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GOBI

La ferrovia Transmongolica taglia in diagonale il Dornogobi (Gobi orientale) per arrivare fino a Zamyn-Üüd, punto nevralgico degli scambi commerciali con la Cina. Questa regione, senza grandi laghi né fiumi e apparentemente arida, è ricca di falde freatiche e può vantare, fra i suoi ospiti, animali quali la gazzella gozzuta, l’onagro, la capra siberiana e l’argali. Croce e delizia della Mongolia, non mancano le risorse minerarie, fra cui rame, fluorite, metalli nobili, pietre preziose e persino un deposito di petrolio a Züünbayan, sfruttato dal 1950 al 1969, abbandonato e ora in via di ripristino. Fatta eccezione per gli studiosi di paleontologia, attirati dalla copiosa eredità fossile del Cretaceo, sono pochissimi i viaggiatori che si avventurano da queste parti se non di passaggio per o dalla Cina. Questo fa della regione una meta alternativa e tutta da scoprire. Il capoluogo Sainshand, a circa 200 km dal confine cinese e passaggio obbligato dei convogli ferroviari, significa “buona fonte” ma il nome è un po’ ingannevole trattandosi di un’anonima cittadina di ventimila abitanti, spazzata dai venti e dalla sabbia del Gobi. In attesa di tempi migliori, qui c’è la possibilità di rifocillarsi e riposarsi in qualche albergo confortevole o nei campi gher piazzati negli immediati paraggi. Oltre al museo dell’aimag (aperto tutti giorni dalle 9 alle 17) suddiviso in sei sale a tema che vanno dalla paleontologia alle tradizioni popolari, c’è un altro museo che vale una visita: quello dedicato a Noyon Khutagt Danzanravjaa, soprannominato “l’impetuoso nobile santo del Gobi”, figura singolare dell’arte e della storia mongola. Vissuto nell’Ottocento, fu un enfant prodige, compositore di canti, di poemi, di commedie, di dipinti, fu proclamato capo dell’ordine dei Berretti rossi e Quinto signore del Gobi, nonostante le persecuzioni dei cinesi manchu. Fu soprattutto un erudito, un apostolo della cultura, edificò un teatro e una scuola, attivandosi per divulgare una cultura di base, senza distinzione di sesso né età e sostenendo ogni forma d’arte. La credenza popolare gli attribuiva una serie interminabile di miracoli e di poteri soprannaturali. Anche la morte è avvolta nel mistero e il suo corpo fu mummificato e bruciato dal governo filosovietico che vietò tutte le sue rappresentazioni. Recentemente è stata riscoperta l’opera di Danzanravjaa e dal 2004 in tutta l’Asia viene messa in scena la sua commedia più popolare, intitolata “Storia della vita del cuculo lunare”. Per allestire lo spettacolo, secondo le indicazioni originali dell’autore, occorrono 100 attori e 60 musicisti. L’opera è un grande affresco religioso per insegnare alla gente comune e ai bambini il messaggio buddhista. Il museo, in cui sono conservate le sue ceneri, è coerede, con il Monastero Khamaryn, di quanto fu messo in salvo nel 1938, nell’imminenza delle devastazioni sovietiche, dal giovane monaco G. Tüdev che riuscì a custodire 64 forzieri, seppellendoli nei dintorni del monastero. Sul bellissimo sito Internet del museo, in lingua inglese e mongola, www.ravjaamuseum.mn, viene offerta un’ampia panoramica di quanto è oggi conservato. Il museo è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 18. Se siete a Sainshand di mattina non perdete una funzione religiosa nel monastero Dechinchoin Khorlin, fondato nel 1991 e abitato da alcuni giovani monaci molto disponibili. Monastero di Khamar (Khamaryn khiid) È il santuario che Danzanravjaa costruì nel 1820, concependolo anche come luogo espositivo della sua arte, dei doni ricevuti e di una straordinaria collezione di oggetti d’arte proveniente dai luoghi più diversi. Prima dello scempio sovietico il Khamaryn khiid ospitava circa 1.500 forzieri di oggetti d’arte, in gran parte buddhista. In una sorta di catarsi mistica, fu bruciato insieme al suo corpo mummificato negli anni Trenta. Oggi al suo posto c’è un monastero ricostruito e accogliente, incentrato sulla figura del fondatore ritratto in un sontuoso arazzo. Nell’area del monastero si erge lo stupa più grande della Mongolia, alta 32 metri e pentagonale: ogni lato ospita uno dei cinque Dhyani Buddha. Nel complesso del monastero va menzionata l'area di Shambala denominata Energhiin Tüv (Centro dell'Energia) un luogo situato, secondo Danzaravjaa, sull'arteria principale dell'energia terrestre e per tale motivo scelto dal Santo del Gobi per la fondazione del Santuario. Nell'area si possono ammirare 108 stupa, restaurati nel 2007, inoltre sono conservati 77 Sutra Kadam (antica scuola buddhista tibetana). Nella parte nord-ovest un cerchio di terra rossastra indica l'ombelico dell'energia su cui i fedeli mongoli si sdraiano e si siedono, in meditazione e preghiera. Energhiin Tüv è una meta spirituale di pellegrinaggio da raggiungere, per tradizione, alle prime luci dell'alba. Un muro-porta con gli occhi del Buddha annuncia l'ingresso dell'area e questo sguardo per i fedeli rappresenta una finestra sulla propria anima e un modo di purificarsi dei peccati, di corpo, di lingua e di pensiero. Ci si ferma e si medita davanti a questa immagine: se il cerchietto fra gli occhi del Buddha inizia a girare e a cambiare colore significa che possediamo un'energia forte e buona. Se questo non avviene siamo comunque nel posto giusto, perché abbiamo bisogno di assorbire energia. Si prosegue con un percorso liturgico prestabilito. Un altro modo di purificarsi dei propri peccati è annotarli su un foglietto di carta e bruciarlo nella bocca-apertura del Mangasyn Khodood (lo stomaco del mostro) simboleggiato da un cumulo di pietre posto accanto al muro-porta. La collina posta dietro il Khamaryn khiid è il monte Khanbayanzurkh, denominato comunemente Khüsliin khar uul (monte nero dei desideri), tappa obbligata del pellegrinaggio, agevolata da un sentiero disegnato sul fianco del rilievo. Percorsi i primi 100 metri si incontra un tempietto dove, accompagnati da offerte simboliche (riso, miglio, vodka, ecc.) si scrivono i propri desideri su un foglietto che va poi bruciato, concentrandosi sulla loro realizzazione. Ai piedi della collina, una statua in granito del Buddha di 4 metri osserva impassibile i viandanti. Dune Bürdene Bulag  Si estendono fra Sainshand e il confine cinese, in una vasta area protetta, e sono lo scenario che scorre lungo il finestrino di chi percorre questo tratto in Transmongolica. Facilmente accessibili, le dune Bürdene Bulag si staccano di una trentina di chilometri dalla strada principale, a sud di Sainshand all’altezza di Erdene. In questa oasi naturale i colori del deserto si mescolano con quelli dei prati inondati da sorgenti sotterranee (ne sono censite 108) e, sporadicamente, con quelli di una vegetazione cespugliosa. Vi sono anche dei pozzi d’acqua. Dal 1995 ospitano un presidio sanitario dove, tramite sabbiature e latte di cammella, si curano principalmente affezioni nefrologiche, urologiche e reumatiche. Riserva naturale Ikh Nart È situata fra i sum di Airag e Dalanjargal, dominata dalla montagna granitica Ikh Nart. Istituita nel 1996, copre un’area di circa 66.000 ettari di prateria e steppa semidesertica dove vivono animali rari quali l’argali, la capra siberiana e l’avvoltoio monaco. Offre una grande varietà di specie animali e vegetali. Molte delle sue pietre sono utilizzate in cristalloterapia. Il territorio è particolarmente ondulato e arido ma si incontrano pozzi a est ed è ricco di sorgenti a ovest; la presenza di stagni e laghetti è sporadica e legata alle stagioni. Il sito internet della riserva (www.ikhnart.com), in inglese e mongolo, è modesto ma completo. Monte Khalzan uul Da questa montagna a 150 chilometri a nordovest di Sainshand e una cinquantina a sud di Choir (capoluogo del Gobi-Sümber), sgorgano alcune sorgenti ritenute dai mongoli quasi miracolose. L’acqua del Khalzan uul, moderatamente radioattiva, ha un sapore aspro ed è frizzante grazie alla presenza di anidride carbonica. Al centro di cure termali ne vengono utilizzate tre tipi: un primo tipo è utilizzato per affezioni del sistema nervoso centrale e come stimolante delle riparazioni tissutali; un secondo tipo (il più richiesto) per diabete e disturbi gastrointestinali; un terzo tipo infine per affrontare problemi reumatici, nefrologici e urologici. Roccia Senjit khad I mongoli amano molto questa formazione rocciosa che si estende, a visibilità intermittente, per una quindicina di chilometri. La Senjit khad presenta diversi archi che, con generosa fantasia, vengono paragonati a dei manici (in mongolo khad significa roccia, senj significa impugnatura). Il riparo offerto dalle rocce lo rende un luogo fresco d’estate e protetto d’inverno ed è una zona elettiva dei pastori nomadi per la sosta invernale, come testimoniano 8 pozzi e 18 case invernali. Si trova a un centinaio di chilometri a nord di Sainshand. Proseguendo per cinquanta chilometri a nord-est si raggiunge un’altra roccia singolare di origine vulcanica, Tsonjiin chuluu, che ricorda le canne di un organo. Consigliabile solo a chi proprio deve passare di lì. Alberi pietrificati di Süikhent In questi luoghi il paleontologo e scrittore di fantascienza russo Ivan Antonovič Efremov, creatore della tafonomia (modalità di formazione di un fossile), condusse buona parte dei suoi studi che gli valsero onori e fama. Süikhent non è l’unica area di piante fossili del Gobi ma è la più vasta, un’impressionante concentrazione di antichi alberi pietrificati sul deserto, o addirittura sotto il deserto, duecento chilometri circa a sud-ovest di Sainshand su piste molto impegnative. La formazione è lunga mezzo chilometro e ampia 80 metri. I tronchi sarebbero alti fino a venti metri con un diametro medio di un metro e mezzo, misure a volte arrotondate dal passaggio di disonesti profittatori. Si auspica che l’atto dichiarativo di zona protetta possa preservarli da altri saccheggi. La caratteristica di questi alberi è l’eccezionale visibilità dei particolari anatomici quali radici, corteccia, rami e persino i cerchi annuali di accrescimento. Riserva Naturale Ergheliin Zuu È una delle riserve più ricche di ritrovamenti di dinosauri (scheletri, fossili e uova pietrificate), un’eredità a cui hanno attinto scienziati del calibro di Roy Chapman ed Efremov. Nella visita occorre essere accompagnati da una guida. Le autorità sono molto attente ad assicurarsi che i viaggiatori non prelevino eventuali reperti ritrovati sul terreno. Un osso di dinosauro sarebbe indubbiamente un souvenir originale ma appartiene alla Mongolia e c’è un divieto rigoroso all’esportazione (all'aeroporto i controlli sono severi). Una cinquantina di chilometri a sud dell'Ergheliin Zuu, proprio sul confine cinese e con una condivisione con l’aimag dell’Ömnögobi, si apre la parte B dell’area strettamente protetta del piccolo Gobi, rifugio del khulan, l’asino selvatico antenato dei nostri asini domestici. Attualmente i khulan vivono anche in Turkmenistan e in India, ma è in Mongolia che se ne concentra il maggior numero (diecimila) e solo in questa zona protetta ne vivono la metà. Zamyn-Üüd Zamyn-Üüd è una piccola città che vive grazie al treno: è l’ultimo avamposto mongolo prima del cambio di scartamento ferroviario per la Cina, oltre a essere la città più calda e più “cinese” della Mongolia. Molti i ristoranti e gli alloggi, per far fronte anche alla richiesta dei cinesi di passaggio. Spesso le sabbie del Gobi portate dal vento ricoprono le strade e per questo motivo si è dato inizio a un’opera di piantumazione di alberi per costruire una barriera al deserto. Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam  
Minuscolo territorio “rubato” al Dornogobi nel 1994 per diventare aimag autonomo, comprendente i sum (province) di Sümber, Bayantal e Shiveegobi. Una decisione istituzionale piuttosto incomprensibile soprattutto alla luce di una situazione di isolamento e quasi di abbandono, nonostante le risorse naturali. Il capoluogo è Choir, diecimila abitanti costantemente in partenza per Ulaanbaatar, distante circa 250 chilometri. Ma nemmeno in questo caso gli abitanti del Gobi-Sümber sono incoraggiati: la Transmongolica non prevede la fermata a Choir (anche se effettua una breve sosta) e per fare ritorno dalla capitale c’è un solo treno, al “comodo” orario delle 3,48 di mattina. Nella foto 1, il capoluogo Choir, con la statua del cosmonauta mongolo Gurracha.
Letteralmente “il centro del Gobi”: poco più di cinquantamila pastori popolano questa regione grande come l’Austria, transito obbligato per chi vuole raggiungere il deserto via terra. A parte qualche zona verde a nord, popolata da rare specie faunistiche, il resto è un paesaggio arido, colpito negli ultimi anni dal rovinoso fenomeno del permafrost o zud al quale la popolazione ha reagito con la migrazione verso la capitale o con la creazione di numerose aziende alimentari. La regione è ricca di miniere di carbone e rifornisce buona parte delle risorse destinate al riscaldamento della capitale. Siamo al centro della pianura di Khalkhsain a un’altitudine media di 1.500 metri con un picco di quasi duemila metri con il monte Delgerkhangai. Anche se è un territorio desertico, sono molti i corsi d’acqua che lo attraversano, tra ruscelli e piccoli laghi. Il fiume Onghi lambisce il Dundgobi nella parte occidentale. Il capoluogo è Mandalgobi, un polveroso villaggio di undicimila abitanti a 280 chilometri da Ulaanbaatar, formato da gher, baracche e abitazioni di cemento armato che fanno macchia in mezzo a una depressione del deserto. Dal 2007, in un modesto giardino, si può ammirare la statua di un morin khuur alta 7,40 m che ci rammenta quanto la regione sia orgogliosa di aver dato i natali ai più famosi cantanti di urtyn duu quali Norovbanzad e Dorjdagva. Per chi avesse visto Home e Human i meravigliosi documentari di Yann Arthus-Bertrand, sono urtyn duu il tema iniziale del film. La cittadina rappresenta un comodo e piacevole punto di riferimento per alcune escursioni nel Gobi, anche se siamo lontani dalle principali attrattive, concentrate più a sud, nell’Ömnögobi. Mandalgobi oggi offre un piccolo aeroporto a tre chilometri dal centro, scalo sulla rotta Ulaanbaatar-Dalanzadgad, alcuni alberghetti (come il pittoresco Gobi hotel) con ristoranti improvvisati, un supermercato, il museo dell’aimag (dove è conservato un prezioso Buddha in bronzo di Zanabazar, splendide reliquie religiose e armi antiche) e il monastero di Dashghimpel, costruito nel 1991 per ricordare i 53 templi distrutti nel Dundgobi nel 1937 dalle purghe sovietiche. Il monastero è raccolto e consiste semplicemente in un tempio di recente costruzione e di gher per ospitare i trenta monaci. I viaggiatori vengono accolti con un sorriso, ma resta la raccomandazione di un comportamento acconcio. Su una collina facilmente raggiungibile potrete individuare un ovoo (il cumulo sacro di rami e pietre), chiamato Mandalyn khar: da qui potete godervi un intenso panorama su Mandalgobi. Baga Gazryn Chuluu 60 chilometri a nord-est di Mandalgobi e a 230 da UB, si trova il Baga Gazryn (Rocce del piccolo territorio), questa cresta granitica modellata dal tempo in forme fantasiose e canyon. Le sue rocce affiorano a intermittenza per una quindicina di chilometri, elevandosi fino a 300 metri al di sopra della steppa circostante e, trovandoci su un altopiano con altitudine di 1.450 m, il punto più alto raggiunge i 1.768 m sul livello del mare. La particolarità delle sue rocce, atte sia alla ritenzione che alla percolazione delle acque, ha contribuito alla ricchezza di acque sotterranee e sorgenti, una delle quali è famosa per la sua azione benefica sulla vista (Nüdnii Rashaan). Zona di frontiera fra la steppa e il Gobi, è da millenni area di caccia e pastorizia, come testimoniano petroglifi dell’età del bronzo e numerose tombe unne. Con la forma delle sue rocce e la ricchezza della natura è un luogo ideale per un pic-nic, una palestra meravigliosa per la fantasia di un bambino e forse anche per questo motivo è una meta prescelta da molte famiglie mongole. 110 Km ad est un’altra formazione rocciosa è Ikh Gazryn Chuluu (Rocce del grande territorio), più estesa, altrettanto suggestiva e ricca di flora e fauna selvatica. Da segnalare un teatro all’aperto, creato in onore di Norovbanzad, famosa cantante locale di urtyn duu (i canti tradizionali mongoli). (foto 1, di Federico Pistone) Sum Khökh Bürd (Tempio dell’Oasi Azzurra) Le sue vestigia si trovano nella provincia di Adaatsag su un’isoletta posta in mezzo a un lago le cui acque, a causa della recente siccità, si stanno lentamente abbassando con possibili conseguenze sull’habitat finora luogo di appuntamento di varie specie di uccelli. Le rovine del Khökh Bürd sono quanto resta di un monastero-fortezza costruito con pietre provenienti da imprecisati luoghi remoti, datato fra il XVI e il XVII secolo, a cui sono legate molte storie che sconfinano misteriosamente nella leggenda e nelle credenze sciamaniche. L’edificio, costruito per volere di un maestro buddhista tibetano, rimase incompleto a causa della sua morte decisa dal potere manchu. In seguito cercò di completarlo l’illustre ed erudito Danzaravjaa ma invano, si dice per una maledizione lanciata dal maestro tibetano prima di morire. Monastero Onghiin khiid È uno dei luoghi più significativi dell’aimag con gli spettacolari resti di un monastero inaugurato nel XVIII secolo per opera di un maestro buddhista e il suo allievo. L’Onghiin khiid, che comprende i due complessi in rovina del Barilama khiid e del Khutagt khiid, era frequentato da circa cinquecento monaci prima di essere chiuso nel periodo sovietico e trasformato in un deposito. Dei ventotto edifici originali rimangono solo ruderi e gli ampi terrazzamenti utilizzati per creare spazi a ridosso del monte Saikhan-Ovoo. Nel 2004 è stato inaugurato un piccolo tempio adibito anche a museo il quale conserva molti oggetti e suppellettili dell’antica vita monastica e importanti sutra. Le rovine si estendono in una bella zona attraversata dal fiume Onghi, popolato da molte specie di uccelli. Sulle rocciose colline adiacenti gli abitanti del luogo hanno eretto una statua alla divinità Lus, signore dei monti e delle acque, affinché regoli il regime del fiume evitando inondazioni o siccità. (foto 2) Tsagaan Suvarga (Stupa bianco) Si trova nella zona più meridionale della provincia di Ölziit. Merita una visita se si è appassionati di geologia, fotografia e fossili. Un tempo infatti era un placido fondale marino, come testimoniano i reperti di cui è ricco. Oggi sfoggia la bellezza asciutta e cupa delle zone aride. È uno scalino scolpito dal tempo, largo 400 metri e alto 60, un suggestivo dirupo rivolto ad est che, visto da lontano, fa pensare ad una costruzione umana e da ciò deriva il nome di Stupa bianco. Provenendo da ovest potrebbe essere pericoloso se si arrivasse di notte; qualche incidente si è verificato con il bestiame, soprattutto in caso di violenti fenomeni atmosferici. Nelle vicinanze dello Tsagaan Suvarga, in direzione sud-ovest, vi sono delle formazioni rocciose famose soprattutto per i petroglifi denominate Del uul. Coprono un’area di 17 x 8 km e oltre agli innumerevoli petroglifi che ritraggono scene di caccia, di guerra, natura, animali domestici e carri, nascondono anche scritture paleoturche e scritture cinesi dell’epoca Tang (618-907 d.C.) È inoltre un importante sito archeologico dove sono state rinvenute 40 tombe risalenti alla tarda età del bronzo. Riserva naturale Zaghiin Us Questa riserva naturale che si estende a cavallo tra il Dundgobi, l’Ömnögobi e il Dornogobi, a sudest di Mandalgobi, è stata istituita nel 1996 principalmente a protezione dello Zag (Haloxylon ammodendron) denominato anche Saxaul. Si tratta di un albero a portamento arbustivo le cui radici elicoidali si protendono nel terreno, sia in profondità che in estensione, per 5 metri o ben oltre, conferendo stabilità alle sabbie e ostacolando il processo di desertificazione, un problema mondiale. Purtroppo, a causa del suo potere calorico che si avvicina a quello del carbon fossile (i mongoli chiamano quest’albero “il carbone che vegeta”), è stato oggetto, in Mongolia come altrove, di irresponsabili saccheggi. Solo in tempi recenti si è pienamente compresa l’importanza dello Zag, facendone oggetto di studi e progetti di propagazione. È la foresta di Zag più a nord della Mongolia, nonché la più giovane e oltre al suo valore ecologico può essere apprezzata per la sua bellezza che le ha fatto guadagnare un secondo soprannome, “la foresta d’argento del Gobi d’oro”. Nonostante sia una zona particolarmente desertica e argillosa (si contano solo una decina di pozzi) ospita specie botaniche e faunistiche di particolare interesse. Fra le piante della riserva naturale Zaghiin Us si possono menzionare artemisie, potentille, stipe e un amatissimo (dai mongoli) aglio selvatico, in mongolo Taana (allium polyrhizum). Fra gli animali selvatici annovera la gazzella mongola, la volpe delle steppe, il gatto di Pallas (vedi capitolo 3), puzzole e roditori. Fra le poche specie di uccelli, tenuti a bada dall’aridità della regione, vi sono due specie di fagiani e un columbiforme. Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam
È più grande della Grecia e ha una popolazione pari a quella di San Marino. L’Ömnögobi (Gobi del sud) è l’aimag con la superficie più ampia e la densità più bassa della Mongolia (0,28 abitanti per chilometro quadrato), e il motivo c’è: siamo nel cuore del deserto del Gobi, dove non piove quasi mai (130 millimetri all’anno) e le temperature sono estreme, possono occasionalmente superare i 40 sottozero d’inverno e oscillare fra i 20 e i 40 sopra lo zero d’estate. Eppure questo territorio arido è tutto fuorché un deserto, nell’accezione letterale. Carovane di nomadi gentili, annunciati dai cammelli battriani (bianchi, rossi e marroni), villaggi che sembrano usciti da raffinate scenografie hollywoodiane, aquile maestose che danzano nel cielo cobalto. Anche qui le capre contribuiscono generosamente alla produzione del cashmere mongolo, il migliore del mondo. L’Ömnögobi offre poi l’emozione pura della preistoria: si rischia di inciampare nelle ossa dei dinosauri, ci si può immergere nelle dune di sabbia antica, si rimane a bocca aperta davanti alle formazioni più spettacolari che la natura può regalare. Tutta questa abbondanza attira nell’Ömnögobi oltre cinquemila turisti a stagione, nonostante le piste spesso impervie. Il capoluogo Dalanzadgad, circa 13.000 abitanti, si trova a circa seicento chilometri da Ulaanbaatar: per risparmiare un paio di giorni di viaggio in fuoristrada, si può volare con aerei delle affidabili compagnie mongole dalla capitale in meno di due ore (martedì, volo diretto) o un paio d’ore (al venerdì, via Mandalgobi). (foto 1, di Federico Pistone) L’aeroporto consiste in una minuscola striscia d’atterraggio e poco altro. Si può anche optare per il pullman: tempo di percorrenza un giorno, 24 ore giuste, almeno nella tabella di marcia “puntualmente” disattesa. Il percorso, indicato come un’autostrada sulle mappe della Mongolia, si rivela lento e insidioso. Un buon autista riuscirà anche a tenere una media di 50 chilometri all’ora senza farvi patire troppo il tragitto, il driver meno affidabile ci metterà il doppio con conseguenze anche per il vostro stomaco e la vostra schiena. Dalanzadgad, il capoluogo più meridionale della Mongolia, è un anonimo paese con palazzi sovietici circondati dalle gher dei nomadi. Ha un museo, il South Gobi, che curiosamente non conserva nessuna reliquia del deserto, salvo alcune ossa e uova, ma solo dei dipinti sacri e poco altro. È un punto di partenza ottimo per le escursioni: ha piccole pensioni, negozi di alimentari e altri accessori, guanz (le trattorie mongole), farmacie e una banca. Da qui si possono organizzare tour nel deserto, ma in alta stagione estiva è difficile trovare disponibilità ed è quindi meglio predisporre la spedizione con anticipo, anche dalla capitale. All’estremo sud dell’aimag, proprio sullo spigolo del confine con la Cina, si trovano alcune delle più ricche, e sfruttate, miniere d’oro del paese. Per quanto siano una risorsa economica sono inevitabilmente anche un rischio ambientale e la verità è che le miniere d’oro si esauriscono mentre la natura e il turismo sarebbero miniere d’oro che non si esauriscono mai: è quanto asserisce il presidente dell’Associazione Regionale del Turismo di Ömnögobi. Parco Nazionale Gurvansaikhan Larga quasi come la distanza fra Milano e Roma per un’ottantina di chilometri, questa catena montuosa d’epoca paleozoica rappresenta uno dei parchi nazionali più suggestivi e visitati della Mongolia. Il sontuoso battesimo, Gurvansaikhan, (“le tre meraviglie”) si riferisce alle creste Baruun, Dund e Züünsaikhan, che superano i 2.800 metri di quota. Il parco, che sconfina nel Gobi-Altai, è una vera e propria oasi che offre rifugio a cinquemila nomadi ma anche a 250 specie di uccelli stanziali (fringuelli, avvoltoi, usignoli, fagiani) e una cinquantina di specie di mammiferi, tra cui l’argali, l’ibex siberiano, la volpe, la lince, il cammello selvatico e la gazzella dalla coda nera. Ma è anche l’ultimo nascondiglio per il leopardo delle nevi e per l’orso del Gobi, meravigliosi animali in bilico tra sopravvivenza ed estinzione. Le strutture, tra strade e campeggi, sono discrete, e molte sono le attrazioni, dai fossili di dinosauro alle dune di sabbia, alla valle chiusa in una morsa di ghiaccio per la maggior parte dell’anno. Due però sono davvero le mete obbligatorie nel parco nazionale: Khongoryn els e Yolyn am. Valle Yolyn am Una cinquantina di km a ovest di Dalanzadgad, fra i monti del Gobi Gurvansaikhan, si apre la valle delle Aquile che, a voler seguire una traduzione pignola e precisa, si dovrebbe chiamare Valle stretta dei Gipeti. L’abitante che dà il nome a queste montagne è infatti il gypaetus barbutus, un elegante rapace con la testa e il petto bianchi, una capricciosa barbetta e caratteri fra l’aquila e l’avvoltoio. Molte le specie di uccelli, alcune delle quali protette ma non per questo al sicuro dai bracconieri, soprattutto il Gallo delle nevi (tetraogallus altaicus), ricercato per le sue carni pregiate. Yolyn am è un angusto canyon (attenzione, si scivola facilmente!) attraversato da un torrente che era sempre gelato anche d’estate a causa delle rocce a strapiombo che raggiungono i 200 metri di altezza e ostacolano la luce del sole; negli ultimi anni, per effetto del riscaldamento globale, ha iniziato a sciogliersi nei periodi più caldi. Durante i periodi di pioggia si formano quattro cascate molto spettacolari. Nelle stagioni fredde il ghiaccio crea immani sculture. (foto 2, di Federico Pistone)) Dune Khongoryn els Montagne di sabbia ocra che il vento accarezza creando scenari sempre inediti e fiabeschi. Le chiamano anche “le dune che cantano” perché le folate del deserto che si infrangono sulle falesie inventano suoni a volte dolci a volte inquietanti, che hanno forse ispirato gli antichi canti di gola dei nomadi del deserto (khöömii). I nomadi accompagnano le greggi ai bordi delle dune in una zona stepposa dove sorgenti sotterranee convergono nel minuscolo fiume Khongor, un nastro colorato di 10 km che incornicia le dune per gettarsi, dopo essersi diviso, nel piccolo Adag nuur (lago Termine). Le Khongoryn els, 200 chilometri a ovest di Dalanzadgad, occupano un’area di circa 150 chilometri di lunghezza per una decina di chilometri di ampiezza media. Sulle adiacenti montagne Sevrei sono stati recentemente scoperti dei graffiti la cui datazione è ancora incerta. Le dune hanno cominciato a divenire una meta prediletta dei viaggiatori negli anni ’90 quando si sono organizzati dei tour a tappe con il cammello, decollando poi con il documentario di Benoît Ségur Devenir un homme en Sibérie del 2004. (foto 3, di Fernando Tam) Rocce di Bayanzag Quando il sole arancione del Gobi si appoggia all’orizzonte, le rocce di Bayanzag si accendono creando la suggestione di un rogo immane. Per questo le hanno ribattezzate “le rupi fiammeggianti” anche se per i mongoli si chiamano semplicemente Bayanzag oppure Ulaan Ereg (dirupo rosso). Queste formazioni di dura terra argillosa si estendono in un’area di 8 per 5 km, irregolarmente, con fantasiose architetture dai 20 ai 50 m di altezza, un centinaio di km a nord-est di Dalanzadgad. Proprio in questa zona sono stati rinvenuti i resti paleontologici più interessanti: negli anni Venti la spedizione statunitense guidata da Roy Chapman Andrews scoprì veri e propri forzieri di fossili, ossa e uova di dinosauri, che hanno poi popolato i musei di tutto il mondo, compreso (fortunatamente) quello di Ulaanbaatar. È anche merito dell’esploratore e avventuriero americano se il deserto del Gobi, prima conosciuto come un’anonima parte dei deserti dell’Asia Centrale, abbia acquistato un nome autonomo e più appropriato. Nelle vicinanze di Bayanzag, una trentina di chilometri a nord di Bulgan, in un luogo dove nei tempi dei tempi ondeggiava il mare, si estende la valle di Tögröghiin shiree. È infatti piattissima, come se le correnti l’avessero stirata pazientemente anno dopo anno. Una volta prosciugate le acque, la zona è piaciuta assai ai dinosauri, che l’hanno entusiasticamente popolata. Ecco perché proprio qui sono stati rinvenuti tanti resti dei colossali rettili, tra cui, davvero impressionante, due scheletri di sauri in lotta tra loro (l’incontro, per la cronaca, era fra un velociraptor e un protoceratops). In quest’area è stato girato nel 2003 il film La storia del cammello che piange a cui Bayanzag deve gran parte della sua fama. Bulgan, capoluogo del sum, è invece celebre per la “festa dei 10.000 cammelli” che si tiene ogni anno a marzo, organizzata dall’Associazione Regionale del Turismo di Ömnögobi. (foto 4, di Federico Pistone) I tre Monasteri di Galba (Galbyn gurvan khiid) Situato all’estremità orientale dell’Ömnögobi, il Galba è il più cantato e famoso fra i 33 deserti della Mongolia, per la sua vastità, i suoi cammelli e i suoi colori. Tale bellezza è ormai in parte deturpata a causa dello sfruttamento delle miniere d’oro a cui è seguita un’edilizia improvvisata e un progetto ferroviario. Rimane comunque un’area ritenuta sacra dai mongoli, considerata il centro dell’energia del mondo e importante luogo di pellegrinaggio; per tale motivo va menzionato, nonostante la difficoltà pratica di inserirlo fra le tappe di un viaggio in Mongolia. In questi luoghi Danzaravjaa, il nobile santo del Gobi, decise di costruire tre monasteri a una distanza di 5-6 km, uno nei pressi di una roccia fallica, il Demchighiin khiid (sulle cui fondamenta ora sorge uno stupa), l’Ereet e lo Tsagaan Tolgoit. Ci troviamo nel sum di Khanbogd che è anche il nome di una montagna ed è passando fra la montagna e il Demchighiin khiid che ci si arricchirebbe di energia. La visita al monastero invece assicurerebbe vigore maschile agli uomini e fertilità alle donne, come simbolicamente confermano la roccia fallica e il grande stupa circondato da otto piccoli stupa, simboli del fiore di loto, associato alla fertilità. Monte Nemegt Altro luogo di ritrovamento di fossili, si trova 400 chilometri a ovest da Dalanzadgad. Le rocce rosso fiammante del Nemegt sono affascinanti come quelle di Bayanzag. Khermen tsav All’estremità nord-ovest dell’aimag, 450 km da Dalanzadgad, si trova uno dei luoghi più sperduti e spettacolari del Gobi, solo recentemente inserito in qualche coraggioso itinerario di viaggio. Le formazioni rocciose e lo scenario sono meravigliosi: ricordano vagamente i paesaggi del Colorado ma in un contesto ancora più suggestivo. Affascinante la sfinge di Khermen tsav, una formazione rocciosa che potrebbe richiamare alla mente le costruzioni egizie ma i mongoli la chiamano, con fantasia autoctona, “la testa del guardiano” (kharuulyn tolgoi). Questi luoghi, a cavallo fra Bayankhongor e Ömnögobi, hanno dato alla luce ritrovamenti fossili straordinari e ancora oggi sono teatro di spedizioni archeologiche internazionali. Difficile da raggiungere, privo di acqua e disabitato per un raggio di 60-70 km, questo luogo ha comunque un fascino arcano, forse perché anticamente era ricoperto dall’oceano. Unica eccezione di questo paesaggio lunare è un’oasi situata al suo interno che ospita pioppi, zag e olmi siberiani. Khermen tsav può essere approssimativamente tradotto in “breccia nella fortezza” probabilmente perché, viste da lontano, le sue rocce di fango sembrano le rovine di un’antica città dai mattoni rossi. Salici, arbusti e lucertole si godono il paesaggio. Avventuratevi fin lì solo con un autista più che esperto, basta un vento impetuoso per cancellare le piste e perdersi è facilissimo. Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam
Schiacciata fra le verdeggianti montagne del Khangai e le aride terre del Gobi, questa regione (Bayan significa “ricco”, khongor è il colore castano, ognuno è libero di interpretarne il significato) è tagliata in due dai 270 chilometri della Bogd, la faglia generata dal terremoto del 1957. Il sisma raggiunse l’intensità 8,3 della scala Richter e causò uno smottamento laterale di otto metri e uno sbalzo in verticale di nove metri. Pur essendo uno spartiacque fra deserto, Altai e regioni centrali, non è molto frequentata dai viaggiatori, nonostante gli splendidi scenari naturali dove vivono piante e animali estremamente interessanti. Una regione da tenere in considerazione per chi vuole godersi indisturbato il meglio della natura mongola. E chi è fortunato potrà incrociare, anche se da lontano, l’orso del Gobi e, con più facilità, le specie selvatiche dell’asino e del cammello. Il capoluogo è l’omonima e anonima Bayankhongor, 25.000 abitanti sugli 85.000 totali dell’aimag, raggiungibile da Ulaanbaatar, distante 630 km, in una dozzina di ore su strada e in circa due ore e mezzo di volo (l’aeroporto è a un chilometro dal centro). Ci sono tre alberghetti che offrono pasti a prezzi estremamente contenuti, ma esiste la possibilità di accamparsi appena fuori città. Da visitare: il monastero Lamyn Ghegheenii Dedlen, ricostruito nel 1991 sul disegno dell’originale, situato a una ventina di chilometri e cancellato negli anni Trenta insieme ai diecimila nomadi che ci vivevano. E due musei: quello dell’aimag (che espone oggetti buddhisti, aperto dalle 9 alle 17) e quello di storia naturale (fossili di dinosauri, dalle 10 alle 17). Suggestiva la vista che si gode dalla collinetta, un chilometro a ovest della piazza principale, meta frequentata dai mongoli che si recano a pregare presso un grande stupa. Fiume Ekhiin gol Ekhiin gol significa “fiume della madre” e il suo nome proviene da una triste leggenda secondo cui il fiume è nato dalle lacrime versate da una madre per la perdita dei suoi figli. È il luogo più caldo della Mongolia, con una temperatura massima intorno ai 43 gradi. La vallata di questo fiume è ampia 17 chilometri per 5 ed è intervallata da alcune oasi, ribattezzate “piscine” per la presenza di provvidenziali sorgenti: Jartyn khöv, Daltyn khöv, Burkhan e Zuunmod. In questa regione così estrema, definita area strettamente protetta, cerca scampo dall’estinzione l’orso del Gobi. Esistono ancora una quarantina di mazaalai, come li hanno battezzati i mongoli, e non è facile incontrarli senza l’ausilio di un ranger del posto. Questo è un territorio remoto, difficile da raggiungere e con una ricezione turistica quasi nulla. Per questo potrebbe valere qualche giorno di viaggio. Bayangobi Tappa obbligata di ogni itinerario meridionale, grazie alla sua posizione incantevole e strategica. Da qui si parte per raggiungere mete di interesse antropologico e naturalistico. Una ventina di chilometri verso sud, si incontra Tsagaan bulag, una formazione rocciosa biancheggiante a forma di elmetto, circondata da sorgenti a cui vengono ad abbeverarsi molti animali, soprattutto cammelli. Secondo la tradizione mongola questa roccia ha origine da un altro mondo. Percorrendo ancora settanta chilometri a sud c’è Bayanghiin nuruu, un canyon dove si possono osservare stupefacenti petroglifi vecchi tremila anni. Scendendo ancora si entra nel cuore più selvaggio del Gobi tra animali rari e resti di dinosauri. Parecchi di quelli esposti nel Museo di storia naturale di Ulaanbaatar provengono da qui, dalle valli scoscese del Bugyn Khöndii. Se la geologia vi incanta, non perdetevi poi la foresta pietrificata di Ulaan Shand, 66 chilometri a sud ovest di Bayangobi. Grotta Tsagaan agui Questa “grotta bianca”, lunga 40 metri e posta all’interno di un’angusta gola, secondo i ricercatori è la prova che la specie umana ha avuto origine proprio nelle steppe centroasiatiche. All'interno della Tsagaan agui, tracce di una popolazione vissuta 700.000 anni fa. Visitabile a pagamento (1.000 tögrög). Lago Orog nuur Un segmento d’acqua parallelo alla faglia sismica lungo circa venti chilometri e ombreggiato dall’imponente monte Ikhbogd che sfiora i quattromila metri ed è la vetta più alta del Gobi: l'Orog nuur è ricco di pesce e per questo attira una grande quantità di uccelli (soprattutto pellicani, cigni e oche) rendendolo un’eccellente postazione di birdwatching. Un luogo piacevole dove passare la notte, nei campi gher o in tenda. Una trentina di chilometri a nord dell’Orog, sorge un altro lago, molto più piccolo: è il Kholboolj nuur, dalle acque salate e rossastre. Qui sono stati rinvenuti molti fossili e scheletri di antichi animali e si presume ce ne siano molti altri ancora sepolti. Lago Böön Tsagaan nuur Questo grande lago salato rappresenta lo spartiacque fra il deserto del Gobi e le catene montuose dell’Altai e del Khangai. Si estende per 240 chilometri quadrati in una grande depressione, 90 chilometri a sudovest di Bayankhongor. Il Böön Tsagaan nuur è un paradiso di gabbiani, cigni e oche. Il paesaggio intorno è inquietante e insieme suggestivo, per le sue grottesche formazioni rocciose e i canyon mozzafiato. Sorgente Shargaljuut rashaan Trecento sorgenti sgorgano nella conca fra i monti Myangan Ugalzat e Shargaljuut, che superano abbondantemente i tremila di quota. L’acqua zampilla a temperature variabili, da ghiacciata a bollente (fino a 90 gradi) e viene convogliata in vasche, piscine o direttamente nei campi gher di un hotel e di un stabilimento termale dove si pagano circa 35 dollari al giorno. Anche i mongoli frequentano queste terme, poste a 1.500 di quota, per curare dolori reumatici e problemi di pelle: le acque contengono bicarbonato, carbonato, solfato e sodio. A nord ovest di Shargaljuut, nella zona del monte Modon Salaa e nei pressi del villaggio di Erdenetsogt, si trova idealmente il limite più meridionale al mondo di permafrost, il terribile zud che ghiaccia il terreno per mesi provocando la morte di milioni di animali privati del pascolo. Canyon Galuut Khavtsal Un corridoio in mezzo a due montagne. Il Galuut, 85 km a nord-ovest di Bayankhongor, è un angusto canyon che si stringe fino a un metro di larghezza con pareti di oltre 25 metri di altezza. Oltre all’esperienza singolare e un po’ inquietante di camminare in questo tunnel, è possibile anche ammirare incisioni rupestri e le rovine del monastero di Mandal, distrutto negli anni Trenta. Lago Khökh nuur Uno dei tanti “laghi azzurri” della Mongolia (da non confondere con l’omonimo lago del Khentii dove Chinggis Khan fu proclamato imperatore), situato sullo spigolo nordoccidentale dell’aimag. È un incantevole specchio d’acqua creato dallo scioglimento di un blocco morenico. Piccolo, nascosto e difficile da raggiungere, forse questo Khökh nuur non è ancora stato visitato da nessun turista. Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam
È eloquente il battesimo di questa desolata e affascinante regione, la seconda in grandezza della Mongolia, che unisce il deserto e le steppe del Gobi agli aspri rilievi dell’Altai. È una terra difficile per gli stessi nomadi (i capi di bestiame vengono sistematicamente dimezzati dagli inverni gelati), per questo è un rifugio sicuro per animali selvatici come il cammello battriano, il cavallo Przewalski, l’orso del Gobi e il leopardo delle nevi. Anche la flora è molto peculiare: il Cynomorium, conosciuto come fungo maltese, è una pianticella parassita già largamente utilizzata dai cinesi da tempi antichissimi per le sue straordinarie proprietà curative. Cresce in questo deserto e in poche altre zone della terra. Gli abitanti del Gobi ne fanno ampio uso da generazioni, la raccolgono in autunno e primavera, ne ricavano una farina e dopo averla seccata la miscelano con latte e burro. Dal Gobi-Altai si è verificata negli ultimi anni una sorta di diaspora verso terre più generose e verso le città. L’aimag è ricco di bellissime riserve naturali, tutte abbastanza impegnative da raggiungere ed esplorare, ma per gli amanti dell’avventura, del trekking e soprattutto dell’arrampicata, questo è un vero eden. È anche il presunto territorio dell’Almas, lo yeti mongolo, avvistato in molte occasioni anche recenti. Il capoluogo è Altai, 2.181 metri di quota, diciottomila abitanti e un comodo aeroporto a due chilometri dal centro e a due ore di volo da Ulaanbaatar. Oltre a godere di una splendida posizione all’ombra delle montagne ed essere un gradevole centro, Altai è un punto di riferimento ideale per splendide escursioni. Oltre al solito museo dell’aimag (statue buddhiste, arazzi, costumi sciamani e una corazza da guerriero), allo scalcinato teatro e a un vivace mercato, ogni mattina si può assistere a una funzione religiosa nel piccolo monastero Dashpeljeelen. Pochi e un po’ mesti gli alberghetti e i ristoranti, ma l’atmosfera resta sempre gradevole e familiare. Da non perdere un bicchierino dello sherry locale. Parco naturale Ikh Gobi È per grandezza (53.000 kmq) la quinta riserva naturale del pianeta e comprende sia l’immensa sezione A (Altai del Gobi del sud), posta a sud della regione, sia la più piccola sezione B (Züün garyn Gobi), a ovest tra la Cina e l’aimag di Khovd. L'Ikh Gobi è un’area strettamente protetta e riserva internazionale della Biosfera dell’Unesco dal 1996, habitat di straordinarie specie animali come l’antilope saiga, l’asino selvatico, il cammello battriano e l’orso del Gobi. C’è un problema: il parco è difficilissimo da raggiungere e per visitarlo occorrono permessi speciali, spesso concessi solo a partecipanti a programmi ufficiali di salvaguardia ambientale. Parco nazionale Takhiin tal (Valle dei Takhi) La Takhiin tal si trova nel sum di Bugat, tra le sezioni A e B dell’Ikh Gobi, di cui fa parte, in un’area ove alla fine degli anni Sessanta erano stati individuati gli ultimi cavalli selvatici prima dell’estinzione. Dopo la riproduzione in cattività nelle riserve europee e americane, dal 1992 i takhi sono stati reintrodotti e possono essere avvicinati (non troppo) in questo ambiente poco noto e tranquillo rispetto al più visitato Khustain park nell’Arkhangai. Riserva naturale Eej khairkhan Posta in una zona remota nel sum di Tsogt e al centro del Gobi-Altai, 150 chilometri a sud del capoluogo, quest’area di 216 kmq è stata creata per salvaguardare l’ambiente naturale ma per i mongoli assume anche un significato mistico. La montagna Eej khairkhan, definita “la roccia madre”, è stata dichiarata monumento nazionale nel 1992. Fa parte di un complesso granitico molto suggestivo che, per gli abitanti, viene considerato “vivo” e rappresenta l’anima stessa della Terra. Ai piedi del versante nord della montagna passa idealmente il 45° parallelo, cioè siamo a metà strada esatta fra equatore e polo nord. A rendere ancora più magico il luogo, ogni tanto da queste parti si fa vedere il leggendario leopardo delle nevi. Si può scalare la montagna (2.275 metri) con dei permessi speciali. Si incontrano molti massi dalle forme particolari ma la curiosità più fotografata è rappresentata dalle “9 marmitte di roccia”, a sud-est della formazione granitica; sono delle cavità naturali del diametro da 2 a 4 m che contengono un’acqua considerata curativa. In questa riserva naturale, senza piste e molto impegnativa da raggiungere, si aprono alcune caverne che hanno attirato l’attenzione degli speleologi. Le due grotte più particolari sono “la grotta del lama” (Lamyn agui), rifinita da un muro e quattro piccole finestre; e una grotta in un blocco di granito scavato all’interno, anch’essa utilizzata come luogo di preghiera. Area protetta Burkhan buudai Dal 1996 è un’area montagnosa protetta che fa capo alla cima omonima di 3.765 metri, ammantata di nevi perenni. La Burkhan buudai è una delle mete predilette dagli scalatori e dai trekker grazie alle splendide opportunità di escursioni più o meno impegnative. È una zona meravigliosa che alterna rilievi rocciosi e boscosi, ricca di importanti specie vegetali e animali. Fra le piante si possono ricordare il loto delle nevi (saussurea involucrata) e la rhodiola rosea, di grande rilevanza fitoterapica; fra gli animali il gipeto, il gallo delle nevi, lo stambecco, l’argali e il leopardo delle nevi. Leggermente più alta (3.802 metri) la vicina vetta dell’Aj Bogd, Khüren Tovon, ugualmente ideale per spedizioni alpinistiche. Riserva naturale Sharga Istituita nel 1994 per la salvaguardia della saiga, la riserva naturale Sharga è ampia 90 chilometri, lunga 120 e si divide in due parti: Sharghyn Gobi, 90 chilometri a ovest di Altai, con il piccolo lago Sharghyn Tsagaan nuur, e Mankhany Tal, un’area stepposa a 70 chilometri dal capoluogo, nella valle del lago Khar-Us. Area protetta Khasagt khairkhan È un’area strettamente protetta, vasta 22 chilometri per 15, che sorge a 3.500 metri di quota a nord di Altai, istituita nel 1965 per salvaguardare la pecora selvatica (argali), il leopardo delle nevi, il cervo rosso e il fagiano tibetano. L’area vegetativa del Khasagt khairkhan sale, come una torta a strati, dal deserto alla steppa e alla zona alpina. Anche questa riserva è splendida ma difficile da raggiungere e senza strutture ricettive. Mongol Els (Sabbie mongole) Con i suoi 2.713 kmq le Mongol Els rappresentano il deserto più esteso, per lunghezza, della Mongolia. Attraversa quattro sum appartenenti a due regioni diverse, Aldarkhaan (regione Zavkhan), Khökhmorit, Bayan-Uul e Jargalan (regione Gobi-Altai), seguendo per 300 km la valle del fiume Zavkhan da nord-ovest a sud-est. Per i suoi piccoli, numerosi laghi e la cornice del fiume, i mongoli chiamano questa zona “fiume-laghi-sabbia” (gol-nuur-els). Il più famoso, cantato e recitato dei suoi laghi è il Lago Variegato (Ereen nuur), uno specchio d’acqua dolce e trasparente di 4 kmq, ricco di pesci, che resiste impavido alle sabbie circostanti; un gioiello dal colore cangiante, incastonato nella sabbia, che appare all’improvviso come un miraggio. Testo di Federico Pistone e Dulamdorj Tserendulam