ETNIETSAATAN

 

 

L'AVVENTURA FRA GLI UOMINI RENNA

Il giornalista del Corriere della Sera Federico Pistone (foto) ha vissuto alcuni mesi tra gli Tsaatan, sui monti Sayan tra la Mongolia settentrionale e la Siberia, realizzando vari reportage e due libri e diventando la principale fonte di informazione a livello internazionale su questa minuscola ma straordinaria etnia. Nel 2004 la casa editrice Edt ha pubblicato il racconto "Uomini renna - Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan", di cui riportiamo qui alcuni capitoli che possono fornire un quadro significativo della realtà di questi duecentotrentacinque uomini che riescono a sopravvivere "solo grazie all'intima alleanza con un migliaio di renne".  Si tratta di un avvincente diario di viaggio che offre anche un resoconto delicato e feroce della realtà della Mongolia. Durante questo lungo viaggio, Federico Pistone e l'antropologo David Bellatalla (il massimo studioso mondiale degli Tsaatan) hanno portato aiuti umanitari e sanitari essenziali per la sopravvivenza di questa etnia che fino a pochi anni fa era sull'orlo dell'estinzione. Nel 2000 Pistone e Bellatalla avevano realizzato "Tsaatan - Gli uomini renna della Mongolia", un volume ricco di immagini e di testimonianze uscito per la casa editrice Periplo-Les Cultures e tradotto in tre lingue: i proventi della pubblicazione sono stati destinati completamente per la causa degli Tsaatan (a.r.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "Uomini renna - Viaggio in Mongolia tra gli Tsaatan"  

di Federico Pistone 

(Edt 2004, collana Orme, 9,5 euro)

Leggi il primo capitolo del libro

Leggi i capitoli 24 e 25 del libro

Leggi l'ultimo capitolo (56) del libro

 

 

T S A A T A N  Foto di Federico Pistone (cliccare sull'icona per ingrandire l'immagine)

 

 

UOMINI RENNA

di Federico Pistone  

 

Capitolo 1

I tre denti di Gombo  

Dice di avere cinquantatré anni, ma il viso graffiato dal gelo e gli occhi velati dalla congiuntivite gli consegnano un fiero aspetto da ottantenne. Quando smonta da cavallo, Gombo è un mezzo uomo che si trascina a compasso sulle gambe arcuate, come un soldatino staccato dal supporto equestre. Appena si rimette in sella, torna a essere un animale mitologico, perfetto. Spalanca la bocca in una risata a tre denti, due in basso a destra, uno in alto a sinistra. Il cuoio rosso della faccia si tira fino quasi a spaccarsi.

“Senti qui, abbiamo più nomi che renne", dice divertito alla moglie Tsendeli, invitandola vicino al fuoco.

"Gli antropologi non sanno più come chiamarvi”, gli ripeto. "Vi hanno battezzato duka, taiganà, taighin irked, xianbei, kuvsgoli, uriankai delle foreste, soyot, tufalar, tuvan, touban, tuvinci, tabgach, sayan. E i mongoli vi chiamano tsaatan".  

"Dovete proprio darci un nome?", replica Gombo nascondendo l'orgoglio in una carezza sui capelli lucidi di Tsendeli. "Allora tsaatan andrà benissimo".

E se lo dice il re della taiga, il battesimo è ufficiale.

Tsaatan in mongolo significa uomo-renna. Tsaa renna, tan uomo o più precisamente comunità, appartenenza. Dovrebbe suonare come un insulto, del tipo bestia, ignorante, selvaggio. Ma l'offesa scivola nella lusinga.

“Noi facciamo parte della foresta e del cielo, seguiamo il cammino dei nostri antenati, sentiamo le presenze delle divinità tra gli alberi, le rocce, i torrenti. Se questo significa essere selvaggi, allora sì, siamo dei veri selvaggi”, annuisce Gombo con ineffabile ironia.

Sono rimasti in duecentotrentacinque: gli uomini renna si nascondono nelle foreste tra la Mongolia settentrionale e la Repubblica di Tuva, all’estremità della Siberia, in un territorio di centomila chilometri quadrati. Si spostano in continuazione, tra i 1.800 e i 3.500 metri di quota dei monti Sayan, 51° parallelo 99° meridiano, trascinati dai ritmi dolci e feroci della natura lungo invisibili itinerari costellati dalla presenza degli spiriti. Solo grazie all’intima alleanza con un migliaio di renne, la vita - la sopravvivenza - è ancora possibile in questo brandello crudele di pianeta: nelle brevi estati, i pesanti nubifragi trasformano il terreno in una sterminata palude popolata da zanzare e tafani, mentre lupi e orsi affamati dopo il lungo letargo organizzano disperate incursioni agli accampamenti. Per il resto dell'anno una corteccia di gelo avvolge la terra e le creature, con punte di 60 gradi sottozero e l'aggravante del vento che tira dal Polo. Qui non sono rari i casi di quella che viene definita isteria artica: il freddo estremo e persistente, le carenze alimentari e le difficoltà di sopravvivenza causano improvvisi attacchi di malinconia, di panico, di epilessia e di ecolalia, l’ossessiva ripetizione delle frasi ascoltate.

“Il mio popolo”, racconta Gombo, “sa come affrontare il freddo e gli animali della foresta. Parla agli alberi e alle montagne, ma sa anche leggere e scrivere. Conosce il mondo senza aver mai abbandonato la taiga. I miei figli e i miei nipoti continueranno a studiare, così potranno scegliere il loro destino. Nessuno è obbligato a restare qui, per questo nessuno se ne andrà”.

Solleva il viso e scruta con orgoglio oltre l’accampamento, verso il suo regno di colline vergini, abeti rossi, larici e betulle su cui volteggiano nocciolaie e crocieri. Sotto, nella tundra umida d’estate e ghiacciata d’inverno, si rintanano orsi, lupi, linci, zibellini e marmotte. E renne selvatiche, quelle che ancora non sono entrate nella famiglia degli tsaatan.

 

 

Capitolo 24

Il canto del primario

 

A Moron si annusa l’aroma tagliente della Siberia anche se la planimetria del paese, ventimila anime tristi e gentili, ricorda quella di un villaggio africano. Strade di polvere tenuta giù dal gelo rasentano a perpendicolo bassi edifici di cemento e baracche di legno. Loculi in mezzo alla strada vendono a cento tugrig undaa, acqua e zucchero, e a cinquecento i noodle, “la sbobba della sopravvivenza” come la chiama Bellatalla, un intruglio secco che, irrorato da una spruzzata d’acqua, si gonfia fino a prendere le sembianze di una zuppa di carne e verdura. Un’anziana donna accucciata a terra ripara tutto, promette. David le affida un paio di scarponcini sfondati, io la borsa strappata. In dieci minuti sembrano nuovi di fabbrica. Richiesta: cento tugrig, meno di dieci centesimi di euro, ma dopo un’estenuante trattativa riusciamo a spuntare la metà. I nostri materassini di feltro sono già stati srotolati dentro uno stanzone della Croce Rossa, un palazzotto piantato nel cortile dell’ospedale dove decine di pazienti vagolano come formiche disorientate. Ogni tanto un’infermiera cerca di riordinare le fila, ma molti sono già per strada, irrecuperabili. Ne troviamo due sdraiati sulle nostre brande, li lasciamo dormire. Ci adagiamo esausti sul pavimento ma non c’è tregua: un tipo sorridente con camice bianco e stetoscopio d’ordinanza dice di essere Gansuk, primario dell’ospedale. Potrebbe anche essere.

“Ta nadad tsuslana uu?”, voglio sapere se posso fare qualcosa per lui.

Mi solleva la manica e misura la pressione. Mi fa tossire, ausculta il cuore.

“Se non sai il mongolo, non parlarlo”, mi incenerisce David. “Gli hai chiesto se lui può aiutare te, crede che tu stia poco bene, così ti fa una bella visita. Adesso non ti molla più”.

“Sain sain, sto bene”, provo a rimediare, ma il presunto primario mi ha già trascinato nella cantina della Croce Rossa. Vengo accolto da un imbarazzante applauso, tra infermieri, medici e pazienti che si stanno godendo una festa clandestina, già a buon punto a giudicare dal grado alcolico. C’è anche l’inappuntabile Togò, presidentessa della Croce Rossa di Moron, che manda giù un altro bicchierino. Narantuya, una dottoressa molto alta, di etnia buriata, mi afferra e pretende un languido lento. Eccepisco che manca la musica, tutti annuiscono più ubriachi che convinti e il primario attacca un emozionante canto di gola senza schema né coordinate. Ora possiamo ballare.

 

Capitolo 25 

Fantasmi al mercato

 

Baltan è un uomo minuscolo e forte, dai baffi convinti. Addosso ha solo degli antichi pantaloni grigi, torso e piedi nudi. Ci fa strada in una capanna che è la sua casa, offrendoci formaggio secco e airag, il latte di cavalla fermentato. La contrattazione dura pochissimo, David lo conosce bene e sa di poter contare su di lui per viaggi e miracoli. E sul suo camion, che tante volte lo ha sorprendentemente recapitato sulla soglia della taiga. L’appuntamento è per le cinque di domani mattina, di fronte alla Croce Rossa.

“Vuol dire che arriva alle sette”, mi tranquillizza David.

Le otto passate. Avvertiamo in lontananza lo sferragliare di una giostra arrugginita. E’ il camion azzurro di Baltan che avanza adagio, più lento di un cammello, ma molto più rumoroso. Ora è sul rettilineo, sarà a trecento metri da noi. Sbuffa, strappa, si ferma. Baltan scende con una tanica d’acqua, riempie il radiatore e una nuvola di vapore sale a sporcare il turchino del cielo. Il camion torna pian piano in vita, recalcitrante ma si muove. E’ a cinquanta metri. Gli andiamo incontro, facciamo prima.

Dopo lo Zak, l’immenso bazar di Ulaan Baatar dove si trova l’inverosimile - dalle motociclette alle ossa per predire il futuro fino alle tavole di preghiera rubate in chissà quale monastero - il mercato di Moron è il più ricco e isterico della Mongolia. Il camion di Baltan si infila fra le bancarelle come un elefante spiaccicando un cesto qua, frantumando un vaso là e costringendo bestie e persone a riparare in anfratti di fortuna.

“Fermo”, intima David. “Ecco la farina: ce ne servono due tonnellate. Prepara i soldi. Duemila tugrig al chilo? Il triplo dell’anno scorso? Siete dei ladri. Cigarè, vai avanti, Baltan”, e giù altri danni lungo le calli del mercato.

“Proviamo qui. Millecinquecento al chilo? Avete anche lo zucchero?”.

Dopo tre ore di sfibranti trattative carichiamo cinque tonnellate di farina, sale, zucchero, tè, tabacco, candele, quaderni, penne, giochi, caramelle. Mai pagato tanto per una spesa, quasi duemila dollari, ma è anche vero che non ho mai riempito un carrello così grande. Siamo fantasmi ricoperti dal bianco della farina. Alcuni bambini ridacchiano di noi dandosi gomito. David ne insegue uno che avrà sette anni, lo afferra per i capelli e gli spezza la sigaretta che tiene accesa tra le dita mentre gli amici scappano terrorizzati.

“Cos’è che ti fa tanto ridere? Adesso ci aiuti a caricare gli ultimi sacchi”. Il piccolo si chiama Nuudlaa, che significa "Occhi belli": se n’è andato di casa da qualche mese per raggiungere i suoi giovani amici di strada. La sua vita è quel mercato, raccatta i resti verso sera, quando smantellano le bancarelle, ma anche di giorno c’è sempre qualcosa da rimediare. Dopo qualche passamano, anche Nuudlaa è ricoperto di farina. I suoi amici sono tornati come gattini curiosi ma questa volta ridono un po’ meno convinti.

Bellatalla gli dà una carezza e un sacchetto pieno di dolci e quaderni. Io gli passo cinque dollari, specificandogli che non sono un’elemosina ma il compenso per il lavoro. “Bair la, arrivederci”, ci dice scuotendo la mano imbiancata prima di tornare dagli amici per spartire.

 

Capitolo 56

Il funerale di Niam Suren

 

“Mia moglie si è persa”, ripete ipnoticamente Bat mentre trasporta nella urtz altri sassi bianchi. Li appoggia delicatamente sul collo di Niam Suren. Ora restano coperti solo i piedi e il viso, quel volto scuro, screziato dalle rughe del freddo e della malattia. Gli occhi ancora socchiusi sono tormentati da un ciuffo di capelli neri scompigliato dal vento che oggi tùrbina dalla Siberia. E’ morta questa notte, dopo tre mesi di tormento, di grida smorzate dalla dignità e dal feltro che ricopre la tenda. Bat non ha trovato nelle piante e nelle preghiere il rimedio per guarire Niam Suren e ora non lo trova per il proprio dolore. E’ molto stanco. I suoi occhiali pesanti gli sono scivolati giù dal naso. Avrà bisogno della forza del suo unico figlio Bold, che significa "Acciaio", ma che ha solo undici anni. Bat non è riuscito a tenerlo lontano dalla urtz e ora il ragazzo stringe la mano della madre e l e parla. Anche Bat le parla, senza sosta. La sua estrema preghiera deciderà se la moglie volerà direttamente in cielo o se dovrà percorrere un altro sentiero. Svuota un'altra scodella di arki perché quando bisogna pregare forte la vodka è indispensabile. Lo stordimento che provoca è segno di vicinanza alle anime. E lui ora vuole stare più vicino che mai all'anima più cara, quella della donna che ha sposato dodici anni fa e che non ha mai smesso di amare. Domani sarà luna piena, il rito funebre potrà compiersi. Bat libererà il corpo dai ciotoli bianchi, lo porterà fuori dalla urtz e lo adagerà su una gobba del terreno. La veglierà per tre giorni, senza dormire. Gli amici e i parenti potranno restare con lui a riflettere in silenzio, anche a giocare a scacchi. Per sette giorni lo spirito di Niam Suren aleggerà intorno alla urtz. Poi, se la carne sarà divorata dagli avvoltoi, la sua anima salirà in paradiso. Ma se a straziarla saranno i lupi o gli animali della terra, scenderà negli inferi. E Bat sarà costretto a pregare molto le divinità e la sciamana sepolta nella foresta per farle riprendere la via del cielo. La freccia ha centrato il bersaglio: ha portato gioia ma anche dolore, come mi aveva predetto l'indovina di Gandan. Domani mattina rimonterò a cavallo e lascerò gli tsaatan.

 

I capitoli del libro:

 

La storia

- I tre denti di Gombo

- Le lunghe ciglia di Boroichi

- Il cammino della memoria

- Lontani da Samarcanda

- Nomi e non nomi

- La trappola del Lago Bianco

- Il giorno delle mille renne

- Il latte avvelenato

- Fiori magici

- Otto secoli dopo

- Eroi a cavallo

 

Verso la taiga

- Il nipotino di Gengis Khan

- Vi conosco, voi giornalisti

- Il cellulare nel tempio

- Un'indovina mi disse

- Una passeggiata nella capitale

- Lupi in pizzeria

- Luci rosse a Ulaan Baatar

- Il messaggio nella bottiglia

- Prima pensiamo ai mongoli

- L'ho imparato dai Beatles

- Il cottage siberiano

- Il canto del primario

- Fantasmi al mercato

- Come vermi bolliti

- Baltan e il signor Nessuno

- Benvenuti nella gher

- L'arrivo a Tsagaan Nuur

- I tre arcobaleni

- Scuola di equitazione

- La nave nella tempesta

- Intervista alla utgan

- Buddhisti contro sciamani

 

Tra gli tsaatan

- Eccoli

- Le lacrime dei darkat

- Tè salato e code di pecora

- Danzando sotto l'uragano

- Sul cavallo della regina

- I buchi nel cielo

- La favola degli uomini renna

- Risveglio nella urtz

- La famiglia reale

- La lince e il bambino

- A caccia di marmotte

- Preghiera nella foresta

- La montagna maldetta

- La dispensa degli tsaatan

- Un parto a sessanta sottozero

- Cambio di campo

- L'erede di Gombo

- Serata per soli uomini

- L'anatra della taiga

- Istruzioni di guerra

- L'errore di Dersu Uzala

- Il funerale di Niam Suren

 

LE RECENSIONI

La recensione del CORRIERE DELLA SERA (gennaio 2005 - clicca qui per leggere l'originale) 

Estratto: "Giornalista, collaboratore del Corriere della Sera, autore di reportage da tutto il mondo, Pistone anni fa è stato stregato dalla Mongolia e dagli uomini renna. Partendo da Gengis Khan e arrivando alle luci rosse di Ulaan Baatar, Pistone racconta i suoi viaggi in questo "brandello crudele di pianeta" e tra gli Tsaatan, popolo che sopravvive a nubifragi, gelo, zanzare, lupi e orsi affamati. In che modo lo spiega Gombo, personaggio quasi mitico..." (di Arianna Ravelli)

 

La recensione di AIRONE (settembre 2004)

Estratto: "Federico Pistone, che ha partecipato alle spedizioni italiane di aiuto agli uomini renna racconta la storia degli Tsaatan, di un Paese stretto tra il Medioevo sovietico e il peggio dell'occidentalizzazione; di un popolo salvato dall'estinzione ma non dall'omologazione". 

 

La recensione di AVVENTURE NEL MONDO (luglio-dicembre 2004)

Estratto: "La missione dell'autore non si limita al trasporto di generi di prima necessità, ma si concretizza in un viaggio alla scoperta della vita nella taiga, dove per nove mesi all'anno la temperatura è di 50° sottozero e dove, fra leggende, riti sciamanici, battute di caccia, corse di cavalli, l'ostinato nomadismo degli Tsaatan, refrattari a ogni piano di sedentarizzazione, conserva uno scampolo di mondo incredibilmente sfuggito alla globalizzazione". 

 

La recensione di PANORAMA TRAVEL (agosto-settembre 2004)

Estratto: "Ci sono viaggi enciclopedici e viaggi specifici, viaggi di piacere e viaggi dettati dal bisogno. Tra gli ultimi titoli su questo tema abbiamo scelto i migliori. Federico Pistone, che collabora a progetti umanitari internazionali, si è preso a cuore la sorte del popolo mongolo degli Tsaatan e ce ne parla in "Uomini renna"". 

 

La recensione di TUTTOLIBRI (La Stampa) (9 luglio 2004)

Estratto: "Si muovono quando gli spiriti della terra lo suggeriscono perché nella taiga tutto ciò che è necessario diventa sacro. Attraversano foresta e tundra. Non sono facili da avvicinare. Anzi, viene sconsigliato dal farlo ai turisti perché vivono appesi a un equilibrio fragilissimo. C'è riuscito, con tenacia e in groppa a un cavallo, Federico Pistone e ne ha ricavato la storia di un mondo irriducibile, sfuggente a qualsiasi lusinga dell'urbanizzazione, della stanzialità e dell'omologazione". 

Roberto Duiz (Tuttolibri - La Stampa)

 

La recensione di VITA, associazione non profit  (16 luglio 2004)

Estratto: "Un po' diario, un po' report giornalistico, e romanzo, in qualche passo anche rispettosa indagine antropologica. Il libro di Pistone ha il pregio di usare gli occhi dell'autore non solo per mostrare una realtà quasi completamente sconosciuta, ma addirittura di permettere al lettore di entrare a farne parte grazie a un'azzeccata caratterizzazione dei personaggi". Selena Delfino (Vita)

 

La segnalazione di VIAGGI DI REPUBBLICA (10 agosto 2004)

Estratto: "Nelle foreste tra la Mongolia settentrionale e la Repubblica di Tuva alla scoperta degli Uomini renna". Rubrica Appunti di viaggio: sui sentieri degli esploratori. "Se si potesse usare il linguaggio fotografico, si potrebbe dire che gli scrittori di viaggio, oggi, usano il grandangolo spinto, arrivando agli estremi del 18 o addirittura del 15 mm oppure un potentissimo teleobiettivo o un'impossibile panoramica".

 

La segnalazione di AUTOCAPITAL (Dicembre 2004)

Estratto: "Si spostano in continuazione, trascinati dai ritmi dolci e feroci della natura lungo invisibili itinerari costellati dalla presenza degli spiriti". Genere: reportage con pagine di carattere antropologico.

 

La segnalazione de IL MATTINO di Padova (14 ottobre 2004)

Estratto: "La stessa Edt propone poi gli Uomini renna di Federico Pistone, un viaggio tra le foreste della Mongolia e la Repubblica di Tuva... A contatto con gli tsaatan, la popolazione che vive a queste latitudini e la cui sopravvivenza è legata a quella delle renne"

 

DALLA SEZIONE ARTICOLI

 

Tsaatan da copertina su Darwin

18 marzo 2006 - Gli Tsaatan finiscono in copertina.  Darwin, bimestrale di scienze, dedica (nel numero di aprile 2006) agli Uomini renna della Mongolia un servizio di Eric A. Powell (editor di "Archaeology") che racconta la spedizione per decifrare l'enigma dei monumenti archeologici disseminati dagli antichi popoli nomadi nel lungo passaggio ai confini dell'Artico. "E' probabile - si legge nell'articolo - che questi eleganti e misteriosi megaliti siano stati eretti nelle regioni della Mongolia settentrionale e della Siberia meridionale dai nomadi dell'Età del Bronzo intorno al 1.000 a.C. Noti come Pietre dei cervi per le loro incisioni che raffigurano cervidi in volo, i monumenti rivaleggiano con i megaliti europei per complessità dei motivi e accuratezza della fattura". Cliccare qui per andare al sito di Darwin. Per approfondire l'argomento Tsaatan esistono due pubblicazioni in italiano: "Uomini renna - Viaggio in Mongolia fra gli Tsaatan" di Federico Pistone (Edt 2004) e "Tsaatan - Gli Uomini renna della Mongolia", reportage di Federico Pistone e David Bellatalla (Periplo 2000). Cliccare qui per andare alla sezione Tsaatan.