ARTICOLI
ARCHIVIO 2002-2010
Rassegna stampa di pubblicazioni dedicate alla Mongolia dalla stampa italiana e internazionale. Vedi anche sezione DOSSIER

Il francescano Rubruc dentro l'Impero mongolo
nel libro di Piazza e nell'articolo di Citati

13 settembre 2011 Partendo dal nuovo libro sul viaggio del frate francescano nell'impero mongolo, curato curato da Paolo Chiesa per la Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori (e di cui presto riferiremo nella nostra sezione Libri), il Corriere della Sera del 13 settembre dedica un approfondimento in una doppia pagina della Cultura con richiamo in copertina. L'aitore è Pietro Citati che solo poche settimane fa aveva realizzato, sempre per il Corriere, un articolo sullo spunto del libro di Groussex "Il conquistatore del mondo", dedicato a Gengis Khan e riproposto da Adelphi dopo a quasi settant'anni dalla sua stesura. Ancora una volta Citati ci accompagna in un viaggio di suggestioni storiche e culturali: "Nel corso del Viaggio in Mongolia - scrive Citati - contempliamo una serie di mirabili scene, dove i gesti, gli oggetti, i riti, le funzioni cristiane si fondono nel racconto politico. Ecco Rubruk e i suoi compagni penetrare nella tenda di feltro bianco mostrando i libri e i paramenti sacri; oppure indossare gli abiti più preziosi; oppure tenere sul petto una Bibbia e un salterio; oppure innalzare l'incenso col turibolo; o intonare il Salve Regina o il Veni Sancte Spiritus. Intanto il khan esamina con estrema attenzione il Salterio, il crocefisso, il turibolo, le preziose miniature della Bibbia. Mentre siede su un trono lungo e largo simile a un letto, decorato d'oro, i missionari stanno in piedi senza inchinarsi, nel silenzio più assoluto, il tempo di un miserere: perché i cristiani si prosternano solo davanti al Signore. Cosa colpisce, in queste scene bellissime, è la reverenza reciproca: come se il cattolico d'Occidente potesse riflettersi soltanto nel gesto del terribile e grave khan orientale". Adestra, il ritaglio della doppia pagina sul Corriere della Sera.

 

Per Il Foglio di Giuliano Ferrara
Berlusconi diventa Gengis Cav.
19 agosto 2011 Sul numero dell'8 agosto del quotidiano Il Fogllio, diretto da Giuliano Ferrara, in prima pagina campeggia un lungo articolo di Stefano Di Michele intititolato "Nostalgia di Gengis Cav.". Nel sommario si legge: "L'Amor nostro si riscuota pensando al suo prologo sotto il cielo di Mongolia: pure Gengis Khan fu messo alla gogna dai nemici, vagava di tenda in tenda, federò tribù bellicose, ebbe i suoi Fini e i suoi Letta". L'articolo, tra lo storico e il satirico, nasce dalla lettura del libro "Il Conquistatore del mondo", di René Grousset, appena ripubblicato da Adelphi ("meraviglioso" lo definisce Di Michele). La similitudine tra Temujin e il premier alla fine cede a una mesta conclusione: "Gengis Khan arrivò a lambire il palazzo imperiale di Pechino, creando uno degli imperi più sconfinati di tutta la storia umana. Invece Gengis Cav. il Palazzo se l'è preso direttamente, tribù e clan ha attruppato attorno a sè, ma lo stesso il Muro di Piombino, che pure voleva abbattere anni fa, costeggiandolo dalla Nave Azzurra, e che certo non è la Grande Muraglia, ancora resiste. Erano così, le truppe di Gengis Khan: Hanno fronti di bronzo, le loro fauci sono come una tagliola, la loro lingua come un punteruolo, il loro cuore è di ferro, la loro coda è come una spada. Si dissetano di rugiada. Corrono a cavallo del vento". Inevitabile che da Cicchitto a Quagliarello, da Gasparri a Lupi, si vada invece più al piccolo trotto - manca magari un po' la "steppa a dorso d'asino" e un po' pure la "steppa del cammello". Troppo poco i soli cactus di Villa Certosa". Per leggere l'intero articolo del Foglio clicca qui.
A destra, la vignetta di Vincino che accompagna l'articolo.

Repubblica dedica due pagine alla Mongolia
"dove è più facile incontrare cavalli che uomini"
21 luglio 2011 "E' assorta in meditazione al centro di un grande prato. Seduta e con le braccia incrociate. Immobile, la ragazza fissa l´orizzonte. Tutt´intorno un silenzio assoluto, da primi giorni del creato. Sullo stradone che nel parco Khustain si staglia sotto il profilo delle colline non passa un´automobile. In un fotogramma, l´essenza della Mongolia". Così inizia l'articolo di Gianni Perrelli nell'inserto VIaggi di Repubblica del 20 luglio, dal titolo "Mongolia. Nell'antico regno dello spazio infinito". "Un intreccio di piccoli universi, dove è più facile incrociare cavalli che esseri umani (il rapporto è di tredici a uno). Un paradiso della biodiversità, in cui convivono yak e cammelli, aquile e orsi bruni, lupi e renne. Nei saliscendi di un´orografia magicamente accidentata l´unica bussola sono i puntini bianchi delle gher, le tende circolari di feltro, dai tetti bassi, trascinate fin dai tempi di Gengis Khan nelle transumanze che attraversano steppe, altopiani, montagne". Per leggere l'articolo integrale clicca qui

 

"Il lupo azzurro che sottomise il Cielo"
Pietro Citati racconta Gengis Khan sul Corriere
30 giugno 2011 Anche il Corriere della Sera (edizione di giovedì 30 giugno) prende spunto dall'uscita del libro di Grousset per dedicare due pagine, con richiamo in prima, a Gengis Khan. Questa volta però siamo di fronte a un grande articolo, affidato alla penna nobile dello scrittore Pietro Citati che riesce a raccontare in modo avvincente il condottiero mongolo. Vale la pena leggere l'intero servizio, da dove emerge una figura leggendari, quasi divina, a ma nello stesso tempo "umanissima". E rende giustizia non solo a Gengis Khan, ma a tutto il popolo mongolo. Ecco un estratto: "Questo paesaggio di ghiacci, alberi e fiori era dominato da una coppia di animali sacri: il Lupo blu-grigio e la Cerbiatta fulva. Tutti i Mongoli si sentivano lupi blu-grigi e cerbiatte fulve. In primo luogo, erano lupi: gli animali inviati dal Cielo, gli archetipi della stirpe, i possenti antenati. Il lupo, colore del cielo, si incontrava con la cerbiatta, fulva come la steppa. Si amavano furiosamente: il loro connubio era l’incontro della fiera e della selvaggina, del divoratore e del divorato, dell’assassino e della vittima; connubio così spesso raffigurato negli ori della Scizia. Attraverso il lupo e la cerbiatta, i Mongoli diventavano animali. Erano come i cavalli, dai quali suggevano il sangue: come «falconi affamati» : come «cani dalla fronte di bronzo» : come «corvi notturni» : come gru «dalle zampe azzurre e dalle penne color cenere» ; come marmotte, talpe, pesci. Persino le frecce di legno e di penne, su cui scrivevano i nomi, erano una parte di loro: vibravano, attraversavano velocemente il cielo, colpivano da lontano e con innaturale precisione i cervi e i falconi, stabilendo con le vittime un legame strettissimo, che solo i Mongoli comprendevano. Sapevano che gli animali erano figure superiori agli uomini: volavano, nuotavano, odoravano, vedevano di notte, conoscevano il futuro e le lingue segrete. Così, per colpire la preda, essi non dovevano scendere verso gli animali, ma salire a un livello più alto dell’uomo, nel punto in cui l’uomo-animale si trasformava in Dio". Per leggere l'intero articolo e per altre informazioni vai alla sezione Gengis Khan

Dopo 65 anni esce in Italia il libro di Grousset
su Gengis Khan: il Sole 24 Ore dedica una pagina
27 giugno 2011 "Gengis, il grande globalizzatore" ha intitolato Il Sole 24 Ore nell'inserto culturale di domenica 26 giugno. Una ricca pagina dedicata al grande condottiero mongolo, in occasione dell'uscita in Italia dello storico libro di René Grousset del 1944, che resta una pietra miliare nella conoscenza di Gengis Khan.Lo possiamo trovare in libreria con il titolo "Il grande conquistatore", pubblicato da Adelphi (344 pagine, 24 euro).Così il giornalista Nicola Di Cosmo lo presenta: "Il libro di Grousset, che andrebbe considerato un oggetto di antiquariato accademico (i nomi di Pelliot, morto nel 1945, ed Haenisch, morto nel 1966, citati nella prefazione come se fossero ancora tra noi fa un certo effetto), ha certamente avuto un ruolo importante nella conoscenza del mondo da cui emerse Gengis Khan e quindi della demistificazione del personaggio, tesa a metterne in risalto soprattutto radici culturali e spessore storico. Ma per quanto frutto di una ricerca meticolosa, e diverso in ciò dai lavori di divulgazione che caratterizzano l'opera di Grousset, si tratta comunque di un lavoro essenzialmente letterario. È basato su un'opera importante, la Storia Segreta dei Mongoli, che narra le origini di Gengis Khan (più correttamente Cvinggis Qan) e la sua ascesa a «conquistatore del mondo».a reazione di chi visita la Mongolia normalmente è: "Sarebbe bello andare a vivere nella steppa in una gher, qualche cavallo, una mandria di yak e fare la vita dei nomadi". A sinistra lo storico francese René Grousset (1885-1992). Clicca qui per leggere l'intero articolo.

 

Vivere tre anni in Mongolia come i nomadi
Ecco l'esperienza di una coppia con figlio
23 giugno 2011 La reazione di chi visita la Mongolia normalmente è: "Sarebbe bello andare a vivere nella steppa in una gher, qualche cavallo, una mandria di yak e fare la vita dei nomadi". Una coppia inglese, di Bristol, lo ha fatto veramente, almeno per tre anni. Lei, Ruth, ci ha cresciuto anche un figlio mentre lui, Steve, ha condotto uno studio sul gatto di Pallas, lo stupefacente felino dell'Asia Centrale. Ruth Kamnitzer (nella foto, in Mongolia con il figlio Calum), che ha un master in conservazione della biodiversità, ha scritto un articolo illuminante e anche molto divertente ("Allattare nella terra di Gengis Khan"), pubblicato dalla rivista Mothering Magazine e tradotto in italiano da Barabara Siliquini per www.genitorichannel.it. "In Mongolia esiste un detto, citato molto di frequente, che dice che i migliori atleti di lotta libera sono stati allattati almeno fino a sei anni, una cosa non da poco in un Paese dove la lotta libera è lo sport nazionale... Io mi trasferii in Mongolia quando il mio primo bambino aveva quattro mesi, e vissi là finché aveva tre anni". Per leggere l'articolo intero vai alla pagina con l'articolo di Ruth Kamnitzer

 

Approvata la costruzione di cinquemila chilometri
di ferrovia per il trasporto di materie prime
14 marzo 2011 Ancora un passo avanti per le opportunità la Mongolia sul fronte dello sfruttamento minerario e dei trasporti. "Il parlamento mongolo - si legge sul numero di maggio di IL, mensile del Sole 24 Ore - ha approvato la costruzione di oltre cinquemila chilometri di ferrovia sulla direttrice est-ovest. Una cordata di aziende coreane, guidata dalla Lotte Engineering & construction, è in corsa per l'appalto da 3 miliardi di dollari per realizzare i primi 1.100 chilometl Il progetto agevolerà l'esportazione di materie prime di cui la Mongolia è ricca. A destra, binari attraversano il deserto del Gobi.

 

Sul Corriere della Sera Gengis Khan diventa
il conquistatore più "ecologista" della storia
1 marzo 2011 Gengis Khan era un conquistatore "ecologista". E' quanto si legge sul Corriere della Sera di oggi - martedì 1 marzo 2011 - in un servizio di Adriana Bazzi dedicato al grande condottiero mongolo, ispirato a una ricerca della Carnagie Institution Department of Global Ecology di Washington. "Ecologicamente parlando, Gengis Khan può essere definito come il conquistatore più 'verde' che la storia abbia mai avuto", esordisce l'ìarticolo che poi circostanzia: "Il grande imperatore dei Mongoli (siamo nel XIII secolo) ha sterminato così tante popolazioni, durante la sua cavalcata dalle steppe asiatiche fino all'Europa dell'Est (non si è mai fermato e portava con sè, anche in battaglia, la sua yurta, cioè una tenda, montata su un carro trainato da buoi, mettendo in pratica un'originale stategia di guerra), che ha poi permesso la riforestazione di un gran numero di terre, prima sfruttate per la produzione di generi alimentari (si calcola che abbia ucciso circa 40 milioni di persone). A sinistra, il ritaglio dell'articolo.

 

Nello speciale Viaggi del Corriere della Sera
in copertina sorride una bambina della Mongolia
19 febbraio 2011 Una bambina mongola che sorride nello scenario del parco Khustain. E' la foto di Marco Ciglieri che apre lo speciale Viaggi del Corriere della Sera, in edicola domani, domenica 20 febbraio con il quotidiano. Il titolo, "Orizzonti ritrovati", è spiegato nell'articolo di prima pagina di Michele Farina: "Il viaggio, esperienza per eccellenza. D'altra parte 'abbastanza vaneggia chi non si muove', scriveva nel Medio Evo Chrétien De Troyes. Viaggiare per non vaneggiare, ritrovarsi". Trentadue pagine di tendenze, protagonisti, piaceri raccontate da alcune firme del Corriere della Sera, fra cui Iacopo Gori, Rossella Burattino, Carlotta Lombardo, Francesco Battistini, Roberto Perrone, Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Federico Pistone.

 

"Ulaanbaatar il posto più brutto del mondo"
Forse per chi vuole attraversare la strada
5 febbraio 2011 Dunque, Ulaanbaatar è il posto più bello del mondo, come decanta National Geographic (vedi) nell'ideale classifica delle mete migliori del pianeta, oppure è il più brutto del mondo come infierisce L'Espresso in un discutibile articolo tradotto dall'originale di Andrzej Stasiuk? Clicca qui per leggere l'articolo dell'Espresso. Sull'esaltazione del National Geographic abbiamo già scritto da queste News (notizia del 5 gennaio 2011), prendiamo ora atto di come invece si può raccontare la stessa realtà come in una sorta di Rashomon (il leggendario film di Kurosawa dove ognuno interpreta lo stesso avvenimento in maniera del tutto differente, a seconda della convenienza o dello stato d'animo). Ciò che si legge sull'Espresso è ai limiti del diffamatorio per una capitale giovane e ricca di sorprese, emozionante punto d'incontro di carovane e di gher fino a un secolo fa, poi trasformata dai sovietici in una sorta di Kiev della steppa. Ma l'atmosfera resta magica e spirituale, come recita la motivazione del National Geographic. L'articolo dell'Espresso dice altro, perché Stasiuk "voleva" dire altro. A conferma che questa capitale non lascia indifferenti, sa suscitare emozioni forti, in un senso o nell'altro. E così si accanisce, con quell'odiosa supponenza occidentale, sul tessuto sociale ("Eretta sulla steppa, sulla nuda terra, rammenta un'anti-utopia cittadina"), sull'architettura ("Tutto ciò che è in muratura è sghembo, malfatto, come se fosse il risultato di un gioco da bambini"), perfino sul traffico ("Non conosce pietà. Ulaanbaatar, in particolare per i pedoni". La conclusione a effetto è che: "Ulaanbaatar è il posto più brutto del mondo". Una visione superficiale, che non tiene conto delle meraviglie di questa città, non facili da scoprire, come scrive Paola Frattola, che a Ulaanbaatar ci vive, nel libro "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" di Federico Pistone - Polaris 2010): "Ulaanbaatr è l'incontro degli opposti. Vale la pena entrare nei quartieri, fermarsi ad osservare. Capire è forse impossibile, bisogna però saper ascoltare senza arroganza, saper vedere senza pregiudizi e forse questi opposti ci riveleranno qualcosa di essenziale. Ulaanbaatar non è tanto una città da vedere, ma da vivere, una città dai mille volti, che vale la pena scoprire". Evidentemente non per Stasiuk, preoccupato solo di attraversare la strada. Per approfondimenti su Ulaanbaatar clicca qui

 

Il National Geographic elegge Ulaanbaatar
migliore meta del mondo 2011: Sardegna terza

5 gennaio 2011 Ulaanbaatar è il luogo più bello del mondo da visitare. La capitale della Mongolia è stata eletta a sorpresa la meta migliore del 2011 dal National Geographic. Molte le motivazioni elencate: fra queste, UB è il punto di partenza per itinerari meravigliosi, ospita splendidi monasteri come Gandan, uno dei più pittoreschi mercati d'Asia, il Narantuul, e il Naadam, la spettacolare celebrazione dei guerrieri mongoli, entrata da poco nel Patrimonio dell'ìUmanità dell'Unesco. Dopo la "medaglia d'oro" a Ulaanbaatar il National Geographic assegna l'argento ai laghi di Pitvice in Croazia e il bronzo alla Sardegna. Le altre località nella top ten mondiale: 4) Tasmania, 5) i fiordi norvegesi, 6) Uruguay, 7) Shimla (India), 8) Messinia (Grecia), 9) Dominica 10) Namibia. Per leggere classifica e motivazioni clicca qui. Nella foto a sinistra (pubblicata dal National Geographic) i piedi della statua buddhista di Mejid Janraiseg, alta 26 metri, all'interno del tempio di Gandan, consacrata nel 1996 dal Dalai Lama.

 

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