ULAANBAATAR WEATHER

Ester, l'artista italiana
che racconta la Mongolia

Ester Bozzoni è una talentuosa ragazza di Brescia e, insieme al marito, vive in Mongolia da più di un anno. Ha contattato mongolia.it poco dopo il suo arrivo a Ulaanbaatar per ottenere alcune informazioni riguardo la storia del cinema in Mongolia. Ester è una cinefila appassionata di vecchi filmati dell'epoca pre-sovietica sulla vita della Mongolia. In questo breve periodo ha già realizzato alcuni progetti partecipando anche a programmi organizzati da artisti mongoli. “Trovo questa città ogni giorno più affascinante”, dice Ester di Ulaanbaatar dove con il marito disegnatore Massimiliano, ha avviato un nuovo progetto dal titolo: “Secret of the blue sky”, una graphic novel ambientata in Mongolia.

La domanda classica: come hai  preso la decisione di venire a stare in Mongolia? Come la immaginavi prima e come la vedi dopo questo primo anno?

L’idea di trasferirci all’estero è nata nell’estate 2013: era venuto il momento di allargare gli orizzonti e vedere qualcosa di nuovo. Andava bene qualsiasi posto fuori dall’Europa e possibilmente in Asia. Dopo qualche mese è arrivata la prima offerta di lavoro, ad Ulaanbaatar. La capitale nel mezzo delle steppe, niente a che fare con “il modo europeo” ed inverni a meno trenta: ci è sembrato un posto interessante e un’occasione da non perdere. Si può dire che è stata la Mongolia a scegliere noi! Sapevo ben poco e non avevo idea di cosa mi aspettasse al mio arrivo - ma francamente mi andava bene così. Siamo atterrati una mattina piovosa e un po’ umidiccia (incredibile!) di giugno 2014 e la prima impressione che ho avuto arrivati in città è stato un senso di incompiutezza e spazi vuoti. Ora, dopo più di un anno, ho la sensazione contraria: il traffico riempie le strade, le nuove costruzioni invadono il cielo, l’asfalto tenta invano di coprire il terreno polveroso. Eppure trovo la città ogni giorno più affascinante.

Sei una giovane artista, e hai gia lavorato per alcuni progetti, hai avuto l’esperienza di gestire il tuo centro d’arte in Italia. Potresti raccontarci un po’ di più di progetto creativo?

Ho gestito “Progetto Tangram” per tre anni, una realtà indipendente nel cuore del centro storico di Brescia. Mi occupavo principalmente dell’organizzazione della attività e dell’allestimento delle numerose mostre di artisti emergenti che hanno esposto nello spazio. Devo ammettere che la parte manageriale era prevalente rispetto a quella creativa, ma l’esperienza mi ha permesso di entrare in contatto con numerosi artisti e con alcuni di loro sono nate delle valide collaborazioni.

Sei una studiosa dell arte contemporanea a la produzione di opere, allestimento e comunicazione in ambito artistico. Il tuo interesse personale, ma anche professionale, ti ha portato a conoscere alcuni artisti della Mongolia. Come descriveresti il tuo primo impatto con l’arte della Mongolia?

Apprezzo molto l’arte sacra e quella tradizionale e trovo interessante vedere artisti che tutt’oggi lavorano cercando di recuperare la tradizione. Così mantengono un legame con l’arte del passato in grado di contribuire alla ricerca artistica contemporanea e offrire un valido spunto di riflessione e analisi del presente. Penso che la Mongolia sia alla ricerca di un equilibrio tra l’impianto tradizionale, rivoluzionato durante il periodo sovietico, e l’occidentalizzazione vissuta negli ultimi anni. In questa situazione l’arte può svolgere un ruolo fondamentale nella creazione di un’identità che concili i vari aspetti della cultura mongola. Purtroppo, da questo punto di vista, trovo l’arte contemporanea locale piuttosto carente. Troppo spesso ho notato che difficilmente l’artista riesce a condensare la propria visione/interpretazione in un’opera in grado di comunicare a pieno il suo pensiero. Le “regole di comportamento” che tutt’oggi restringono il fare artistico insieme alla difficoltà degli artisti nel selezionare un aspetto singolo, tra i moltissimi che concorrono al formarsi di un’opinione, hanno come risultato opere che hanno di tutto un po’ e restano in superficie, invece di discernere un singolo aspetto e permettere allo spettatore una lettura profonda dell’opera. Ciò si traduce in una produzione profondamente influenzata dalle avanguardie europee sotto il profilo estetico e formale, con opere realizzate negli anni ’80 che inseguono lo stile cubista o espressionista, ma non è raro vedere lo stesso tipo di “gabbia” anche in opere ben più recenti di giovani artisti. Questo vale soprattutto per la pittura e tocca anche la scultura. Ho notato invece che gli artisti che si esprimono con il mezzo fotografico sono più inclini - e probabilmente trovano un’accoglienza critica più positiva - a cercare metafore e diversi modus operandi che permettono un’espressività originale e significativa sotto vari aspetti. Ho riscontrato questo fatto durante il mio lavoro come curatrice della mostra personale dell’artista Tsendpurev Tsegmid (“Ten years: relighting the narratives” tenutasi alla Mongolian National Modern Art Gallery lo scorso maggio) ma anche nell’ultima esperienza come consulente critica del concorso artistico a cura del centro LGBT di Ulaanbaatar.

Com’è nato invece  il tuo primo documentario nei dintorni di Bayankhongor?

In quell’occasione mi ha contattato un giornalista americano che vive e lavora in Mongolia, chiedendomi di aiutarlo a realizzare un documentario sulle attività di estrazione mineraria in quella provincia. Abbiamo fatto varie interviste ad Ulaanbaatar e poi siamo partiti per visitare e filmare le miniere nella zona centrale di Bayankhongor. Abbiamo raccolto materiale e testimonianze molto interessanti ma, come spesso capita in questo settore, il committente ha limitato molto la nostra libertà d’azione e si è imposto parecchio nelle scelte di regia e durante il montaggio.

Dopo questo periodo in Mongolia come vedi il tuo futuro? Quanto tempo ancora pensi di rimanere? Cosa ti manca di più dell'Italia?

Il mio futuro lo vedo incerto ma avventuroso. L’idea è di lasciare la Mongolia a giugno prossimo e trasferirmi, insieme a mio marito, in un altro paese dell’Asia. Non ho molta nostalgia dell’Italia e, per il momento, non ho desiderio di tornare a viverci, anche se mi manca la mia piccola casa nel centro storico di Brescia, le passeggiate nei vicoli e il mare.

Parliamo un po delle persone e della società della Mongolia. Hai fatto amicizie in Mongolia? Che cosa ti ha colpito di più nelle persone con quali hai stretto qualche rapporto?

Ho conosciuto molte persone da quando sono arrivata. Trovare nuovi amici è stato molto più facile di quanto mi aspettassi e, pur non parlando il mongolo, ho potuto stringere rapporti grazie all’inglese. Mi sono subito sentita la benvenuta e tutti si sono sempre prodigati nell’aiutarmi a comprendere la cultura e le usanze mongole. La cosa che più mi ha colpito è la concezione della responsabilità, totalmente diversa da quella Italiana, e l’importanza sociale che riveste l’età anagrafica. Non ho ancora fatto l’abitudine all’atteggiamento fatalista che permea vari aspetti del vivere mongolo, ma lo apprezzo molto e spero di poterlo imparare.

Una domanda particolare: in Italia si sa poco della Mongolia. Cosa vorresti che gli italiani sapessero di più del nostro paese?

Sì, è vero. In Italia la Mongolia la si conosce davvero poco. A scuola si accenna a Genghis Khan  ma nulla si sa della Mongolia contemporanea. I film usciti di recente hanno dato modo ad un pubblico di nicchia di conoscere un po’ di più la cultura rurale mongola, ma resta comunque un grosso gap nell’informazione. Si tende a presentare la Mongolia come un paese incontaminato dove la tradizione nomade e il contatto con la natura ne fanno l’identità. Vivendo nella capitale e considerando anche quel poco che ho visto fuori Ulaanbaatar, questo ritratto non corrisponde alla realtà, piuttosto insegue un ideale col quale i mongoli non si identificano. Vorrei che gli italiani fossero più informati sulla storia recente della Mongolia, soprattutto riguardo ai grandi cambiamenti avvenuti durante e dopo la caduta del regime sovietico. Penso che ciò sia lampante nella capitale, la quale, non va dimenticato, rappresenta la realtà quotidiana della metà della popolazione totale. Ho apprezzato molto il film “La gran final”, che racconta con ironia ed intelligenza tre storie, una delle quali ambientata in Mongolia. È il primo film che ho visto presentare una Mongolia divisa tra tecnologia e ruralità, tra tradizione e occidentalizzazione. Lo consiglio vivamente.

In questo momento hai cominciato a lavorare sul progetto di un libro-fumetto. Com’è nata quest‘idea? Come state progettando di procedere con il fundraising?

In questo periodo sono alle prese con la raccolta fondi per “Secret of the blue sky”, una graphic novel ambientata in Mongolia che realizzerò insieme a Massimiliano, mio marito, che è un disegnatore. Una delle cose che ci ha subito colpito della Mongolia è la preponderanza di stimoli visivi: è una realtà che si presta molto bene ad essere raccontata per immagini. Questo, insieme alla voglia di rendere omaggio al paese che ci ospita, è stato il motivo per cui abbiamo scelto di realizzare una graphic novel. Abbiamo avuto varie idee, tra le quali abbiamo scelto quella intitolata “Secret of the blue sky”, in cui si sviluppano due storie collegate: una ambientata nel presente e l’altra al tempo dell’impero dei Khan. Ci è sembrata una buona mediazione per raccontare la Mongolia antica di cui tutti hanno sentito parlare e quella contemporanea che viviamo in prima persona e che ci teniamo a far conoscere. Il crowdfunding mi è sembrata l’idea migliore per raccogliere i fondi necessari a coprire le spese. In questo modo gli interessati possono acquistare la graphic novel in anticipo, contribuendo al raggiungimento della cifra stabilita. Si tratta di una forma di finanziamento “dal basso”, ciò significa che tutti possono contribuire e noi potremo realizzare la graphic novel al meglio e in piena libertà, senza sottostare a regole di mercato e basandoci sulla fiducia del pubblico che apprezza questo progetto e decide di finanziarlo. La campagna chiuderà il 9 novembre e, se avrà successo, la graphic novel sarà pronta a giugno 2016.

Questo è il link per chi volesse contribuire:

https://www.kickstarter.com/projects/1776680451/secret-of-the-blue-sky

Uno dei personaggi del vostro fumetto è un turista: cosa non ti piacerebbe di vedere in un/a turista che visita la Mongolia? Che cosa consigleresti di visitare prima di tutto, secondo il tuo parere? Perché?

Sicuramente vale la pena dedicare un paio di giorni alla visita di Ulaanbaatar. Amo molto i musei, quindi consiglierei a tutti di visitare il museo di Zanabazar e il museo di Storia Nazionale. Insieme offrono una buona sintesi storica e artistica utile per farsi un’idea della Mongolia e le sue ricchezze. Inoltre, il tempio Choijin è un luogo surreale ed affascinate che vale la pena vedere anche solo per ammirare il contrasto tra l’antica struttura e i palazzi in costruzione che circondano il tempio.
Ciò che personalmente non vorrei mai vedere in un turista è l’arroganza. Uno dei due protagonisti della graphic novel sarà proprio una turista e attraverso questo personaggio speriamo di poter educare i futuri viaggiatori. Arrivata con l’idea di partire immediatamente per il “country side”, rimarrà affascinata dalla città e deciderà di esplorarla. Il personaggio incontrerà varie difficoltà dovute alle differenze culturali, ma saprà rispettare i modi e i tempi propri del luogo e trarrà vantaggio dal suo atteggiamento aperto e disponibile.

Ti sei già fatta confezionare qualche abito tradizionale mongolo per te? Avendo lavorato e studiato la moda professionalmente, che cosa potresti dire riguardo gli abiti tradizionali della Mongolia?

Vivendo qui ho scoperto che gli abiti tradizionali sono estremamente funzionali. Visto con gli occhi di chi non ha esperienza del clima e dello stile di vita mongoli, il design può sembrare legato quasi esclusivamente a scelte estetiche, ma in realtà si tratta di accorgimenti utili ad affrontare le condizioni climatiche. Non mi sono ancora decisa su quale tipo di abito farmi fare e, soprattutto, che colore scegliere, ma non me ne andrò da qui senza il mio Dell!

Ci sono diverse compagnie italiane che comprano il cashmere  e le pelli dalla Mongolia. Potrei dire che in qualche senso hai una marcia in più, perchè tantissimi designer della Mongolia avrebbero voluto studiare quello che hai studiato tu: la moda, l’arte, la cultura italiana, che è il Paese piu ricco del mondo in quanto a beni artistici. Come sappiamo, la Mongolia è uno dei Paesi più importanti del mondo nella produzione del cashmere, lana di camello di altissima qualità. Tutto questo non ti stuzzica a provare di produrre una tua collezione d’abbigliamento?

L’idea di avere a disposizione un materiale pregiato come il cashmere mongolo, insieme alla bellezza degli abbinamenti cromatici dei paesaggi da cui prendere spunto, hanno decisamente stuzzicato il fashion designer che è in me. Qualche mese fa, con un’amica mongola, è nata l’idea di creare una linea di abbigliamento, ma non abbiamo trovato un finanziatore disposto ad investire nella fase iniziale e il progetto non è ancora partito.

Che cosa ti manca della cucina della casa tua  in Italia? Quale piatto mongolo ti piace di più?

Non c’è un piatto italiano in particolare che vorrei poter mangiare, ma mi manca molto la varietà di materie prime disponibili in Italia. Per quanto non sia un’amante della carne, l’Khorkhog di agnello mi è piaciuto moltissimo. A casa dei genitori di un’amica mongola ho mangiato il baishtetze (la minestra di latte con piccoli buuz) migliore che abbia mai provato, ma direi che gli Tsuivan sono il mio piatto preferito - sarà perché tutti invidiano la mia bravura ad arrotolarli sulla forchetta?!

Grazie Ester! É stata un’intervista molto emozionante. Sono sicura che I nostri lettori in Italia si innamoreranno di te, apprezzeranno la tua professionalità ed entusiasmo, e noi, quelli da parte della Mongolia, siamo davvero grati per quell che hai raccontato alle persone italiane che pottrebbero o vorrebbero provare un'esperienza di poter visitare e magari anche lavorare in Mongolia! Grazie di Cuore, Ester!

Intervista di Ayana Sambuu