LA CACCIA PEGGIO DELL'EFFETTO SERRA

IL SENSO DEI MISSIONARI IN MONGOLIA

IL RIMPATRIO DEI MIGRANTI IN LIBIA: IL FASTIDIO DELLA DIVERSITA'

LE MAGIE DI UN VIAGGIO IN MONGOLIA

 

LE MAGIE DI UN VIAGGIO IN MONGOLIA

Un viaggio in Mongolia può diventare un prezioso investimento, non solo in termini di conoscenza di una terra così affascinante e remota, ma anche di riflessione, di aggregazione, perfino di amicizia vera. Bastano due settimane per creare fra i compagni di viaggio, magari sconosciuti fino al giorno prima della partenza, una sorta di legame molto saldo, quasi intimo. E’ anche questa la magia della Mongolia, un paese che ti sorride e che nello stesso tempo ti mette a dura prova, ti fa tornare un po’ alle tue radici, che forse non hai mai esplorato prima. E le persone che hai vicino diventano come dei complici di questa missione dell’anima. Mi capita tutte le volte che parto insieme ad altri compagni di viaggio, è successo ancora nel giugno 2009: eravamo in tredici persone, provenienti da ogni parte d’Italia, con le professioni più disparate e con un’escursione anagrafica di oltre quarant’anni. Con noi Dulam e altri amici mongoli (Delbee, Byambaa, Mandakh e Tsoj) e anche con loro è stata subito intesa. Come quando ho imposto una vera e propria pantomima per festeggiare, pretendendo a tutti una passione da ultrà, la notizia della vittoria e quindi della salvezza della mia squadra del cuore (vedi il vergognoso filmato su you tube).

Abbiamo fatto un giro impegnativo ma splendido, come succede sempre quando si va in Mongolia: luoghi incantevoli, incontri emozionanti, natura da togliere il fiato. Ma anche, direi soprattutto, un’amicizia che si è consolidata come se, noi sconosciuti, ci conoscessimo da sempre. E ora che siamo tornati in patria ci sembra strano non vederci più: che uno continui a fare lo psicoterapeuta a Trani, l’altro il fornaio in una valle bergamasca, uno faccia il programmatore per pc a Roma, l’altra l’insegnante di inglese a Erba e così via. Solo due persone continueranno a frequentarsi, solo perché la geografia li ha favoriti: uno fa il veterinario, l’altro l’ispettore Inps, entrambi a Bologna. Prima del viaggio non sapevano dell’esistenza dell’altro. Le fredde notti dentro le gher li hanno trascinati a una insospettabile amicizia, quasi fraterna. Già alla prima notte in Mongolia, sperduti in una immensa valle dell’Uvurkhangai, tra di noi si era creata un’atmosfera di contagiosa euforia, senza necessariamente l’aiuto della vodka. Eh sì, la Mongolia ha anche questo potere magico. Lo testimoniano le frasi dette e scritte dai componenti del gruppo, e anche le immagini, a volte goliardiche e a volte commoventi, che hanno accompagnato questa breve ma intensissima esperienza mongola. Grazie, compagni di viaggio indimenticabili.

"Cosa si poteva desiderare di più per un viaggio di nozze?", scrivono Katia e Mauro, certo non pentiti di avere scelto la Mongolia per coronare la loro romantica avventura di freschi sposini.

"Penso molto a tutti noi, alle risate fatte e a tutte le emozioni provate insieme a voi. Quando penso a quei giorni mi si scalda il cuore e non vi nascondo che provo anche nostalgia. Sono troppo sdolcinata se vi dico che mi mancate?", scrive la deliziosa Luisa.

"Aiuto, sto soffrendo di gravi disturbi di astinenza da Mongolia", scrive Jane, la romantica signora inglese.

"Non ho la forza né la lucidità per dire altro su quel che si è appena concluso. Anche perché la sensazione che provo non è tanto quella di una conclusione quanto quella di una roboante eco che si muove dentro di me. Non fate battute scontate idioti che non siete altro, è una eco profonda e poetica, fatta di un milione di cose che credo mi terranno compagnia per tanto, tanto tempo", scrive Michele, che fa il brillante ma si commuove.

"I compagni di viaggio sono stati incredibili, pazzi, incoscienti, qualcosa che va oltre la simpatia del momento. Ce ne siamo resi conto tutti. Sono convinto che quello che si è creato tra di noi resterà", scrive Giuseppe nel suo Diario.

"Sono felice di aver condiviso con tutti voi le meraviglie di questo Paese, felice di avervi conosciuto, desiderosa di continuare a conoscervi, tra una mail e l’altra, tra ricordi di ieri e incontri di domani", confida Cristiana.

"Queste due settimane passate insieme sono state splendide, e ne conserverò gelosamente il ricordo. Immaginandovi già in crisi di astinenza, ho provveduto a inviare a tutti voi una razione di buuz, da mangiarsi rigorosamente a pranzo e cena per i prossimi dieci giorni", firmato Lucia, 25 anni e uno spirito di adattamento da viaggiatrice consumata. Indimenticabili le sue conversazioni in sanscrito con il monaco dell'Amarbayasgalant.

Silvia diventa lirica: "Ho incontrato il tempo sospeso, il passato il presente il futuro in un unico istante che è durato il tempo infinito nello spazio infinito... e tutta la gioia del mondo e tutto il dolore del mondo e tutti gli istanti del mondo".

Simone invece se la cava con una foto (a destra) non esattamente lirica, anzi ai limiti della censura, che descrive così: "Mi sono imbattuto in quella che oserei chiamare 'la madre di tutte le foto', lo scatto che immortala la spiritualità del viaggio, l'aulico emblema della pace dei sensi".

Nelle altre foto: dall'alto, cena romantica in una gher (l'apparente quiete è dovuta agli eccessi di vodka); foto di gruppo sul cratere del vulcano Khorgo; posa con la famiglia di nomadi di Tsagaan Zalaa che ci ha sopportato per due giorni; giochi pericolosi sul bordo di un dirupo; inquadrature singolari di Michele nei pressi del monastero di Amarbayasgalant; foto ardite di Mario nella gher del piccolo Ochro, fra lo stupore dei nomadi.

Intanto nel Diario del sito cominciano ad affluire i racconti e le immagini di questo piccolo magico viaggio.

 

IL RIMPATRIO DEI MIGRANTI IN LIBIA: IL FASTIDIO DELLA DIVERSITA'

Dal balcone di casa nostra a Siracusa si vede il mare che dallo Ionio diventa canale di Sicilia, un mare che odora di Africa vicina, di fruscii di vele antiche, un mare dove un grande siciliano di altri tempi, Tomasi di Lampedusa, sentiva ancora le  sirene cantare in greco antico, dove oggi allo sciacquio delle onde si mischiano le voci dei sogni, delle speranze, delle paure incrostate di sale di tanti miei fratelli. Passano da casa nostra i fratelli, da una casa dove si mischiano lingue, dove l’italiano crea armonie con il mongolo, il francese, l’arabo, il tamashek dei tuareg, il dioulà  della Costa d’Avorio, e preghiere cristiane, musulmane, bahai, diventano una sola musica al dio comune, e dove si raccontano ancora storie come sotto i grandi alberi dei villaggi burkinabè o nelle gher sperdute fra il mare d’erba nelle notti di stelle e lupi lontani. Sono storie di vite fra l’orrore e il gusto giovane dell’avventura, così simili a  quelle che leggevamo nei libri di Conrad in lontanissime notti da adolescenti e che pagina dopo pagina facevano nascere la consapevolezza di essere tutti cittadini di uno stesso mondo, dalle oasi del Niger profumate di menta, ai deserti di fuoco dell’Eritrea, dalle umidità delle giungle di Ceylon al grande cuore d’erba delle steppe asiatiche, e che il fiume della vita è una corrente unica in cui può essere dolce lasciarsi andare senza avere paura del proprio amore. Forse tecnicamente questo è un “off topic”, mi sento comunque di condividerlo nel giorno in cui qualcuno esulta per lo “storico” risultato di mandare, in nome nostro, duecento fratelli a soffrire le violenze di un lager in Libia, solo per allontanare dalla nostra vista il fastidio della loro diversità. Ciao Carmelo Iapichino
 

IL SENSO DEI MISSIONARI IN MONGOLIA

"Andremo da dio, lo saluteremo e se si dimostra ospitale resteremo con lui, altrimenti rimonteremo a cavallo e verremo via". In questa antica frase di un nomade della steppa c'è tutta la filosofia di vita e la religione dei mongoli. Un popolo ospitale e gentile, che solidarizza in nome della sopravvivenza. Nelle gher, le tradizionali tende circolari, si entra senza bussare, ogni viandante è benvenuto, si accomoderà, offrirà il suo tabacco e riceverà conforto, cibo, té salato e latte di giumenta. E' un galateo non scritto, ma vivo da millenni. Questa disponibilità è talmente innata che viene idealmente traslata nell'aldilà: anche Dio deve essere ospitale, tollerante, gentile. Altrimenti, op, si risale a cavallo e via per un'altra destinazione, in puro stile nomade. Così i mongoli non potevano che adottare una religione-non religione come il Buddhismo, conservando gelosamente il loro legame atavico con lo sciamanismo (vedi sezione Sciamani), il "credo della natura". Secondo le statistiche la quasi totalità della popolazione mongola crede negli sciamani, mentre il 95% si professa buddhista lamaista, anche se negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente la tendenza all'ateismo, soprattutto nella capitale che racchiude metà della popolazione complessiva. L'esiguo spicchio restante è di religione islamica, concentrata nella zona kazaka dell'Altai, a ovest della Mongolia. La domanda a questo punto viene spontanea: che cosa c'entrano i cattolici in una realtà così peculiare e tradizionalmente già "assegnata"? La prima risposta che viene spontanea è: niente. Certe operazioni di evangelizzazione, soprattutto di origine statunitense o tedesca, sono esecrabili perché cercano di strappare i nomadi alle loro tradizioni mistiche con motivazioni deliranti, spesso accompagnate da offerte subdole. C'è però un'altra faccia dell'impegno cattolico in Mongolia: quello delle missioni. E allora qui scatta l'inchino. Persone straordinarie, come i Missionari della Consolata o le Figlie di Maria Ausiliatrice, stanno offrendo alla Mongolia un aiuto preziosissimo, concreto, senza compromessi, a stretto contatto con le realtà (anche religiose) locali. A quel punto la fede passa in secondo piano. Al primo posto c'è l'amore per questa gente orgogliosa e povera, la voglia di approfondirne la conoscenza, di entrare in simbiosi per poter essere "uno di loro" e saperlo aiutare con la coscienza e la forza dell'amico e non dell'evangelizzatore. Offrire dignità alla popolazione locale, attraverso la creazione di opportunità di lavoro per gli adulti e di studio e svago per i bambini oltre a un miglioramento del piano sanitario degli ospedali locali: sono questi gli obiettivi delle missioni cattoliche con cui anche mongolia.it sta collaborando da anni. Nella sezione Sos Aiuti umanitari aggiorniamo costantemente gli interventi che vengono realizzati, sull'asse della solidarietà Italia-Mongolia. Con la possibilità di offrire direttamente degli aiuti concreti. Nella foto, Padre Giorgio Marengo, Missionario della Consolata ad Arvaikheer, accanto al campo di basket costruito per i ragazzi del paese, insieme a un centro sociale, scuole-gher e altre iniziative fondamentali per la comunità. Federico P.

 

Benedetto XVI: "La Mongolia esempio di tolleranza religiosa"

Sul tema della religione in Mongolia si è espresso nel maggio 2009 anche Papa Benedetto XVI, definendo il popolo mongolo un esempio per tutta l'umanità, nel ricevere le lettere credenziali del nuovo ambasciatore presso la Santa Sede. Nel testo del discorso in inglese consegnato al signor Danzannorov Boldbaatar, il Pontefice ha ricordato che l'attuale costituzione della Mongolia, dove il regime comunista è rimasto in carica per quasi 70 anni fino al 1990, riconosce la libertà religiosa come un “diritto fondamentale”. Benedetto XVI ha espresso gioia per “l'apertura del popolo mongolo, che nutre grande considerazione per i costumi religiosi tramandati di generazione in generazione e che mostra un rispetto profondo per le tradizioni diverse dalle proprie”. “Le persone che praticano la tolleranza religiosa – continua il testo – hanno l'obbligo di condividere la saggezza di questo principio con l'umanità intera, cosicché tutti gli uomini e tutte le donne possano percepire la bellezza della coesistenza pacifica e abbiano il coraggio di edificare una società rispettosa della dignità umana e che agisca secondo l'ordine divino dell'amore per il prossimo”. Questa armoniosa coesistenza storica di religioni e credi si deve molto alle politiche e alle pratiche di Chinggis Khan (1162-1227), che invitò musulmani, cristiani, buddisti e taoisti della Mongolia.

Benedetto XVI ha quindi preso atto della “feconda collaborazione” tra Mongolia e Santa Sede frutto di questa tolleranza religiosa. “Desidero esprimere personalmente la mia profonda gratitudine per tutto ciò che il governo e le autorità civili fecero per rendere possibile quell'evento storico”, ha aggiunto.

La Mongolia, un paese di tre milioni di abitanti, è composto per lo più da buddisti tibetani e conta poche centinaia di cattolici raggruppati in piccole comunità sorte dopo la caduta del regime comunista.

I primi missionari sono giunti in questo Paese nel 1992.

Oggi la Chiesa del paese ha un Vescovo, mons. Wenceslao Padilla, della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria, prefetto apostolico di Ulán Bator, che guida una piccola comunità cattolica sorta allora. Ogni anno ci sono circa un centinaio di battesimi.

 

"Credo nel vivere e nell'aiutare a vivere. Forse questo è religione"
Quando parliamo di religione tocchiamo un tasto molto sensibile. Nonostante la mia frequenza di chiese di qualsiasi credo, di monasteri e di moschee si limita ai matrimoni, battesimi o puro turismo, cerco sempre di rispettare il luogo e i suoi credenti. Nello stesso modo cerco di rispettare qualsiasi religione e i suoi seguaci. Il Buddhismo mi ha sempre affascinato per la sua disarmante armonia e tranquillità, così come trovo ammirevole e incredibile il ritorno alle proprie radici religiose dopo anni di soppressione, prendiamo appunto Mongolia con il Buddhismo o l’Armenia con il Cristianesimo. Nel mio piccolo cerco di vivere la mia vita senza urtate nessuno e aiutare chicchessia quando posso. Trovo ammirevole quelli che dedicano la loro vita ad aiutare gli altri, e di solito questi sono organizzazioni religiose. Trovo meno simpatico un atteggiamento di “io ti aiuterò se smetti di credere nel tuo Dio e credi nel mio”, ricatto puro. Spesso navigando in internet per informazione sui viaggi trovo associazioni che si vantano di aiutare povera gente di paese da noi considerati del terzo mondo, ma sperando poi di “portargli la luce”. Attraverso questo sito ho seguito il lavoro di Padre Giorgio, mi piace quello che fa, lui come tanti altri nel mondo; aiutare senza forzare, se puoi, qualche “pecora smarrita” decide di aggregarsi alla sua fede, ma ben venga, per lui e per loro. Quest’anno avrò la possibilità di passare per Arvaikheer e spero di trovare Padre Giorgio e sono sicura che quel poco che potrò offrire sarà accettato con gioia, anche se non sono né Cattolica né nient’altro di ben definito. Perché in fondo, il segreto, e, aiutare loro a vivere la loro vita con dignità e non come noi pensiamo deve essere vissuta. Credo nel vivere e nell'aiutare a vivere. Forse questo è religione: l’amore per il prossimo, senza chiamarlo con altro nome. Grazie a tutti quelli che dedicano la loro vita ad aiutare i meno fortunati senza secondo scopi. Jane Hartley (16 aprile 2009)

 

 

LA CACCIA PEGGIO DELL'EFFETTO SERRA

Il primo tema che voglio lanciare è talmente esplosivo che rischia di far precipitare la MongolFiera del blog prima ancora che sia decollata. L'argomento è la caccia. Non tanto quella che viene praticata in Italia, ma quella "da esportazione": veri e propri viaggi organizzati con l'obiettivo di esercitare l'attività venatoria in zone "meno controllate" e più selvatiche, quindi più ricche di fauna, come la Mongolia.

La posizione mia e del sito mongolia.it è abbastanza chiara, direi decisamente di parte. Siamo contro la caccia, in ogni sua forma perché siamo convinti che sia mostruoso uccidere per divertimento. Tanto più se le vittime non hanno fatto proprio nulla di male, anzi cercano solo di sopravvivere e di far sopravvivere le proprie famiglie. Che siano uccelli, pesci, cervi, leopardi, orsi, lupi, volpi... non importa. La presunta superiorità intellettuale dell'uomo dovrebbe essere un motivo in più per avere rispetto delle altre forme viventi e della natura in genere. Senza entrare nella retorica delle valutazioni ambientaliste e moraliste, la Mongolia sta vivendo un'epoca delicatissima dal punto di vista dell'equilibrio faunistico. Si assiste all'estinzione di intere specie animali, dal leopardo delle nevi (foto a sinistra), all'orso del Gobi, dagli argali (i maestosi ungulati dalle corna a spirale) ai lupi, simboli stessi della cultura nomade mongola, come bene ci ha raccontato il dissidente cinese Jiang Rong nel censuratissimo (in Cina) e celebratissimo (nel mondo) "Il totem del lupo". E in questo caso non c'entrano i mutamenti climatici e l'inquinamento. La Mongolia è un paradiso naturale immenso e immacolato, ma la fauna sparisce lo stesso. Il motivo? La caccia, appunto. Quella dei nomadi stessi che uccidono per procurarsi da mangiare e da coprirsi ma anche per difendere le proprie greggi. E quella degli stranieri, che possono colpire liberamente, anche specie protette e rare, pagando al massimo un prezzo simbolico ad agenzie consenzienti o ad autorità poco "autorevoli". Un vero sterminio. Nella nostra sezione ANIMALI, curata da Mara Tamburino della redazione di mongolia.it, abbiamo elencato tutti gli animali mongoli a rischio di estinzione, a causa della caccia indiscriminata da parte dei viaggiatori con doppietta. E abbiamo pubblicato un grottesco tariffario che viene applicato da alcune agenzie di viaggio. Una caccia all'orso di 7 giorni costa intorno ai duemila dollari, l'abbattimento di un lupo (assicurato) costa 500 dollari, il trofeo di una gazzella dalla coda bianca del Gobi viene solo 350 euro. Per i più facoltosi una decina di giorni nell'Altai per ammazzare un argali costa anche 40.000 dollari. Sono tanti soldi, ecco perché anche i mongoli a volte vengono traviati dal denaro e si dimenticano il loro millenario rispetto per tutti gli esseri viventi. I nomadi che uccidono per necessità, recitano poi preghiere per lo spirito dell'animale e ne offrono le parti migliori agli antenati e agli amici, quasi per espiare un peccato. E quegli stivali che calzano tutti gli abitanti della steppa e del deserto? Si chiamano "gutal" e hanno la punta in su per non ferire la terra e i piccoli animali che la popolano. Un rispetto ancestrale per la natura e per gli animali messo in discussione dalla passione perversa degli occidentali e dai loro soldi. Non regge, a nostro giudizio, nemmeno la motivazione che la caccia è una tradizione antichissima e per questo va rispettata. Anche la tortura è una pratica antica, anche la guerra, anche l'inquisizione... ma non è per questo che devono essere considerate lecite e inattaccabili.

Nel nostro FORUM abbiamo spesso trattato dell'argomento caccia con scambi di opinioni vivaci ma sempre civili. Spero che anche questo BLOG possa essere una zona franca dove ognuno porta le proprie riflessioni con convinzione ma senza strepiti. Altrimenti la MongolFiera viene giù davvero. Proprio nel Forum recentemente ci ha scritto il presidente della fondazione internazionale per la salvaguardia del leopardo delle nevi: una notizia triste, l'uccisione (da parte di un pastore) di uno di questi meravigliosi felini, ormai ridotti a poche unità, che si nascondono sui rilievi dell'Altai o del Gobi. Si chiamava Bayartai (che in mongolo significa "arrivederci") e aveva un collare che gli era stato applicato dai ricercatori per seguire i suoi spostamenti, capire la sua vita quotidiana e cercare così di salvarlo dall'estinzione. Bayartai non c'è più. La nostra Mara Tamburino ha così commentato la notizia: "Nonostante le azioni di salvaguardia intraprese da benemeriti ambientalisti, la caccia di frodo e altri accidenti continuano a minacciare la possibilità di sopravvivenza della specie". Un'altra notizia inquietante ce la comunica il Wwf: gli ufficiali e i politici russi che a bordo di un elicottero precipitarono sui monti Altai il 9 gennaio 2009 stavano conducendo una battuta di caccia illegale all'Argali. L'incidente aereo, costato la vita a sette persone, era stato inizialmente archiviato come "tragica fatalità". Ma un fotografo di un'agenzia stampa locale ha consegnato al Wwf delle immagini che testimoniano una realtà ben diversa. Accanto ai rottami dell'elicottero c'erano fucili, due carcasse di pecore Argali trafitte da fori di proiettile e perfino un coltello ancora conficcato nel corpo. Insomma si trattava di un ignobile "safari" dall'elicottero: il pilota si avvicinava più possibile alla preda e il cacciatore da pochi metri scaricava la sua raffica. Un gioco al massacro degli animali, questa volta finito male per gli uomini. "Questa non è caccia, non è neppure bracconaggio, è uccisione", ha commentato Vladimir Krever, direttore del programma Biosfera del Wwf. "Sparare dall'elicottero è ovviamente vietato ma i piloti vengono convinti dietro ricchi compensi". Federico P. 

Di seguito le vostre riflessioni in ordine cronologico (in alto la più recente). Scrivere a info@mongolia.it

 

"La caccia fa parte della natura umana, non sono delle sue tradizioni"

Sono un cacciatore da quando avevo diciott’anni e mio padre mi portava nelle campagne toscane a sparare ai fagiani. Così anche mio padre aveva ereditato questa passione dal nonno e indietro nel tempo per generazioni. Credo che la caccia faccia parte della natura umana, non solo delle sue tradizioni. Sono d’accordo che uccidere per divertimento sia una cosa orribile, ma la caccia è qualcosa più di un divertimento. E’ una passione antica. Comunque apprezzo questo civile dibattito fra cacciatori e anticacciatori, fra cui voi di mongolia.it. Immagino che le rispettive posizioni restino tali anche dopo accese dispute, ma vale sempre la pena scambiare delle riflessioni. Daniele A. (4 aprile 2009)

 

"Gli animali sono individui unici, dotati di sentimenti, intelligenza, relazioni sociali e familiari"

Se al punto dell’evoluzione che ha raggiunto, l’uomo contemporaneo non si rende conto che gli animali sono individui unici, dotati di sentimenti, intelligenza, relazioni sociali e familiari, e ritiene che si possano uccidere per semplice diletto, ciò significa che egli non ha compreso, non è progredito. Per quanto possa sforzarmi, alla mia età non riesco ancora a capire come persone civilizzate possano provare piacere nell’uscire di casa, togliere la vita a creature bellissime e magari, poi, appenderne in salotto la testa sotto forma di decorazione. Jane Goodall (20 marzo 2009)
 

"Uccidere o far soffrire per gioco è terribile"

Sarò molto più breve rispetto agli altri interventi. Ho 17 anni e mi piacerebbe un giorno visitare la Mongolia che credo sia un posto bellissimo, per gli uomini e per gli animali. Il mio parere, molto semplice, è che bisogna avere rispetto per tutti, uomini e animali. Sono d’accordo sul fatto che uccidere o far soffrire per gioco è terribile. Mi sembra che i cacciatori fanno proprio questo. Massimo F. (3 marzo 2009)

 

"La caccia non è uno sport. Lo sarebbe se gli uomini inseguissero una preda ad armi pari"

Mio nonno materno era il più grande cacciatore dell'Alta Val di Susa, secondo le leggende di famiglia che devono avere un fondamento di verità, visto che conservo foto degli anni '20/'30 dove lepri, camosci, galli cedroni, volpi attorniano un vecchio signore con i baffi bianchi dall'aria orgogliosa e soddisfatta. Lui si caricava le cartucce, tra i ricordi di famiglia ho trovato una scatolina in legno, di deliziosa fattura artigianale, che contiene minuscoli pesi e una mini-bilancia di ottone, i suoi ferri del mestiere. Aveva anche catturato e allevato un'aquila (rabbrividisco al pensiero) e mia mamma, ancora ragazzina, era l'unica che poteva avvicinarsi impunemente alla grande gabbia per portarle topolini e conigli vivi da mangiare. L'aquila era poi finita allo zoo di Torino e ancor oggi al pensarci mi si stringe il cuore.
Anche mio suocero era un grande cacciatore, in un territorio che più differente dal primo non si può: le grandi paludi di Sardegna sopravvissute alla "bonifica" dell'era mussoliniana, nere di milioni di uccelli. Neppure mio suocero poteva permettersi di sprecare cartucce, visto quanto costava caricarle. Ho sentito raccontare di 44 folaghe uccise con due cartucce, due colpi di doppietta, qualche anziano di paese ricorda ancora la sua straordinaria abilità. Per forza, per lui e molti altri, la caccia era una questione di sopravvivenza, un modo per sostentare la famiglia e le prede non venivano quasi mai consumate in casa, ma vendute al mercato della vicina città, ai "Signori".
Altri tempi.
Fino agli anni '60 gli stagni dell'oristanese erano ancora un paradiso fitto di uccelli d'ogni specie, ma quando arrivarono i cacciatori "continentali" possedevano più di un fucile a testa e una riserva stupefacente di cartucce, portavano persino gli specchietti per sparare alle allodole, nessun cacciatore locale avrebbe mai sprecato una cartuccia per un'allodola. Un'ostentazione di ricchezza davanti alla quale  mio suocero sgranava gli occhi scuotendo mestamente la testa. Per lui la caccia non era uno sport.

Immagino che anche i nostri amici mongoli, mentre accompagnano i cacciatori stranieri che pagano migliaia di dollari per abbattere una preda che non potranno poi nemmeno mangiare, scuotano mestamente la testa. Anche per loro la caccia non è uno sport.
Di tutte le lettere giunte finora al blog di mongolia.it mi hanno colpito due riflessioni: quella del tizio che in modo assolutamente ridicolo divide cacciatori e ambientalisti in categorie politiche "destra-sinistra", dimenticando che la stupidità non ha né patria né confini. E poi la pacata riflessione di Carmelo, che abbina giustamente la lotta alla povertà con la tutela dell'ambiente.
Chiedo al cacciatore che non prova neppure un filo di vergogna a spendere cifre pazzesche per depauperare la fauna altrui: "Se tuo nipote erediterà la tua stessa passione venatoria, lo accompagnerai a caccia negli zoo?".
La caccia NON è uno sport. Lo sarebbe se gli uomini inseguissero una preda ad armi pari, un fucile a testa e vinca il migliore; oppure una lancia, l'intelligenza e il coraggio contro la possanza di un incazzatissimo leone.
Le Associazioni Ambientaliste contrarie alla caccia sottolineano le sofferenze inflitte agli animali, molti dei quali, colpiti dai cacciatori, non muoiono immediatamente, ma dopo una lente e straziante agonia.
Gli ambientalisti pongono inoltre l'accento sul problema del bracconaggio, che colpisce anche specie animali protette, e dell'inquinamento dei terreni: i cacciatori lascerebbero al suolo ogni anno tra le 15.000 e le 20.000 tonnellate di piombo, sostanza tossica che avvelena la terra e l'acqua dei laghi e dei fiumi. Gli animali che ingeriscono i pallini di piombo trovati al suolo vanno incontro al saturnismo, l'avvelenamento da piombo che li conduce alla morte.

Non l'ha scritto un "animalista", come oggi viene chiamato con disprezzo chi si occupa attivamente di protezione animali, è parte di un testo di un sito dedicato interamente agli appassionati di caccia, per la verità molto ben fatto e moderato. Appassionati da rispettare. Ma poiché amo gli animali come amo tutto il creato - uomini compresi - trovo abominevoli le statistiche della stagione di caccia  (Italia) 2008/2009. Cacciatori morti: 37. Gente comune morta: 2. Cacciatori feriti: 71. Gente comune ferita: 6. Con la speranza che almeno uno dei tanti (troppi) cacciatori sportivi rifletta un momento, prima di imbracciare un fucile. Mara T. (24 febbraio 2009)

 

"Siamo di fronte a un valore condiviso che può mettere insieme categorie diverse"

Sulla questione caccia, come su molti altri aspetti del problema ambientale, bisognerebbe, credo, andare oltre le facili contrapposizioni tra “favorevoli” e “contrari” destinate invariabilmente ad infrangersi le une con le altre non modificando le opinioni di nessuno e lasciando in definitiva irrisolti i problemi. E’ quello che ha cercato di fare, dopo i famosi referendum anti caccia, la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) nel cui direttivo ho lavorato nei primi anni ‘90. Lasciando da parte gli aspetti legati alle emotività e convinzioni etiche personali, che pure vanno rispettate, bisognerebbe partire dai valori condivisi. Nel caso, riteniamo che la sopravvivenza di una specie animale come il leopardo delle nevi sia un valore (culturale, biologico, estetico o quant’altro) da condividere? Oppure ci è indifferente la sua scomparsa? Se riteniamo che un mondo senza leopardo delle nevi (o lupi o orsi del Gobi ecc. ecc.) sia un mondo in qualche modo più povero, allora siamo di fronte a un valore condiviso che può mettere insieme categorie diverse; ambientalisti, cacciatori, agricoltori, allevatori, pubblico generale, istituzioni, trovando o mediando punti di intesa che non escludano a priori  le ragioni o gli interessi di nessuno. Significa, ad esempio, che i piani d’azione più riusciti per la salvaguardia di specie animali sono spesso quelli che non escludono, e che in molti casi regolano, gli interventi di controllo numerico o di abbattimenti selettivi, anche a scopo commerciale, perché un uso razionale di una risorsa è spesso la migliore garanzia di una sua conservazione. Questo per sottolineare che il movimento ambientalista, almeno la sua parte non esclusivamente zoofila, è da tempo impegnato in azioni che vanno ben oltre il vecchio ecologismo o le trite contrapposizioni che ci vengono ancora rinfacciate. Ci sono oggi, anche in Mongolia, gruppi e associazioni  che portano avanti, spesso tra mille difficoltà operative, progetti di salvaguardia. Anziché (o oltre ad...) arrovellarci su questioni di principio o ideologiche, sarebbe interessante che gli occidentali che amano la Mongolia (spesso, diciamolo pure, persone con qualche disponibilità economica e di influenza sull’opinione internazionale, ma anche sulle autorità locali come nel caso dei turisti, più elevate che non la maggior parte degli stessi mongoli) si interroghino su cosa si può fare di concreto per dare una mano a quanti operano localmente. Per esempio la tecnica del radio tracking usata per il leopardo ucciso è oggi fondamentale per la quantità di informazioni preziose che riesce a fornire, ma  il costo di un singolo collare è superiore ai 500 USD, non troppo per un istituto di ricerca occidentale, irraggiungibile per chi fa ricerca sul campo in Mongolia. E per favore non spunti nessuno a dirmi quante famiglie povere si potrebbero aiutare con quella cifra, il nostro benessere ci permette di aiutare gli amici mongoli (o africani o altro) nell’uno e nell’altro campo anche nella convinzione che lotta alla povertà e tutela dell’ambiente sono in definitiva due facce della stessa medaglia.

Saluti, Carmelo I. (12 febbraio 2009)

 

"La caccia come fonte di guadagno per le popolazioni locali"

Caro Federico, vorrei intervenire sulla questione del leopardo delle nevi ucciso nell'Altai con un contributo letterario che a qualche lettore potrebbe forse apparire interessante. Non entro nel merito dell'articolo sull'uccisone di Bayartai, poichè non sono un esperto del tema e non mi considero né un ambientalista né un animalista nel senso fortemente "cromatico", e cioè intensamente verde, che oggi va per la maggiore. Non sono mai stato cacciatore ma non vedo nulla di male nella caccia variamente controllata, che potrebbe anche diventare utile fonte di guadagno per parecchie popolazioni locali. Sull'argomento, ed in particolare sull'organizzazione di una battuta al lupo, ho avuto modo di intervenire su un sito esprimendo posizioni antitetiche a quelle del vostro collaboratore Carmelo Iapichino. Qui tuttavia la questione si presenta diversamente, e me me rendo ben conto, poichè si scontrano le opposte ragioni della difesa della fauna minacciata e degli allevatori. Così partecipo alla  discussione solo per informare gli interessati che, in un volumetto di racconti del 2004, si può leggere un bel racconto di T.Yumsuren, dal titolo "Irves", e cioè "leopardo delle nevi". Curioso il fatto che nel racconto si contrappongano proprio le esigenze di allevatori e difensori della fauna in pericolo. Spero, con le mie parole, di non essere giudicato un mostro di insensibilità ma, oltre ad inclinazioni personali di carattere e temperamento, trent'anni e più di scuola, e quindi di interminabili ed inutili discussioni, sempre politicamente corrette, su ogni possibile sfaccettatura della difesa dell'ambiente, delle problematiche terzomondistiche e solidaristiche eccetera eccetera mi hanno reso ben più che allergico a tali temi. Anche se mi rendo conto che parecchi di voi non parlano ma agiscono. Un caro saluto, Paolo S. (8 febbraio 2009)

 

"Quando cacciano, i Mongoli non si divertono, sanno di dover uccidere una creatura"

Sono un ingegnere di 28 anni e vivo a Ulaan Baatar. Adoro l'Italia e la cultura italiana, la musica, lo sport, la lingua del vostro Paese. Ho imparato un po' di italiano e mi piace guardare il sito www.mongolia.it per capire come gli italiani vedono il nostro Paese. Mi piace molto e vi ringrazio. Spero di venire presto a visitare l'Italia. Ho letto gli interventi sulla caccia e vorrei dire solo questo: i Mongoli uccidono gli animali solo se ne hanno bisogno e non lo farebbero mai per divertimento. Già dai tempi di Chingis Khan bisognava adottare un codice rigoroso: gli animali dovrebbero essere affrontati a mani nude oppure con armi non troppo potenti. C'è un numero massimo di animali che può essere cacciato (ad esempio due marmotte), quando l'animale è ucciso bisogna pregare a lungo per la sua anima, le parti migliori della sua carne devono essere offerte agli dei e agli antenati e metà di quello che rimane va donato a un'altra famiglia, in segno di solidarietà. Ma quando cacciano i Mongoli non si divertono, sanno di dover uccidere una creatura. Anche cercano di fare soffrire il meno possibile l'animale. Grazie per la ospitalità e a presto in Mongolia. Aka L. (Ulaan Baatar)


"Uccidere non può essere un passatempo né uno sport"

Marco è un "non cacciatore" a favore della caccia. Eppure il linguaggio sembra proprio quello dei cacciatori duri e puri: cominciano con gentilezza e finiscono con disprezzo. Chissà come mai. Il messaggio originale è lunghissimo ma quello sintetizzato sopra basta e avanza per dare l'idea. Ci siamo presi dei miopi, dei plagiati, degli ignoranti. Pazienza: niente ci smuove dalla convinzione che uccidere non può essere un passatempo né uno sport. E i Mongoli sono dalla nostra parte. La redazione di mongolia.it 

"Le vostre ideologie ambientaliste e animaliste, troppo estremiste e miopi"

Ho visitato più volte la Mongolia e non sono (e non sono mai stato) un cacciatore. Voi siete tanto infervorati nel predicare rispetto per la natura mongola quanto lo siete nell'augurarvi una loro crescita economica, ma non capite che lo stare a discutere se sia giusto o sbagliato uccidere alcuni animali selvatici passa in secondo piano rispetto a quello che è l'obiettivo fondamentale da raggiungere, cioè la preservazione nel tempo degli interi ecosistemi naturali. Non vi riterreste soddisfatti se, pur mantenendo in uso l'esercizio venatorio, tra 100 anni in Mongolia fossero presenti le medesime specie animali con la medesima abbondanza di oggi? Io ci metterei una firma subito, e Voi? No, Voi non sareste comunque soddisfatti e continuereste ad additare la caccia come il male peggiore, dimenticandovi di problematiche ben più gravi che agiscono su una scala infinitamente più grande. Invece, io ho potuto notare, come proprio la caccia, nel suo piccolo, ha portato dei benefici economici alla popolazione, senza creare danni agli ecosistemi (…) Certo, questo discorso vi può apparire quanto mai freddo e cinico, ma non pretendo che lo condividiate, per due motivi: primo perchè so bene che le vostre ideologie ambientaliste ed animaliste, troppo estremiste e miopi, non ve lo permettono, e secondo perchè questa scelta non spetta certo a Voi, ma alla Mongolia. (…) Perciò, basta dire "GIU' LE ARMI DALLA MONGOLIA", come se la si volesse invadere militarmente, basta dire "CACCIATORI NEMICI DELLA MONGOLIA", perchè se qui in Italia queste frasi possono fare presa su qualche mente ignorante (in materia) e plagiata, lì in Mongolia, invece, lasciano il tempo che trovano. Marco


"I cacciatori sono nemici della Mongolia e nemici del mondo"

Come Paolo sa, la nostra redazione si dedica alla Mongolia con passione e senza alcun tornaconto economico. Siamo orgogliosi di avere contribuito concretamente a realizzare alcuni progetti umanitari importanti. I cacciatori uccidono (oltre tutto per gioco) e, a nostro giudizio, sono nemici della Mongolia e nemici del mondo. Almeno lasciateci la libertà di non aiutarli a organizzare le loro spedizioni killer. La redazione di mongolia.it 

 

"Nessuno intende demonizzare la caccia ma è lecito avere le proprie idee"

In riferimento all'intervento del Cav. F. Non credo che esprimere un parere positivo o negativo sulla caccia significhi fare "politica"! Per fortuna il muro di Berlino è caduto e con lui anche il banale luogo comune marxista che "tutto sia politica", comunque quand'anche si facesse "politica" sarebbe una libera scelta del gestore del sito, che non ricevendo alcun compenso per questa attività, credo, almeno abbia il diritto di esprimere la propria idea. Se il "Cav" proprio desidera vi sono altre organizzazioni in Italia, che, se ben pagate, sono disposte ad organizzargli tutto ciò che vuole in Mongolia. Nessuno intende demonizzare la caccia, ma credo sia lecito avere le proprie idee al proposito e, comunque, non è con l'arroganza, caro "Cav.", che si ottengono le cose, non almeno da coloro che svolgono la loro attività solo ed assolutamente per passione, senza alcun interesse economico! Paolo S. (Milano)

 

"Per i Mongoli gli animali, come tutti gli altri elementi del creato, posseggono un'anima"

Gradirei rispondere al cavaliere F. Cavaliere, non dia ad altri dell'ignorante, perché questa caratteristica le appartiene! Lei dice che in Mongolia l'ottanta per cento della popolazione ha la cultura della caccia"? Mi complimento con lei che ha svolto, immagino con enorme dispendio di danaro e tempo, questo interessante sondaggio nel paese dei cinque animali; vorrei però farle presente, poiché forse lei lo ignora. che in  Mongolia, nonostante i 70 anni di Socialismo Reale, la popolazione ancora crede in determinati valori trasmessi prima dall'antica fede sciamanica ed in seguito dal Buddismo Giallo. Per i Mongoli gli animali, come tutti gli elementi del creato, posseggono un'anima; non, si badi bene, come l'uomo, anima e spirito, ma l'anima. Se l'uomo ha necessità di cacciare, per il suo sostentamento (non per divertimento) egli deve compiere speciali riti di riconciliazione con le anime degli animali.  Non credo che lei lo faccia! Perciò basterebbe questo a distinguere la "cultura della caccia" dei Mongoli dalla sua, che ha carattere, probabilmente, prettamente predatorio! Cordiali saluti. Giancarlo Ventura (Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri della Steppa e Segretario Associazione Soyombo)

 

"I nomadi mongoli sono cacciatori per necessità"

Gentile Cavaliere, noi non  abbiamo nessun compito (per chi ci ha preso?) se non quello morale di diffondere la cultura mongola e di aiutare questo Paese (forse non si è accorto che è poverissimo) attraverso aiuti umanitari in collaborazione con enti, ospedali, scuole, missioni laiche e religiose. L'obiettivo è di salvaguardare le tradizioni, l'ambiente, le creature della Mongolia, incluse persone e animali. Chi toglie la vita per gioco è un vigliacco o un deviato di mente. I nomadi mongoli sono cacciatori per necessità e se non capisce questa differenza, qualsiasi dialogo è superfluo. La redazione di mongolia.it 

 

"I Mongoli hanno una cultura della caccia che appartiene all'80% delle persone"

Mi dispiace avvisarvi ma il vostro compito è quello di aiutare le persone che vogliono andare in Mongolia non quello di fare politica!! Non mi interessa se siete d'accordo o meno con la caccia, sono affari personali le opinioni. Secondo, non c'entra niente l'equilibrio delicato di un Paese con l'andare a caccia e questo dimostra l'estrema ignoranza che avete in merito. Sono già stato a caccia in Mongolia e non hanno fatto nessun problema, quindi cambiate idea voi e non permettetevi più di dare consigli. I Mongoli hanno una cultura della caccia che appartiene all'80% delle persone. Saluti. Cav. F.

 

"Siamo un popolo che ama viaggi e documentari ma non ha nessun rispetto per la natura"

I cacciatori partono sempre dal presupposto di essere in diritto di uccidere solo perché esistono leggi, regolamenti e tradizioni che li sostengono. Finché non si esce da questo assioma, il dialogo diventa impossibile e ozioso. Quando poi si cercano scappatoie nella politica la cosa si fa ancora più triste: purtroppo non ci risulta che la sinistra italiana abbia mai fatto molto contro la caccia e a favore dell'ambiente, quindi non sia così determinato a individuare lì i suoi "nemici". Anche i Verdi italiani, salvo casi isolati e individuali, hanno veramente lasciato a desiderare sul fronte della politica ambientale, basta fare un rapido paragone con i "colleghi" di altre realtà europee come quella tedesca, dove i Verdi sono un partito leader (con idee chiare, fronte compatto e uomini determinati) imprescindibile nelle scelte che contano. L'unica cosa che le possiamo sottoscrivere è questa diffusa falsa coscienza animalista. Siamo un popolo che adora i viaggi e i documentari ma che non ha nessun rispetto per la natura e gli esseri viventi. Dovremmo prendere esempio dai Mongoli, decisamente un popolo superiore, almeno da questo punto di vista. La redazione di mongolia.it 
 

"Quanti di voi conoscono la differenza fra un fringuello e un pellicano?"

Sono un cacciatore, da sempre, ho avuto la fortuna di avere una tradizione familiare che mi ha permesso di praticare questa attività e sono fiero di esserlo. Inviterei tutti coloro che sono contro la caccia a riflettere su pochi e semplici argomenti. Credo che molti di voi non siano vegetariani e che facciano largo uso di consumi di varie carni e pesci. Chiaramente la coscienza globale Vi impone certamente di essere a posto con Voi stessi quando entrate dal macellaio o dal pescivendolo, tutto ciò che è allevato per l'alimentazione umana non ha anima? O meglio non è un DELITTO ? Quanti di Voi hanno mogli che indossano Pellicce? Quanti di Voi conoscono la differenza fra un fringuello e un pellicano, o sanno distinguere un capriolo malato da uno sano? Quando si miete il grano o si raccolgono le olive? O per essere più elementari ancora quanti dei Vostri figli hanno mai visto una gallina vera e in vita senza avere la paura che la confondano con un personaggio dei cartoon o un panino da fast food ? E' molto facile dire DISTRUTTORI, o utilizzare appellativi anche più colorati contro di Noi, ma sappiate che Noi per primi abbiamo interesse nel preservare l'ambiente, le tradizioni, le stesse specie animali, e se la caccia  è intesa come uno sport controllato e regolamentato, non crea certo il danno che volete far intendere alla massa disinformata. Sicuramente uccidere un animale non significa preservarlo, ma se viene fatto nel rispetto delle regole, dettate da gente competente, non significa distruggere incondizionatamente. VI RICORDO CHE CACCIATORE NON SIGNIFICA BRACCONIERE. Fortunatamente il vento cambia e adesso anche a livello EUROPEO, gli ultimi ricorsi fatti contro i cacciatori sono stati tutti rispediti al mittente. Basta con questo giustizialismo sommario e da toghe rosse, adesso fortunatamente gente qualificata e qualificante ( istituzioni come INFS e alte autorità di controllo EUROPEE)  hanno detto basta agli isterismi VERDI , Basta ai PARCHI imposti, e inutili , dove si perde la propria identità a favore di gente arrogante che in nome del falso spirito protezionista fa di quella bandiera un BUSSINESS, con i fondi EUROPEI.Signori io ho girato molto in EUROPA, AFRICA e CENTRO AMERICA e sono stato a contatto con culture diverse , sono fiero di essere cacciatore e di aver condiviso esperienze di caccia con uomini e culture diverse, che fortunatamente si confrontano in maniera costruttiva e non con lo spirito " PUGNANDI" che ho incontrato nella mia terra. Fino a quando ci saranno barriere e muri ( che mi sembra abbiano costruito le sinistre ) il confronto non potrà essere costruttivo ma solo polemico e incostruttivo. Mi auguro che i posteri possano confrontarsi nel rispetto delle idee e delle tradizioni, compresa la caccia. Vi ringrazio x lo spazio riservatomi. E. Di Luca

 

"La Mongolia vive già di un equilibrio ambientale precario"

Non riusciamo a condividere con lei le emozioni della caccia che è, ci dimostri il contrario, l'uccisione di creature per divertimento. Se possibile, lasci stare almeno la Mongolia che vive già di un equilibrio ambientale precario senza bisogno di rinforzi europei. Se deciderà di partire disarmato avrà tutto il nostro appoggio e tutti i nostri consigli per visitare una terra che è veramente meravigliosa, almeno finché riuscirà a reggere gli scempi del turismo, caccia compresa. Giù le armi dalla Mongolia! La redazione di mongolia.it 

 

"La caccia è immergersi nella natura atavica dell'homo sapiens"

Sono un giovane cinofilo-cacciatore-naturalista. No, non sono cose che stridono tra loro... amo i boschi, la natura, i cani e naturalmente la caccia. Dico naturalmente perché la sento mia, nulla penso mi appartenga di più. Ma la caccia non è solo sparare a un uccello per metterlo in saccoccia, la caccia è immergersi nella natura atavica dell'homo sapiens (...). Vorrei fare un viaggio in Mongolia per assaporare questa passione nelle immense distese, magari accompagnato da un "maestro di caccia" mongolo. (...) Vi prego, aiutatemi a realizzare un mio sogno. Grazie, Silvio