naso a proboscide che ricorda
quello dei tapiri, utile per riscaldare l'aria durante i glaciali inverni
mongoli. Lhagva Lkhagvasuren, dell'Accademia mongola delle Scienze chiede un
potenziamento del corpo dei ranger nei parchi della Mongolia. "Altrimenti
- avverte - avremo solo una steppa vuota e le future generazioni non ci
perdoneranno mai la nostra indifferenza".
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